Il Cibicida Awards 2012

Come ogni webzine che si rispetti, anche Il Cibicida arriva a fine anno con un non indifferente carico di ascolti alle spalle. Viene da sé, dunque, la stesura del “pagellone” (per dirla in termini calcistici), il momento in cui la nostra redazione tira le somme di un intero anno musicale. Per questo 2012 s’è deciso di proporre le singole classifiche dei singoli redattori, un modo per ripercorrere insieme, il più possibile, l’anno appena trascorso. Per rendere più arduo il nostro compito ci siamo auto-imposti la limitazione ad una Top 5, riservandoci poi un unico spazio per quella che ciascuno di noi ha ritenuto la delusione dell’anno.
EMANUELE BRUNETTO

01 – Beth Orton, “Sugaring Season” – Tornata dopo un po’ di anni di silenzio, mai come in questo lavoro il folk piovigginoso – di drakeiana memoria – s’era impadronito della cantautrice inglese. E poi, non so voi, ma un pezzo meraviglioso come “Last Leaves Of Autumn” quest’anno non l’ho sentito in nessun altro disco.

02 – Beach House, “Bloom” – Perla di casa Sub Pop, il duo di Baltimora standardizza il proprio sound su canoni prettamente dream pop, dando alla luce un lavoro compatto, ammaliante e sensuale il giusto. Con la voce di Victoria Legrand assoluta protagonista anche più che in passato.

03 – Alt-J, “An Awesome Wave” – Si potranno anche avere dei dubbi sul prosieguo della loro carriera (troppe le band che negli ultimi anni si sono perse dopo un esordio scoppiettante), ma il loro primo lavoro è semplicemente perfetto nei suoi interludi, nelle trovate ritmiche e anche nell’esecuzione dal vivo. L’essere trasversali è, in questo caso, un gran bene. Promossi a pieni voti.

04 – Dead Can Dance, “Anastasis” – Ripresentarsi sedici anni dopo come se nulla fosse accaduto. E’ questo ciò che hanno fatto Lisa Gerrard e Brendan Perry con un album che non ha tolto alla seminale esperienza DCD un solo grammo della poesia e dell’ipnosi del glorioso passato. Fra new wave e world music, come sempre poco inquadrabili.

05 – A Whisper In The Noise, “To Forget” – Troppo spesso dimenticati, gli americani in questione hanno dipinto alcune delle pagine più toccanti del rock orchestrale. “To Forget” rappresenta probabilmente la gemma più luminosa della loro discografia, fra arrangiamenti oltremodo atmosferici e una tristezza sconfinata e senza soluzione.

FLOP – Muse, “The 2nd Law” – Chi scrive era – tanti anni fa – fra quelli che intravedevano un futuro roseo per i tre inglesi. Ma era anche fra chi non si aspettava granché dal loro nuovo lavoro. Il risultato va oltre le più nere aspettative: coverizzano se stessi, plagiano altri, fracassano i timpani (per non dire altro) dal primo all’ultimo secondo di durata.
NICOLA CORSARO

01 – Jack White, “Blunderbuss” – Sottovalutati perché si ha troppo successo: è un must del nuovo millennio. Se non sei semisconosciuto, non vali niente. Jack si avventura senza Meg, e centra il bersaglio. Quello che mancava da tanto tempo: un classico vero.

02 – Fiona Apple, “The Idler Wheel Is Wiser Than The Driver Of The Screw And Whipping Cords Will Serve You More Than Ropes Will Eever Do” – Idiosincratica come poche, la bella Fiona sopravvive all’hype e pubblica la sua miglior raccolta di canzoni, ostiche ed immediate allo stesso tempo, dieci viaggi nella sua complicata mente arrangiati per voce e piano.

03 – Motorpsycho / Stale Storlokken, “The Death Defying Unicorn” – Glorioso, esagerato, pomposo: il nuovo album dei Motorpsycho (affiancati da un’intera orchestra jazz) sembra uscire fuori dagli anni ’70 del prog crimsoniano, mantenendo comunque la sua identità. Ignorati malamente dalla stampa, of course.

