Il Cibicida compie 15 anni!

Il 10 Aprile di quindici anni fa nasceva l’idea de Il Cibicida e, di lì a pochissimo, la prima trasposizione online di quelle chiacchiere da pomeriggi svogliati e annoiati. Quell’anno, il 2002, fu discograficamente straordinario, forse il primo davvero tale del nuovo millennio. Internet cominciava a diventare compagno insostituibile di ogni affamato di musica, ma c’era ancora l’adrenalina di un pomeriggio trascorso al negozio di dischi a caccia di un nuovo pezzo per la propria collezione, così come il piacere di una nottata fra amici, senza chat di mezzo, a discutere senza via d’uscita su quale fosse il miglior album dei Nine Inch Nails, se “The Downward Spiral” o “The Fragile”. Oggi auto-celebriamo il nostro compleanno proponendovi le mini-recensioni di quindici album pubblicati nel 2002 che contribuirono per un verso o l’altro ai primi vagiti de Il Cibicida, quindici come gli anni che abbiamo appena compiuto. Di questi, non tutti possono essere annoverati fra le migliori uscite di quei dodici mesi, specie col senno di poi, ma ciascuno di essi ha ricoperto un ruolo speciale nella nascita e nel veloce sviluppo della nostra webzine. In ordine rigorosamente cronologico d’uscita ecco Songs: Ohia, Afterhours, Wilco, Tom Waits, Sonic Youth, Interpol, Coldplay, Queens Of The Stone Age, ISIS, Beck, Low, Sigur Rós, Johnny Cash, Pearl Jam e Audioslave.

 

SONGS: OHIA, “DIDN’T IT RAIN”
(5 Marzo 2002, Secretly Canadian)

Tra le cose che rendono il pianeta un posto peggiore rispetto ad allora, c’è pure questa: la prematura scomparsa di Jason Molina. Con Songs: Ohia e Magnolia Electric Co. si è imposto songwriter di livello assoluto, capace come pochissimi di partorire brani incisivi, strazianti, dediti alla tradizione con una forte, implacabile tensione verso il futuro – sebbene intrisi, fino al midollo, d’inguaribile oblio. Alla fine andrà proprio come aveva scritto in questo bellissimo Didn’t It Rain, con le parole della lancinante Ring The Bell: Passo dopo passo, qualcuno mi sta dietro per uccidermi o per guidarmi / Perché non dovrei cercare di capire quale delle due?. Il 16 marzo del 2013, purtroppo, è giunta l’agognata risposta.

MICHELE LEONARDI

 

AFTERHOURS, “QUELLO CHE NON C’È”
(5 Aprile 2002, Mescal)

Gli Afterhours del 2002 sono a un bivio. Reduci dal successo di “Hai paura del buio?” (1997) e “Non è per sempre” (1999), Manuel Agnelli e soci devono fare i conti con l’addio (che sarà un arrivederci) di Xabier Iriondo e scegliere se cavalcare il successo o farsi disarcionare dallo stesso. Vince la seconda opzione e Quello che non c’è è in quel momento il disco più sperimentale della loro produzione. Ci sono tante distorsioni e lunghissime parti strumentali dalle tonalità scure che fanno il paio con le atmosfere generali dell’album, cupe e ossessive. Sullo sfondo parecchi riferimenti autobiografici di Agnelli e il suo viaggio in India con Emidio Clementi (citato in Bye Bye Bombay), di cui Manuel riprende anche il caratteristico spoken in Ritorno a casa.

