Kurt Cobain e la sua centralità sociale

Venticinque anni dalla morte di Kurt Cobain e ti rendi conto subito di due cose. La prima è che tutti questi anni sono volati e che quella che ti sembrava fosse destinata a restare come icona immortale della storia del rock, lo è ancora, ma non così tanto come avresti pensato. La seconda è che in questo ultimi anni, gli ultimi quindici in particolare, sono cambiate veramente troppe cose e che nel mondo della musica hanno comportato una sorta di buco temporale, come forse lo sono stati gli anni Ottanta. Sì, va bene, pure gli anni Ottanta sono stati ricchi di realtà musicali incredibili che non hanno nulla da invidiare alle produzioni discografiche degli anni precedenti. Del resto per quanto mi riguarda le mie preferenze non sono certo destinate a seconda delle annualità.

Ma la questione resta e riguarda in un certo modo il contesto culturale e sociale, persino politico ed economico: ci siamo chiaramente infilati in un buco nero. Certo, la crisi economica della fine del decennio scorso. Ma questa è stata l’esplosione di un lungo percorso cominciato da lontano: Seattle. Oggi non ne parla più nessuno, ma il movimento “anti” più potente dal crollo del muro veniva proprio da lì e la coincidenza con il boom dei Nirvana, inserito nel contesto definito come grunge (dove peraltro si mettevano assieme esperienze che tra di loro erano parecchio differenti), non fu casuale.

Un certo fervore scuoteva quel pezzo degli Stati Uniti e se Naomi Klein ne fu l’ideologa o comunque la portavoce, l’icona invece fu e restò Kurt Cobain, tanto è vero che quando poi anni dopo arrivò anche in Europa l’ondata No Global (che negli U.S.A. si era già esaurita), pure a distanza di anni, il suo mito era rimasto immutato. Eppure parliamo di una rockstar. Non aveva mai avuto un ruolo politico e sociale, Kurt Cobain, ma evidentemente il suo disagio, che si traduceva in esplosioni di rabbia che celavano un genio e una sensibilità artistica speciale e fuori da ogni regola, era significativo nonostante le contraddizioni che cominciarono a diventare un tema fin da allora, tra l’essere contro e la spettacolarizzazione, uno scontro culturale enorme che si è chiuso con la crocifissione di Kurt Cobain.

Dopodiché non ci sono più stati gruppi e artisti rock che hanno acquistato la stessa grande popolarità e ottenuto un riscontro sul piano commerciale che fosse pari oppure solo lontanamente comparabile. Gli ascoltatori sono facili o invece sospettosi, guardano il pedigree prima di ascoltare un disco, ricercandovi una sorta di purezza e quella autorevolezza che si ritiene perduta, la stessa perdita di autorità che riguarda ogni possibile istituzione. Invece che quello che può essere semplicemente pessimismo, oppure a un livello filosofico più alto nichilismo, ha vinto il disfattismo. Il qualunquismo.

Le ragioni sono da ricercarsi in un rapporto di causa-effetto: se ci sono molti, moltissimi casi in cui le istituzioni non sono autorevoli, è normale che dall’altra parte venga meno il rispetto o comunque quello che si può ritenere un rapporto fiduciario. Va tutto bene. Ma Kurt Cobain cosa c’entra in tutto questo? La verità è che alla fine una figura come quella di Cobain ci mette sotto accusa: probabilmente quel ragazzo non aveva niente di così differente da tutti noi che proviamo gli stessi disagi esistenziali, che abbiamo la stessa rabbia e le stesse sofferenze, che ne condividiamo quel senso infinito di solitudine all’interno di una società che è – per l’appunto – priva di riferimenti. Solo che lui questa cosa ce l’aveva sbattuta in faccia con una forza incredibile che alla fine lo ha schiacciato e distrutto.

Come se ne avessimo tratto una lezione al contrario, ci siamo chiusi ancora di più in noi stessi, diffidiamo di ogni minimo segnale di apertura e anzi cogliamo questi per infierire su chi assume questo tipo di atteggiamento. Morto per i nostri peccati, vittima di se stesso come di un sistema troppo grande per un uomo solo che è diventato sempre di più un’industria specializzata (oggi forse si vendono meno dischi, ma il business è molto più vasto e invasivo in settori che con la musica in senso stretto magari non hanno proprio nulla a che fare), Kurt Cobain è stato in ogni caso un musicista straordinario. Certo, parlare di tecnica qui non ha nessun senso ma, forse, se il punk è stato la dimostrazione che tutti potevamo e possiamo fare musica, lui ha portato questo principio al suo punto più alto.

Dopo la musica non è morta, ma molti pensano e hanno pensato che la cosa fosse così e le generazioni che sono seguite gliene hanno attribuito quasi la colpa, ritenendolo a torto passato, dimenticabile. Quelli un po’ meno giovani continuano a considerarlo il più grande di tutti i tempi. Penso che il tempo ci dia invece la possibilità e l’occasione di dare un giudizio equilibrato su chi sia stato e cosa abbia rappresentato Kurt Cobain. Non fu un rivoluzionario, né voleva esserlo; al contrario voleva essere solo se stesso, ma essere se stessi quando hai talento è la cosa più difficile di tutte e in questa sua fragilità sta tutto il nostro affetto, la nostra immedesimazione a un livello anche incosciente, la nostra riconoscenza.

“Genius is not a generous thing / In return it charges more interest than any amount of royalties can cover” (da “8 Fragments for Kurt Cobain”, Jim Carroll)