Bohemian Rhapsody: una occasione sprecata per raccontare davvero Freddie Mercury e i Queen

Quando qualcuno mi chiede qual è la prima cassetta che ho comprato, la risposta è semplice: Queen, “Greatest Hits II”, lo ricordo benissimo, appena uscito, con Freddie ancora vivo (ancora per pochissimo, in verità). Altrettanto semplice è la risposta quando mi chiedono del mio primo CD, ancora una volta Queen, “Greatest Hits”, comprato con i soldi dei regali di Natale, una tradizione che continuerà finché non avrò completato la discografia. E il primo amore musicale vero, trasformatosi da semplice gradimento ad amore puro con uno speciale su Italia 1, “Freddie Mercury: L’ultimo Immortale”, trasmesso in occasione della pubblicazione dell’osceno “Remixes”, nel lontano 1993, un amore mai affievolito, mai abbandonato in nessuna fase della mia odissea musicale.

Come immagino sia accaduto per tantissimi altri ragazzini e ragazzine al mondo, i Queen mi hanno cresciuto musicalmente, e il Dio Mercurio è stato il catalizzatore di questo amore e di questa crescita, quindi era necessario andare a vedere questo Bohemian Rhapsody, nonostante tutto. Dico “nonostante tutto” perché, come accade spesso quando si parla di Queen, ne ho seguito attentamente le sorti.

Un film sui Queen, Cristo santo, da ragazzino sarei stato emozionatissimo, avrei trascinato i miei genitori, ne avrei parlato, scassando i coglioni a tutti, per mesi e mesi e ancora mesi; beh, del resto lo feci per un documentario scrauso dell’allora Fininvest, figurarsi per un blockbuster hollywoodiano da 50 milioni di dollari. Ma non sono più un ragazzino. E la notizia del licenziamento di Sacha Baron Cohen (Borat, sono sicuro che molti di voi avranno pensato leggendo quel nome) non poteva di certo essere una buona nuova. Sacha, attore eccezionale e molto intelligente, assai sottovalutato come accade molto spesso ai comici, “non condivideva la visione” di Brian e Roger per il film. Che tendenzialmente vuol dire “non voleva un polpettone per famiglie, ma un film vero”Vero? Con Bryan Singer, da anni Mr. X-Men? “Oh, che palle Nicola, sempre a criticare, Singer ha fatto anche I Soliti Sospetti, e poi hai visto i trailer? Rami Malek è uguale, fantastico, eccezionale, eccellente”.

Eh, ma Brian May e Roger Taylor sono anni che umiliano la memoria dei Queen con baracconate di regime portandosi in giro il Marco Mengoni americano nel ruolo di Freddie, tanto che il buon Deacy non ne vuole più sapere nulla da anni. “Oh, ma che palle Nicola, non va mai bene nessuno, Adam Lambert è straordinario, stupefacente, bravissimo”. Ma almeno il titolo per Dio, si poteva scegliere ‘na cosa meno banale di “Bohemian Rhapsody”? Non è che è per forza sempre necessario ridurre tutto al minimo comune multiplo, santo cielo.

Per un fan dei Queen, e quando dico “fan” intendo “fanatico”, i pruriti incominciano con le imprecisioni e libertà narrative. No, Freddie non ha saputo dell’HIV prima del Live Aid (addirittura dopo il Live Aid aveva fatto un test risultato negativo) e no, i suoi album solisti non hanno causato la temporanea rottura della band, che era uscita da un anno con “The Works” quando il Live Aid gli fu proposto (peraltro sia Roger che Brian avevano già pubblicato i propri, di album solisti, e nel secondo album di Roger, uscito un anno prima del Live Aid, gli altri tre Queen contribuiscono), e ancora no, Freddie non conobbe né Mary, né Roger, né Brian a un concerto degli Smile – aveva la sua band e viveva con i due futuri Queen, con Roger aveva addirittura una piccola bancarella di vestiti a Kensington, e ancora no, no, no…