EMANUELE BRUNETTO

 

WILCO, “YANKEE HOTEL FOXTROT”
(23 Aprile 2002, Nonesuch)

Alcuni giurano sia tra i dischi della loro vita. O tra quelli che almeno, a Dio piacendo, hanno cambiato il corso della loro giovinezza. Non si può far fatica a crederlo, d’altronde: Yankee Hotel Foxtroat, oltre ad essere l’album migliore di quei fenomeni di nome Wilco, è anche un capolavoro indiscutibile. All’apice della propria carriera, compiuto il primo passo di una splendida trilogia che verrà completata da “A Ghost Is Born” e “Sky Blue Sky”, Jeff Tweedy & Co. danno un saggio di scrittura senza eguali per il 2002, consegnando ai posteri pietre miliari come I Am Trying To Break Your Heart, Radio Cure, Ashes Of American Flags, Reservations. Una pagina indimenticabile di americana al suo stadio più nobile e complesso. Dieci anni più tardi, dopo un silenzio durato tre decadi, Bill Fay includerà una solenne cover di Jesus, Etc. nel suo iridescente “Life Is People”. Come a dire: i giganti si riconoscono.

MICHELE LEONARDI

 

TOM WAITS, “BLOOD MONEY”
(7 Maggio 2002, Anti-)

Basato su un’opera del drammaturgo Robert Wilson e uscito in contemporanea con un altro disco di Waits con forti legami letterari (“Alice”, quella del paese delle meraviglie), Blood Money è un disco cupo, ammantato di tristezza, a tratti soffocante negli argomenti (un soldato impazzisce a seguito di esperimenti condotti su di lui dai militari e all’infedeltà della compagna, e la uccide). Waits danza nel pallido plenilunio a ritmo di cabaret Brechtiano, tarantelle e tango, generi che non ha mai lesinato di onorare nel corso della sua lunga carriera. Come tutto il Waits del nuovo millennio, forse non essenziale se non si è già fan, ma certamente eccezionale.

NICOLA CORSARO

 

SONIC YOUTH, “MURRAY STREET”
(25 Giugno 2002, Geffen)

Erano una band in piena crisi esistenziale, i Sonic Youth: dopo vent’anni di carriera il loro status di icone era ormai assodato e difficilmente qualcuno avrebbe potuto obiettare qualcosa, ma mancava ancora un sigillo che potesse definitivamente farli uscire dalla nicchia dorata in cui vivevano da sempre. Ci provano (senza però riuscirci) con Murray Street: Jim O’Rourke smette di essere un semplice collaboratore e diventa membro effettivo della band, portando la stabilità della sua chitarra a mitigare le scorribande di Thurston Moore e Lee Ranaldo. Le melodie hanno in più punti la meglio su feedback e sperimentalismi, ma basta un pezzo come Karen Revisited, coi suoi oltre undici minuti di durata, a chiarire come i Sonic Youth fossero comunque questo: rumore alla velocità della luce, prendere o lasciare.

EMANUELE BRUNETTO

 

INTERPOL, “TURN ON THE BRIGHT LIGHTS”
(20 Agosto 2002, Matador)

C’è questa immagine delle torri gemelle in fumo, che non va mai via. Sui giornali, in TV, evocata nei dibattiti politici. Il mondo è cambiato da un anno a questa parte e gli Interpol lo sanno bene anche perché è la loro città ad aver preso una pugnalata nel costato. Turn On The Bright Lights porta questi quattro newyorkesi vestiti come agenti di borsa a debuttare con un disco che è avventurosa incursione nel buio dell’America post-11 Settembre. Banks canta come Ian Curtis, la band inaugura quella cosa che verrà chiamata new wave revival ed è tutto un cortocircuito tra passato e presente. In NYC Banks dice: “La metro è un porno, i pavimenti un casino”, aprendo il lungo cammino verso una normalizzazione americana che, forse, non tornerà mai più.

RICCARDO MARRA

 

COLDPLAY, “A RUSH OF BLOOD TO THE HEAD”
(26 Agosto 2002, Parlophone)

Appena due anni prima i Coldplay erano delle promesse del pop rock made in UK e calcavano il palco del Sonica Fest di Misterbianco, in provincia di Catania, esibendosi fra qualche fischio prima dei Verdena. Nel 2002 eccoli star internazionali che si sono guadagnate una propria dimensione e non più (o meglio, non soltanto) la fama di aspiranti-nuovi-Radiohead. A Rush Of Blood To The Head è un disco perfetto, pieno zeppo di singoli enormi ma efficace anche negli episodi secondari (su tutte Green Eyes), con Chris Martin che pianta i semi di quel songwriting agrodolce che diventerà il suo marchio di fabbrica. A quei tempi in tanti puntavano ancora con mano ferma su di loro.

