Endless, Nameless: l’eredità di Kurt Cobain

Partire dalla fine, per ritornare al principio. Cosa ci resta, musicalmente parlando, di una delle più importanti icone dell’universo musicale dell’ultimo decennio del secolo breve? Quali sono stati gli effetti del processo di autodistruzione di Kurt Cobain? Ma soprattutto, gli artisti che si sono dichiarati suoi ammiratori hanno saputo fare tesoro del suo lascito? Interrogativi di non facile e pronta soluzione, le cui risposte, con le quali pure in molti hanno provato a cimentarsi, questo pezzo non ha l’ardire di avere. Può avere senso, invece, provare a tracciare una sottile linea discorsiva che lambisca quelle domande, creando una tangente storica che tenti di fare sommessamente il punto sul post Cobain.

Partire dalla fine, dunque, significa ritornare a quel 5 Aprile del 1994. Il giorno maledetto nel quale Kurt Donald Cobain perse la vita in quel di Seattle, in circostanze, a 25 anni di distanza, ancora controverse. “Bleach”, “Nevermind”, “In Utero” e “MTV Unplugged in New York” sono la manifestazione tangibile dell’eredità di Kurt e dei Nirvana (Krist Novoselic, Chad Channing prima e Dave Grohol poi). Discografia apparentemente stringata – non si dimentichino, però, i numerosi bootleg, b-side e live – ma sufficiente ad estrinsecare tutto il disagio, la malinconia e la rabbia generazionale attraverso sonorità abrasive, dissonanti e pregne di disturbante fascino.

Cobain e i Nirvana, di fatto, non sono realtà scindibili. Una perfetta sovrapponibilità è percepibile anche con il grunge di fine anni ’80 inizio ‘90, con il quale sono identificabili icasticamente insieme a Soundgarden, Mudhoney, Screaming Trees, Mother Love Bone, Pearl Jam e via discorrendo, tutti figli putativi di Pixies, Melvins e più alla lontana di Led Zeppelin e Black Sabbath. Il disagio creativo di Cobain è uno dei leitmotiv dell’intera opera dei Nirvana, una spinta propulsiva per le sue velleità artistiche, non afferenti al solo campo musicale. Ma questo è stato anche il motivo del parallelo processo di autodistruzione fisica ed emotiva, culminato con la morte e le sue enormi ombre.

L’eredità di Kurt e dei Nirvana è stata – e lo è tutt’ora – ingombrante, al punto tale che ripetersi con la stessa autenticità e la stessa urgenza rabbiosa non sarebbe stato così agevole. Nei momenti di transizione immediatamente successivi alla morte di Cobain, i tentativi di emulazione non si sono risparmiati, talvolta in maniera onesta e convincente, talaltra meno, eufemisticamente parlando. Al novero dei primi appartengono gruppi nati e cresciuti in una seconda “ondata grunge”, vedi il caso dei Bush, degli Stone Temple Pilots e anche dei Foo Fighters di Dave Grohl, esordienti nel 1995 con il primo album omonimo che in fase di scrittura aveva avuto la benedizione del ragazzo di Aberdeen.

Ai secondi, invece, afferisce un diverso filone, edulcorato nella forma e nell’approccio musicale, quel post grunge che ha raccolto tra le sue fila, nel periodo tra la fine dei ‘90 e l’inizio degli anni ’00, gruppi del “calibro” di Creed, Nickelback, Staind, Silverchair e Alter Bridge. Band dichiaratesi (o, meglio, vendute come) figliocce della tradizione grunge ma quasi totalmente estranee ad essa – salvo che per qualche riff di chitarra distorto – in quanto votate ad un certo tipo di sonorità più marcatamente melodiche, la cui accostabilità ai Nirvana può lasciare legittimamente perplessi.

Di contro, invece, il germe autentico dell’abrasività grunge lo si ritrova in alcune realtà alternative e garage degli anni ’10. I canadesi Metz e Japanandroids, i britannici Royal Blood e gli statunitensi Cloud Nothings di Dylan Baldi, rappresentano esemplificazioni lampanti di chi ha fatto tesoro di quella autentica urgenza sonora. A questo v’è da aggiungere che, paradossalmente ma non troppo, hanno dimostrato più affinità di spirito con Cobain, rispetto al post grunge, taluni importanti esponenti della scena rap e hip hop anglo-americana degli ultimi 25 anni. É il caso di Eminem o più di recente Kendrick Lamar, Dizzee Rascal e Tyler, The Creator, capaci di canalizzare la loro rabbia in taglienti flow al pari del cantato sofferente e vivo di Kurt Cobain.