04 – Ty Segall & White Fence, “Hair” – Migliore dei rispettivi album usciti sempre quest’anno, questo piccolo gioiellino che unisce garage, psichedelia, pop, ha esattamente ciò che manca all’indie che ci propinano quotidianamente: personalità e canzoni memorabili.

05 – Dr John, “Locked Down” – Assistito dall’uomo del momento alla produzione (Dan Auerbach dei Black Keys), il dottore porta l’R&B di New Orleans nel nuovo millennio; inutile dire che in ciò che fa è inarrivabile.

FLOP – Muse, “The 2nd Law” – Come se non fosse abbastanza sterile e noiosa la vuota imitazione dei Queen propinataci in questi anni, Bellamy e soci aggiungono al quadro il dubstep che tanto va di moda, senza integrarlo peraltro nel suono della band, con il risultato di sembrare una di quelle polpette che facevamo da bambini con il dolce forno. Immangiabile.
KAROL FIRRINCIELI

01 – …And You Will Know Us By The Trail Of Dead, “Lost Songs” – Se il termine “rock indipendente” vuol dire ancora qualcosa nel 2012 lo si deve a band come i Trail Of Dead. Zero chiacchiere, molti fatti, un ritorno in grande stile. Il riff più convincente dell’anno (Catatonic), malinconiche ballate (Time And Again) ed un brano (Mountain Battle Song) che sembra uscito dai Queen in overdose da LSD. Monumentali.

02 – Lana Del Rey, “Born To Die – The Paradise Edition” – Il pop mondiale ha una nuova regina. “Born To Die” non ci faceva capire ancora se eravamo di fronte ad un gran bel disco o ad una truffa mediatica. La successiva edizione deluxe spazza via ogni dubbio, impreziosita da un singolo – “Ride” – destinato a rimanere negli annali di quella strana cosa chiamata pop. E’ nata una stella.

03 – Paul Banks, “Banks” – Non è un disco degli Interpol, non è un disco degli Interpol, non è un disco degli Interpol (e per fortuna neanche una brutta copia). Se si riesce a fare proprio questo concetto, non si può che rimanere incantati dalla delicatezza di questo album. Classe immensa.

04 – Feeder, “Generation Freakshow” –  Gli anni di Grant Nicholas avanzano ma la classe resta intatta. Il Dave Grohl odierno pagherebbe oro per canzoni come “Sunrise” o la title-track. Brillanti.

05 – Raveonettes, “Observator” – In mezzo a tanti nuovi nomi ed ai relativi ingiustificatissimi hype fa davvero piacere segnalare il nuovo lavoro in studio dei danesi, che sfornano uno dei loro album più convincenti, ovviamente in puro stile Raveonettes. Coerenti.

FLOP – The Vaccines, “Come Of Age” – C’erano una volta il britpop, il grunge e tante altre belle cose: erano gli anni ’90. Poi venne un immenso calderone scambiato per il contenitore indifferenziato dei rifiuti: l’indie. Ma è lecito – nel nome di questa parola – pubblicare uno scempio simile, per di più dopo un buon disco d’esordio? La risposta è no: io che strimpello la chitarra seduto nel cesso per 5 minuti saprei comporre canzoni migliori. A tutto c’è un limite. Imbarazzanti.
MARCO GIARRATANA

01 – Om, “Advaitic Songs” – Il mantra degli Om ribolle come un magma. Incensi ardono avvolgendo le sinusoidi arcane del basso di Al Cisneros, a cui manca tanto così per scrivere il capolavoro definitivo.

02 – Deftones, “Koi No Yokan” – Dopo due album sotto le aspettative, il ritorno in pompa magna della band di Sacramento. Melodie e potenza vanno di nuovo a braccetto, con Moreno e Carpenter in stato di grazia.

03 – Swans, “The Seer” – La seconda vita degli Swans è un autentico miracolo. Un doppio album che ha la stessa fisionomia e imponenza di un colossale monumento che onora i nostri più profondi incubi.

04 – Raime, “Quarter Turns Over A Living Line” – Discendenti del verbo di Lustmord, il duo inglese dà vita a un’opera sublime e drammatica al tempo stesso. Pura inquietudine dagli abissi.

