Eric Clapton: Life In 12 Bars, la vita in fuga del bianco più nero del blues

Eric Clapton: Life In 12 Bars è un piccolo capolavoro da osservare e ascoltare con cura, anche da chi si considera disinteressato all’artista di Ripley. Le 12 Bars, le battute che costituiscono la struttura metrica classica del blues, sono il filo conduttore di ogni fotogramma del documentario di Lili Fini Zanuck, che snocciola pazientemente e fedelmente tutta la vita di Eric Clapton, dalla sua disfunzionale infanzia ai suoi rapporti con il sesso opposto, passando per i legami fraterni con i più grandi musicisti del suo tempo.

Si passa dalla sua militanza negli Yardbirds (da cui uscì da un giorno all’altro senza troppi preamboli) alla breve collaborazione con i Bluesbreakers, alla prolifica stagione dei Cream, il gruppo da cui Clapton guadagnò abbastanza da poter acquistare la sua prima vera casa nel Sussex. I 135 minuti scorrono veloci tra testimonianze di Bob Dylan che osserva stupefatto una performance televisiva di Clapton, il rapporto tormentato con George Harrison, l’amicizia fraterna con Jimi Hendrix (“Sono felice, finalmente ho baciato sulla bocca il fratello più bello di Londra”), le frasi iconiche di Muddy Waters, moto ispiratore di Clapton da bambino (“Un bianco non ha sofferto abbastanza per fare del vero blues”), il pubblico attestato di stima e rispetto da parte di B.B. King (“Prima di lui l’America bianca non aveva mai prestato attenzione al blues”).

I periodi più bui del chitarrista inglese, appeso per lunghissimo tempo alle dipendenze da qualsiasi mezzo che alterasse la sua percezione della realtà, dalla cocaina, all’eroina (“Mi sento avvolto dentro una grande nuvola rosa, niente può farmi del male”), all’alcool (“Non mi suicidai solo perché da morto non avrei potuto bere”) che gli costò il prezzo della fine della relazione con Patty Boyd, desiderata in modo pressoché morboso, e di uscite razziste e durante concerti e interviste. Il travagliato rapporto con George Harrison e con sua moglie, Patty Boyd, seconda solo al blues tra le ossessioni della sua vita e il racconto di come, da quell’amore malato e quasi del tutto platonico, ne scaturì la realizzazione di “Layla And Other Assorted Love Songs” (1970), in cui si trasformò da Eric a Derek & The Dominos.

La gioia e la voglia di disintossicarsi definitivamente dopo la nascita di Connor, avuto da Lori Del Santo e il dolore, probabilmente il più grande della sua vita, per la morte del bambino, precipitato dal 47mo piano del Garden a New York. L’ennesima testimonianza di come sia riuscito a sopravvivere grazie alla musica componendo Tears In Heaven. La vita sconquassata di uno dei più grandi artisti del nostro tempo, oltremodo affamato di amore ma, al contempo, in fuga perenne dai suoi affetti più grandi. Eccetto che da uno: la musica.