EMANUELE BRUNETTO

 

QUEENS OF THE STONE AGE, “SONGS FOR THE DEAF”
(27 Agosto 2002, Interscope)

Presentato come una lunga trasmissione radiofonica (tra una traccia e l’altra, DJ come Twiggy Ramirez e Blag Dahlia annunciano le canzoni da un’ipotetica radio nel deserto), Songs For The Deaf è senza mezzi termini il capolavoro di Homme e Oliveri. Con Dave Grohl e Mark Lanegan come membri della band e Dean Ween e Paz Lenchantin come ospiti, i QOTSA creano il più straordinario disco hard rock degli ultimi venti anni, riuscendo pure nell’impresa di riconsegnare il frontman dei Foo Fighters all’Olimpo del rock. Le condizioni estreme (leggasi: droga) nelle quali è stato registrato hanno portato strascichi per più di dieci anni, ma, se chiedete a noi, ne è sicuramente valsa la pena.

NICOLA CORSARO

 

ISIS, “OCEANIC”
(17 Settembre 2002, Ipecac)

Molto prima che questo nome fosse tristemente associato alla cronaca, ISIS altro non era che due cose: una divinità egizia e una band formidabile. Illuminato dai fantasmi di Aaron Turner, il quintetto made in Boston ha avuto un ruolo di primissimo ordine nell’avanzamento della musica, cosiddetta, pesante. Sintesi assoluta e picco di una ricerca che ha sgusciato tra metal, post rock, post hardcore e sludge, Oceanic è un desolante tsunami i cui testi si scagliano addosso alle relazioni umane, portando con sé un’enorme ombra cavalcata da uno tra i growl più intensi della storia. Se l’unico terrorismo conosciuto fosse il crescendo tormentato di The Other, vivremmo davvero nel migliore dei mondi possibili.

MICHELE LEONARDI

 

BECK, “SEA CHANGE”
(24 Settembre 2002, Geffen)

Un confessatissimo Beck, nello stupore generale, dà vita a un’opera senza capriole, salti mortali, cambi di traiettoria, folies bergère. Prendendo uno dei centri più puliti della sua stimatissima carriera. Presa a noleggio la lezione dei founding fathers del genere (Nick Drake, Neil Young, Bob Dylan – ma anche un po’ il suo contemporaneo Elliott Smith) il cantautore losangelino compone un album di musica folk rock tra i migliori del decennio, regalando pezzi magnifici come Guess I’m Doing Fine, Lost Cause, It’s All In Your Mind, Side Of The Road. Quelli che oggi chiameremmo dei classici istantanei. Quelli che semplicemente, ogni tanto, viene voglia di riascoltare. Dopo tutto, ci si stanca mai di guardare un Gauguin?

MICHELE LEONARDI

 

LOW, “TRUST”
(21 Ottobre 2002, Kranky)

Tutto si diceva dei Low tranne che potessero avere un’anima malata, sporca. Anzi alla musica dei coniugi Alan e Mimi Sparhawk si affidavano le sensazioni più dense, introspettive, confidenti. Era stato così per dischi come “I Could Live In Hope” o “Things We Lost In The Fire”. Poi ecco il 2002 e i Low decidono di essere un po’ meno Low: Trust sfoggia una copertina rosso sangue con un braccio gonfio di vene pulsanti. Il disco è sghembo, con cattivi umori, chitarre acide e temi forti. La tossicodipendenza, l’ossessione, la fede messa in discussione. C’è cupezza da nuovo millennio, c’è un baratro da cui sfuggire. E la parola “trust” sembra quasi usata a monito. “Cercando di tenere il tempo / Trying To Keep Time” (da Tonight).

