Jeff Buckley: 25 anni di Grace

C’è un grande equivoco che fin dalla sua pubblicazione gira intorno a Grace, l’album d’esordio – nonché unico licenziato in vita – del figlio d’arte Jeff Buckley, ovvero considerarlo un disco di alternative rock solo perché inserito in un contesto, quello della metà anni ’90, in cui era quella la strada perseguita dalla stragrande maggioranza del rock a stelle e strisce, solo perché effettivamente c’è un pezzo come Eternal Life che con quel basso granitico non avrebbe sfigurato in un album made in Seattle. Un equivoco, sì, ma al tempo stesso sarebbe un errore anche non evidenziare i punti di contatto tra quelle e la sua esperienza. Anzi, i due punti di contatto: la malinconia e l’amore.

Jeff con una malinconia latente, logorante, c’aveva convissuto per tutta una vita segnata da quel padre prima assente e poi defunto quando egli aveva appena nove anni, a smontare definitivamente ogni possibilità di contatto. Ed era una malinconia, quella di Jeff, non tanto diversa da quella di Kurt Cobain, Layne Staley o Chris Cornell, la malinconia di un’intera generazione di “confine”, sempre a cavallo tra il voler fare e il lasciarsi andare, tra la reazione e la sottomissione alla durezza della vita. La differenza tra Jeff e gli altri sta tutta nel modo in cui quella malinconia viene affrontata: mentre gli altri la fuggivano maledicendola, Buckley se ne nutre, la coltiva, la fa sua neanche fosse un’amante da compiacere, facendone tratto distintivo della propria musica in cui l’idea della morte aleggia sempre come contraltare della vita più che come spauracchio. “Sento che la mia ora sta arrivando, ma io non ho paura di morire”, recita uno dei versi più intensi della title track dell’album.

Ma con chi dialoga Jeff? Ecco, sta lì la differenza e si ricollega al secondo punto di contatto di cui sopra, l’amore. Jeff in Grace si rivolge a una donna, quella Rebecca Moore che gli aveva stravolto la vita convincendolo che era in lei, nella figura di una donna compagna di vita, che avrebbe in qualche modo potuto trovare la pace, riuscendo ad affrontare persino il male estremo di una morte prematura. L’amore di Cobain era malato, tossico e distorto, quello di Buckley è etereo, celestiale, quasi religiosamente affrontato, tanto che nell’album fanno capolino una cover della Hallelujah di Leonard Cohen (interpretazione che regalerà al pezzo un’inattesa popolarità) e il tradizionale canto liturgico Corpus Christi Carol. Jeff canta l’amore che ti sorregge ma anche quello che ti distrugge, quello in cui finisci per agognare anche un solo bacio come ancora di salvezza prima di salutarsi per sempre (parliamo di Last Goodbye), quello che prima o poi dovrai imparare a superare per andare avanti (siamo a Lover, You Should Have Come Over).

Insomma, Jeff debutta con le fattezze liriche e vocali del songwriter navigato, ma ascoltando l’album è chiaro come le fondamenta su cui si erge siano quelle di una band (da qui l’equivoco iniziale), fortemente voluta da Buckley anche a dispetto della casa discografica che vedeva in lui un nuovo “one man” cui affidare il proprio denaro. Jeff vuole la band perché l’amico Gary Lucas gli porta chitarre tanto acide quanto delicate che segnano l’iniziale Mojo Pin, perché il crescendo soffocante di So Real non avrebbe avuto lo stesso effetto se fosse stato solitario in studio, perché il produttore Andy Wallace (lo stesso che aveva mixato “Nevermind” dei Nirvana e l’omonimo esordio dei Rage Against The Machine, per intenderci) avrebbe potuto dare il meglio solo con quel tipo di costruzione.

E in fin dei conti aveva ragione Jeff, tanto allora quanto oggi a venticinque anni di distanza dalla pubblicazione di “Grace”, perché il suo lavoro certosino ai limiti del maniacale, il perfezionismo su ogni singola nota del disco e su ogni parola dei testi (tanto da farne persino slittare l’uscita), uniti alla sua voce fuori dal comune ereditata direttamente da quel padre che di lui non aveva voluto saperne nulla, sono da considerarsi ancora adesso – e sospettiamo sarà così per sempre – una delle più belle e fugaci istantanee di talento mai partorite in musica.

DATA D’USCITA: 23 Agosto 1994
ETICHETTA: Columbia