Home EXTRA ANNIVERSARI Pearl Jam: 20 anni di Binaural

Pearl Jam: 20 anni di Binaural

I ’90 sono stati un decennio particolarmente impegnativo per tutti, artisticamente parlando in modo particolare per quelle band che erano riuscite a portare l’alternative rock in cima alle classifiche di mezzo mondo. Per i Pearl Jam furono addirittura delle montagne russe, tra amici venuti prematuramente a mancare, debolezze da affrontare, bagarre politiche/economiche con colossi del ticketing, poca voglia di finire sulle copertine e un’ascesa comunque inarrestabile, da quel “Ten” che nel ’91 li lanciò a “Yield” che nel ’98 chiuse nel migliore dei modi quel seminale periodo.

Ma segni e cicatrici del genere erano impossibili da cancellare e così, proprio sul finire del decennio, i nodi arrivarono al pettine: la posizione di batterista è nuovamente in bilico, Jack Irons lascia durante il tour di “Yield” e al suo posto arriva per non andar più via l’amico Matt Cameron, in pausa coi Soundgarden; Eddie Vedder è stremato, espressivamente prosciugato, tanto da non riuscire a mettere in fila tre parole per un qualsiasi nuovo brano; Mike McCready, poi, è ancora alle prese con le sue dipendenze, entra ed esce dalle cliniche di riabilitazione senza riuscire a trovare continuità di sane abitudini e quindi anche lavorativa.

È in queste circostanze che i Pearl Jam si mettono al lavoro su quello che sarebbe stato il loro personale benvenuto al nuovo millennio. Per Binaural, così, Vedder, Ament, Gossard, McCready e Cameron decidono che l’unico modo per andare avanti sarebbe stato quello di fare un passo indietro, tornare a far musica insieme per il piacere di farla, senza troppi calcoli e senza voler necessariamente mettere troppa carne sul fuoco, come fatto coi precedenti “Yield” e “No Code” (1996), che erano stati i primi − riusciti − tentativi di dare una svolta al proprio sound, forse persino rischiando.

Brendan O’Brien, che li aveva prodotti da “Vs.” (1993) in poi, viene invitato a lasciare il suo posto a Tchad Blake, noto nell’ambiente per il suo utilizzo della tecnica binaurale (da cui il titolo stesso del disco), tecnica di registrazione che prevede l’utilizzo di due microfoni in modo da creare un effetto tridimensionale che dà all’ascoltare la sensazione di trovarsi lì con chi sta suonando. Insomma, i Pearl Jam avevano voglia di sentirsi vivi, analogici, carnali, di ritrovare il contatto con se stessi come membri di una band e col proprio pubblico, che era cresciuto esponenzialmente così come le location che ormai ospitavano i loro tour, acuendo però il senso di distacco tra sopra e sotto il palco.

In “Binaural” convivono un po’ tutte le essenze dei Pearl Jam che erano stati, di quelli che erano in quel momento e di quelli che col senno di poi sarebbero stati in futuro. Se l’attacco con Breakerfall, God’s Dice ed Evacuation paga pegno alle radici più sporche e ruvide della band, già con la ballad Light Years iniziano a farsi sotto quelle sonorità rarefatte e tendenzialmente psichedeliche che regalano a “Binaural” le sue particolarità, sonorità portate all’estremo proprio sul finale con Sleight Of Hand e Parting Ways. In Nothing As It Seems c’è una delle migliori performance della sei corde di McCready, slabbrata e dilatata a creare un coinvolgente effetto malinconico, al pari di Of The Girl. I suoni acustici di Thin Air e Soon Forget, poi, mettono in evidenza l’ascendente di Vedder, che nella prima mette a punto la calda tecnica vocale che lo caratterizza ancora oggi, mentre nella seconda si approccia a uno strumento come l’ukulele che non ha più smesso di accompagnarlo.

Così come l’aspetto sonoro, anche i testi di Vedder sono piuttosto vari sebbene principalmente scuri, vedi la rabbia di Rival, i ricordi che l’assalgono in Light Years o l’invettiva anti-tecnologica di Grievance, testi con i quali esce in maniera genuina − se non brillante − da quel blocco dello scrittore che l’aveva attanagliato in fase di composizione del disco, esorcizzato definitivamente proprio sul finale, in coda a Parting Ways, con il rumore frenetico di una macchina da scrivere. Una vena anche politica, quella del Vedder di “Binaural”, che sarebbe esplosa del tutto in “Riot Act” (2002) per poi essere confermata fino ai giorni nostri.

DATA D’USCITA: 16 Maggio 2000
ETICHETTA: Epic

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.