RICCARDO MARRA

 

SIGUR RÓS, “( )”
(28 Ottobre 2002, Fatcat)

Tom Cruise con quella orrenda maschera di gomma per coprire il volto sfigurato, i panorami irreali di città irreali, tecnologiche, oniriche. “Vanilla Sky” è un film che ha segnato la vita di molti. Molto del merito va anche ai Sigur Rós che a quel film prestarono uno di quei brani che poi troverà posto tra le parentesi del loro terzo disco. Sì, parentesi ( ), perché è quello che si trovava stampato sulla cover del CD degli islandesi. Niente titolo del disco, né dei pezzi. Solo degli untitled e un viaggio pazzesco tra atmosfere magiche, emozionanti e strazianti. Un salto nella luce più luminosa di un cielo color vaniglia. Jonsi come un Peter Pan imprendibile, tra un bosco fatato e un volo pindarico. Un disco che regalò a tutti un po’ di illusione.

RICCARDO MARRA

 

JOHNNY CASH, “AMERICAN IV: THE MAN COMES AROUND”
(5 Novembre 2002, American Recordings)

A posteriori sembra assurdo che il Man In Black sia stato nominato agli MTV Music Award, ma nel quarto capitolo della saga “American”, che ha rivitalizzato la carriera di Cash nel 1994 con Rick Rubin, c’era Hurt in una versione spaccacuore (amplificata dal meraviglioso video di Mark Romanek). A parte il capolavoro, si sente il peso della malattia su Cash, ed il repertorio non è sempre centrato (Danny Boy, I Hung My Head e qualche altro pezzo non colpiscono nel segno), ma nella sua altalenante bellezza è l’ultimo straordinario acuto di un artista fino ad allora snobbato dalle nuove generazioni, che, with a little help from his young friends (Cave, Fiona Apple, Frusciante) ha lasciato di stucco persino Trent Reznor, che ebbe a dire: “That song isn’t mine anymore”.

NICOLA CORSARO

 

PEARL JAM, “RIOT ACT”
(12 Novembre 2002, Epic)

Eddie Vedder si taglia i capelli. Prima corti poi addirittura con una cresta da moicano. Non ne può più, è incazzato nero. Ai concerti porta una maschera di Bush per sbeffeggiarlo, nei suoi testi la speranza scompare e anche quel suo senso poetico per il racconto è ai minimi storici. Stop, è tutto finito. È il momento di attaccare a testa bassa. I Pearl Jam di Riot Act si lamentano, protestano. Contro cosa? Beh, trovatela voi una cosa buona nell’America del 2002: la politica, la mancanza di futuro, la desertificazione degli affetti. E poi c’è quella ferita di Roskilde ancora fresca che Eddie prova ad esorcizzare in Love Boat Captain. Il disco non è il migliore dei PJ ma è la fedele fotocopia di un momento. E poi quella copertina: due scheletri con la corona che prendono lentamente a fuoco. “Provo ancora a continuare la mia corsa, ma è tutto o niente, tutto o niente”.

RICCARDO MARRA

 

AUDIOSLAVE, “S/T”
(19 Novembre 2002, Interscope)

Il grunge è un malato terminale che tira definitivamente (in tutti i sensi) le cuoia, con la morte di Layne Staley, ad Aprile, a segnare la fine di ogni residua speranza. Dei frontman della Seattle che contava c’erano ancora in pista Eddie Vedder e un Chris Cornell che aveva ormai seppellito l’ascia dei Soundgarden. Cornell si allea con altri tre redivivi dei nineties: Tom Morello, Brad Wilk e Tim Commerford, la furia dei Rage Against The Machine, separati in casa con Zack De La Rocha. Il risultato è un omonimo debutto che poco aggiunge alle rispettive carriere dei soggetti coinvolti, ma che tutto sommato pare funzionare piuttosto bene e inaugura un nuovo millennio all’insegna della sempre più frequente e spesso abusata formula dei supergruppi.

EMANUELE BRUNETTO