Beh, irritante, vero, ma non inconsueto; accade, per esigenze narrative, in quasi tutte le biografie sul grande schermo. Il problema è che qui le inconsistenze vanno a detrimento della narrazione, soprattutto nella prima parte del film rendono la storia assai meno interessante, assai meno fluida, assai più banale: invece che i Queen, una band totalmente unica, eccentrica, irripetibile, sembrano la mediocre band di “Almost Famous”, ma raccontata senza il talento narrativo e l’ironia di Cameron Crowe. Ancora, i cambi e salti cronologici rendono le motivazioni dei personaggi assai diverse dalla realtà: l’esibizione al Live Aid era una rivincita per le pesantissime critiche ricevute negli anni trascorsi e per i fallimenti commerciali (e per le polemiche, rappresentate nel film, per il video en travestì di I Want To Break Free), come band e come solisti, da “Hot Space” in poi – i Queen erano considerati ormai finiti, spazzati via dagli anni ’80, decennio del quale invece, grazie alle forti motivazioni dei quattro, diventarono ancora una volta dominatori. La malattia di Freddie non c’entra una mazza e arriverà anni dopo, come già detto, quando peraltro era troppo tardi per tornare a suonare dal vivo.

Ed è questo il maledetto guaio di continuare ad abbassare l’asticella, di continuare a considerare gli spettatori troppo stupidi per capire: si finisce con lo scambiare la semplicità con la banalità, quando la vita, con i suoi intrecci, offre storie bellissime, emozionanti, profonde, ricche, con milioni di sfumature assai più divertenti del buono che diventa cattivo ma poi capisce che ha sbagliato e tornano tutti amici. Un’occasione sprecata, come è sprecata l’occasione per fare conoscere a un pubblico amplissimo (che ha premiato la banalità con camionate di milioni di dollari) tantissimi lati musicali dei Queen qui ancora una volta ignorati per sottolineare solamente i soliti noti brani che chiunque, fan o meno, conosce: persino “Baby Driver”, banale thrillerone dello scorso anno ha fatto qualcosa in più in questo senso, usando in maniera eccellente Brighton Rock.

Rami Malek a volte pecca di mancanza di naturalezza e della scioltezza con la quale Mercury faceva sembrare semplice tutto, ma nel complesso è uno dei punti di forza del film: offre un Freddie fragile, perfetto nei movimenti (e nella voce, che purtroppo si perde nel doppiaggio) e bello da vedere. Gli manca il magnetismo animale di Mercury, ma fare un Freddie Mercury credibile è impresa non da poco e qui l’impresa è certamente riuscita. Così come sono bravi Aidan Gillen (Ditocorto, per i fan di “Game Of Thrones”) nel ruolo di John Reid e uno straordinariamente somigliante Gwilym Lee nel ruolo (assai edulcorato) di Brian May. Bravo pure Mike Meyers, nel ruolo inventato del dirigente cattivo della EMI (altra licenza narrativa) e una deliziosa Lucy Boynton nel ruolo di Mary Austin.

Per salvare il film dall’oblio delle biografie fallite i produttori si giocano una buona carta: una lunga e dettagliata ricostruzione del Live Aid (ovviamente con l’audio pressoché originale, con qualche ritocco) che conclude il film senza fare uscire dalla sala i fan bestemmiando in Parsi; una quindicina di minuti di gloria, girati in maniera eccellente, che in un buon cinema valgono il prezzo del film.

Alla fine della fiera, non è un pessimo film: è quella versione edulcorata e banalizzata che non resterà nella storia del cinema, né nella storia della vita di alcuno degli spettatori, ma certamente nella storia dei portafogli di chi lo ha prodotto – un prodotto d’intrattenimento dignitoso e mai rischioso che fa passare una serata a chi lo andrà a guardare, che non scende a fondo nell’analizzare né Mercury, né Bulsara, né la musica, né la band, né tutto ciò che c’era attorno. A noi, a quelli cresciuti coi Queen e dai Queen, a quelli andati al cinema con aspettative basse, non ci restano che quegli ultimi quindici minuti e un pensiero in testa: “Peccato”.