05 – Chelsea Wolfe, “Unknown Rooms: A Collection Of Acoustic Songs” – Andrebbe al ballottaggio con Alexander Tucker e Beth Orton se solo non li staccasse per la sopraffina leggiadria poetica che si dipana dalle melodie. Candore autunnale in bilico tra Julianna Barwick e Lisa Germano.

FLOP – Il Teatro Degli Orrori, “Il Mondo Nuovo” – Se questo è il rock intellettuale italiano, lodata sia l’ignoranza. Testi insulsi, una tracklist estenuante e inutile, il tracollo di un gruppo che all’esordio mi aveva fatto balzare dalla sedia. Brutto al pari degli ultimi Muse, se non peggio perché pretenzioso.
MICHELE LEONARDI

01 – Bill Fay, “Life Is People” – Primo, senza se e senza ma. Perché tornare dopo quasi trent’anni di silenzio con un disco simile è dato unicamente ai poeti, a chi nell’era in cui tutto è instant forgia qualcosa che non ha tempo. Sempre sia lodato.

02 – Scott Walker, “Bish Bosch” – Ancora più in fondo, ancora più dentro le viscere di uno tra i più grandi cantautori del suo (e del nostro, grazie al cielo) tempo con un altro album stupefacente, a completare un trittico cominciato nel lontano 1995 con l’insuperabile “Tilt”. Fantastic Mr. Walker; davvero.

03 – Paul Buchanan, “Mid Air” – Il primo, vero album solista del leader degli indimenticati Blue Nile è un’imperdibile collezione pop di notturni. La lingua inglese, molto più pragmatica della nostra, avrebbe un termine ben preciso per definirlo. Heartbreaking.

04 – Swans, “The Seer” – Michael Gira lo descrive come «il culmine di ogni album precedente a nome Swans, di ogni sorta di musica che abbia mai composto, nella quale sia stato coinvolto o che abbia soltanto immaginato». Ecco: magari ha esagerato, ma indubbiamente “The Seer” è un viaggio avvolgente, penetrante, eccezionale. Un must del 2012.

05 – Max Richter, “Recomposed – Vivaldi: The Four Seasons” – Per quanto la musica classica vi possa inorridire, non esiste possibilità alcuna che non siate mai inciampati su “Le Quattro Stagioni” di Vivaldi. Max Richter ne dà una rilettura tanto complessa sulla carta quanto sublime. Entra di diritto, seppur dal basso, in questa top 5.

FLOP – Band Of Horses, “Mirage Rock” – Le delusioni prevedono, per definizione, alte aspettative. Mentirei se dicessi che ne avevo una valanga per quest’ultimo Band Of Horses, ma di sicuro è quanto di più vicino a una “delusione” abbia riscontrato nel corso dell’anno. Per intenderci: nonostante il colpo, ho ancora tutti i capelli in testa.
RICCARDO MARRA

01 – Godspeed You! Black Emperor, “‘Allelujah! Don’t Bend! Ascend!” – Dieci anni di iato per restituire al post-rock la dignità persa. Un’ora di avventure strumentali tra reminiscenze balcaniche e i soliti incubi. Fil rouge, la ghironda di Efrim Menuck.

02 – Mission Of Burma, “Unsound” – Disco aggressivo che scrosta ogni buonismo di musica pop inscenando un ballo tribale nel fuoco del mondo moderno. Il post punk? Con i MOB non appartiene solo al passato.

03 – Bob Mould, “Silver Age” – Bob ci ha sempre fatto, è sempre stato così: fortemente selvaggio e libero. E non saranno gli Husker Du, ma “Silver Age” è pur sempre un disco da vivere prima che ascoltare.

04 – Calexico, “Algiers” – Lontani dalla desertica Tucson, i Calexico ci parlano del mare raccontandolo dalla baia profumata di New Orleans. Un bel salto che ci porta in dote un duo euforico e rinfrancato.

05 – Dirty Three, “Toward The Low Sun” – Dopo 7 anni i Dirty Three decidono di disfare la valigia. Ci ritrovano dentro suite crepuscolari e una tavolozza di colori un po’ sbiadita ma sempre unica.

FLOP – Scott Walker, “Bisch Bosh” – Indossate una mascherina e dei guanti igienizzati, poi entrate nel laboratorio di Scott Walker. Le sue canzoni sono, appunto, emozionanti come un locale sterilizzato.