Chris, perché manchi così tanto?

Chi, come il sottoscritto, è nato a inizio anni ’80 ha instaurato un rapporto ai limiti del religioso con il grunge e i suoi protagonisti, un rapporto nato da adolescente con il movimento già nella sua fase terminale. Avevo quasi dodici anni quando Kurt Cobain se ne andò in una vampata, come aveva sempre detto in una di quelle sue frasi diventate aforisma e slogan da stampare sulle magliette; ne avevo quattordici quando i Soundgarden ponevano storicamente fine alla loro esperienza e simbolicamente all’intero mondo che ruotava intorno a Seattle. Del grunge ne ho quindi vissuto gli ultimi rantoli, subendone e assorbendone l’immensa eredità negli anni e negli ascolti a seguire, fino a far montare intorno a tutto ciò che lo riguarda una personale e intoccabile aura di mitologia, spesso persino oggettivamente oltre i pur innegabili meriti artistici delle band coinvolte.

Quello che non avevo dovuto affrontare, quantomeno non con piena cognizione di causa, era stata la caduta di uno di quei fenomeni senza i quali probabilmente, oggi, la passione di tanti di noi per chitarra, basso e batteria non sarebbe la stessa. Di Andrew Wood, scomparso nel ’90, e dei suoi Mother Love Bone ne ho conosciuto e compreso la parabola solo a posteriori interrogandomi sulla meraviglia dei Temple Of The Dog. Cobain, invece, dal quel ’94 in poi è sempre stato per me una sorta di fantasma, uno spirito guida con cui fare i conti e da confrontare con tutto il resto, senza però averne mai davvero avvertito la presenza e, di conseguenza, la sopravvenuta assenza. E poi c’è stato Layne Staley, che nel 2002 è arrivato alla stanca fine di un percorso tossico che, in fondo, sapevamo tutti come sarebbe andato a finire, era tristemente ovvio che quel buco nero in cui s’inabissava ogni giorno di più era sul punto di inghiottirlo definitivamente.

Chris Cornell invece era sempre stato lì, possente come una roccia, il più anziano − seppur di poco − di quegli iconici frontman, il punto di riferimento di un’intera scena geograficamente circoscritta a Seattle prima, globale poi. Chris era quello che, quando vide il fuoco affievolirsi, non ci pensò due volte e sciolse la sua band di campioni; era quello che non aveva paura, persino toppando, di rimettersi alla prova uscendo dalla propria comfort zone per sperimentare con l’elettronica; Chris era quello che aveva provato con tutte le forze a combattere le proprie dipendenze e i propri mostri, che aiutava gli amici, impegnato nel sociale, padre e marito amorevole, una voce che era il termine di paragone tecnico e morale di tutti. Insomma Chris ce l’aveva fatta a superare tutto, era una persona viva, positivamente ingombrante, impossibile non accorgersene o non percepirne lo spessore.

A un anno dalla sua scomparsa non sappiamo ancora bene − e forse non lo sapremo mai − cosa sia successo quella notte nella stanza 1136 del MGM Grand a Detroit, se e quanto quell’Ativam che usava per vincere l’ansia e l’insonnia fosse diventato abuso, cosa sarebbe potuto andare diversamente e cosa invece è stata una scelta deliberata. Ma sappiamo che la pioggia di tributi abbattutasi nei giorni seguenti la sua morte è stata tra le più intense e scroscianti che la storia del rock ricordi; sappiamo che l’amico Chester Bennington c’ha lasciato il cuore durante la cerimonia funebre all’Hollywood Forever Cemetery di Los Angeles, scegliendo il 20 Luglio seguente, giorno del compleanno di Chris, per farla anch’egli finita con una vita piena di cicatrici che non volevano andare via. Sappiamo che il brano con cui Chris s’è congedato dal pubblico è In My Time Of Dying dei Led Zeppelin, inquietante encore della sua ultima volta con i Soundgarden. Sappiamo che l’onda dell’addio che volle dedicare all’amico Jeff Buckley è diventata nel suo caso uno tsunami che nulla riesce ad arginare.

Dal canto mio, poi, so di non aver mai provato prima una tristezza simile legata alla musica, vivida anche a distanza di dodici mesi, tanto che riesco appena a immaginare cosa possa significare la sua mancanza per Eddie VedderStone Gossard, per Jeff AmentMatt CameronKim ThaylTom Morello e tutti gli altri, quella di Kurt per Krist NovoselicDave Grohl o quella di Layne per Jerry Cantrell; tanto che mi ritengo quasi fortunato ad aver vissuto solo marginalmente tutte le altre perdite di cui si diceva. E ogni volta che parte un pezzo dei Soundgarden o degli Audioslave, ogni volta che quell’ugola torna a graffiarmi le orecchie, non posso fare a meno di sentire il ghiaccio lungo la schiena anche se fuori il termometro segna, come oggi, più di venti gradi. Perché quando il Minnesota lo hai dentro, non basterà la California tutt’intorno a scaldarti.

Ci manchi, Chris.