#MySong: “Planet Caravan”, Black Sabbath

Planet Caravan
Black Sabbath
“Paranoid”, 1970

“Quel satanasso di Ozzy Osbourne” – si dice spesso. Maschera da cattivo, atteggiamenti da cattivo. L’inferno come casa, l’orrido come sentimento base. Ozzy con i Black Sabbath ha sempre grattato dove la ferita era più fresca. Graffiando l’oscurità, masticando l’amaro, giocando con il proibito, scherzando del maligno. Vendendosi l’anima al Diavolo a prezzo di saldo. Chitarre muscolose come i polpacci grossi del Caprone, rock aspro come una scarica di pioggia acida, urlo come forma di ribellione a un mondo pettinato e sicuro di sé. Ma c’è una canzone in cui il sinistro emerge silenzioso. In cui l’inquietudine è più vera proprio perché non perpetrata dal rumore ma invece dall’assordante calma della notte. Perché il buio non ha rumore, ha casomai sensazioni, fruscii, eco. Il buio della notte fa paura perché non vedi da dove arriverà la coltellata o il morso del mostro. Planet Caravan sono quattro minuti blues. Con inserti di pianoforte, di bonghi, di pizzicate di elettrica. La voce di Ozzy è conficcata sotto una coltre di nebbia. Si sentono ululati, sospiri, soffi, s’intravedono luminescenze, riverberi, fuochi fatui. Il testo poi è una poesia unica, un saggio di scrittura atmosferica:

“Navighiamo attraverso cieli infiniti
Le stelle brillano come gli occhi
La notte nera sospira
La luna tra gli alberi argentei
Crolla e piange

La luce della notte
La Terra, una fiamma viola
Di foschia blu zaffiro
Sempre in orbita

Intanto in basso, sotto gli alberi
Immerso nella fresca brezza
L’argentea luce stellare
Rompe il buio della notte
E così passiamo oltre
L’occhio rosso
Del grande Dio Marte
Mentre viaggiamo nell’universo”

La carovana è quella della vita. Lo sguardo è quello dell’irrealtà. Ci sono dei momenti in cui non siamo presenti a noi stessi. Sono momenti di passaggio, strati di realtà annacquata, durano poco, ma spesso, durante quelli, succede qualcosa che te li rendono unici e irripetibili. Definitivi.