Pearl Jam: Let’s Play Two, un film sulla passione

Se c’è una cosa certa, è che il rapporto dei Pearl Jam con la dimensione live sia uno dei più carnali della storia del rock. Non soltanto per i lunghi e frequenti tour affrontati da Eddie Vedder e soci, non soltanto perché i loro concerti durano la media di tre ore e non soltanto perché quei cinque sul palco sono dei fenomeni, ma anche perché in quanto a pubblicazione di dischi/video dal vivo sono probabilmente i primatisti mondiali, complice l’innumerevole mole di bootleg licenziati nel corso degli anni. A questi bisogna aggiungere ancora altri live ufficiali, tra cui ricordiamo a titolo esemplificativo il meraviglioso “Live At Benaroya Hall” del 2004 o il DVD riassuntivo del tour italiano del 2006 “Immagine in cornice”.

Let’s Play Two, però, non è solo l’ennesima tessera del mosaico, né il semplice resoconto dei due concerti tenuti dai Pearl Jam il 20 e 22 Agosto 2016 al Wrigley Field, e il motivo può apparire banale: non è un film incentrato sulla musica. Sono oltre due ore di passione, pura e genuina passione, quella di un bambino diventato uomo (Eddie Vedder) e di un’intera città (la natia Chicago) per una squadra di baseball (i Cubs) che attende per oltre un secolo la vittoria delle World Series, raggiunta nel 2016 dopo essere stati a un passo dall’ennesima delusione. Un’attesa fatta di pazienza, abnegazione, spirito di collettività e anche una buona dose di sana autoironia con cui affrontare le prese in giro del resto degli Stati Uniti, la scaramanzia, la sfortuna e tutto il campionario che fa da contorno al tifo, a prescindere da quale sia lo sport.

Ma anche la passione del popolo dei Pearl Jam, fra chi sta per vederli per la quarantottesima volta e chi ricorda di aver superato la morte del padre grazie a Release, chi porta i figli allo stadio per il concerto così come aveva fatto per una partita dei Cubs e chi vuole sentire Eddie raccontare di Mick Jagger, Bruce Springsteen e altre leggende mentre lui ha in bocca solo aneddoti sui Cubs. Rock e sport, sport e rock, due campi d’applicazione apparentemente distanti ma totalmente assimilabili se è la passione il punto di partenza.

Musicalmente non siamo al cospetto di performance memorabili o quantomeno non più memorabili del solito. I Pearl Jam fanno il loro col mestiere che ormai possiedono, la scelta dei brani estratti dalle due serate poteva anche essere migliore ma, per l’appunto, la selezione è solo una colonna sonora perché i protagonisti sono altri: quell’uomo in fila all’ingresso del Wrigley Field già quattro giorni prima della data del concerto; l’ex stella dei Chicago Bulls Dennis Rodman che prende in braccio Vedder mentre canta Black, Red, Yellow; i vari campioni del passato dei Cubs assecondatisi sul palco; i tifosi che invece di stare dentro l’impianto stanno all’esterno, da anni, nella speranza di beccare al volo un fuoricampo; la titolare del pub di fronte che si ritrova i Pearl Jam a provare sulla sua terrazza a mo’ di Beatles, con una frotta di gente giù in strada; Jeff, Stone, Mike e Matt che comprendono appieno l’importanza che ricopre quel posto per Eddie; Vedder stesso che da giovanissimo, nel ’92, quasi si commuove per essere riuscito ad accaparrarsi una scatola piena di zolle del Wrigley Field.

Il montaggio del film è da manuale, il crescendo emotivo che conduce alla vittoria dei Cubs viene seguito passo dopo passo, con Corduroy i Cubs si guadagnano l’accesso alle World Series, Given To Fly è dedicata al manager Joe Maddon e ai suoi ragazzi affinché volino letteralmente sulle ultime fatiche, per poi avere l’esplosione definitiva non il giorno della conquista del titolo bensì con la squadra che riesce ad allungare la serie delle finali, quando tutto ormai sembrava perduto: lì parte Alive, i Cubs are still alive, Chicago is still alive.

“Oggi sono 25 anni e 1 giorno dalla nostra prima volta a Chicago… suonavamo al Metro, lì in fondo alla strada, a un isolato di distanza. Ci abbiamo messo 25 anni per fare un isolato!”, scherza Vedder sul palco del Wrigley Field, come a dire che l’importante non è il punto di partenza, né quello d’arrivo o il tempo che ci si mette: le uniche cose che contano davvero sono il percorso che s’è fatto nel mezzo e le persone avute accanto. Come nella musica, nella loro strepitosa carriera. Come nello sport, nei 108 anni d’attesa dei Cubs. Se amate questa band o qualsiasi altra band, se tifate per una squadra di calcio, di rugby o di qualsiasi altro sport, fatevi un favore: guardate questo film, vi ci ritroverete almeno un po’.

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