Primavera 2018: dieci piccoli nomi sul cartellone

Sì, ci saranno gli Arctic Monkeys che suoneranno il nuovo e discusso “Tranquility Base Hotel & Casino”, ci saranno i Migos che ora come ora sono la realtà trap più importante dell’universo, il concerto sempre imperdibile di Nick Cave & The Bad Seeds e altri show attesissimi, da Björk e The National agli Spiritualized accompagnati da orchestra sinfonica e coro. Con un po’ di sforzo d’occhi, però, si può notare sul cartellone del Primavera Sound 2018 una sequela di nomi piccoli piccoli, accumulati uno di fila all’altro sotto gli headliner e spalmati su sei file per ciascuna delle tre giornate principali. Quei piccoli nomi, appartenenti a band/cantanti/rapper/producer che non saranno sui due mainstage SEAT e Mango ma nelle varie location offerte del Parc del Fòrum, costituiscono il cuore pulsante del festival catalano, lontano dal glamour (e dalla relativa calca di gente?) dei nomoni sopraelencati. Tra quelle righe da test ottico si nascondono alcuni artisti più o meno noti, sia emergenti che veterani della scena, che varrebbe la pena non perdersi nel corso del fine settimana a Barcellona. Eccone dieci selezionati per voi, ai quali bisogna aggiungere per amor di patria gli act italiani come Cesare Basile, Donato Dozzy e gli artisti del Primavera Pro di cui abbiamo già parlato.

 

REX ORANGE COUNTY

Alexander O’Connor è un classe 1998 e, dopo aver frequentato la BRIT School a Londra, ha iniziato a pubblicare musica con il moniker Rex Orange County. Ha 20 anni, ma le sue pubblicazioni, che oscillano eccellentemente tra hip hop, jazz e soul zuccheroso, hanno già fatto il giro del mondo, tanto da conquistare anche le radio italiane nel corso del 2017 con quella perla pop che è Loving Is Easy. Il suo talento è stato notato prima di tutti da quel furbacchione di Tyler, The Creator, che lo ha coinvolto in alcuni brani dell’ultimo album “Flower Boy”. Il concerto al Primavera nella sera di sabato 2 sul Pitchfork Stage è un’altra fondamentale tappa di una carriera in vertiginosa ascesa.

 

ZEAL & ARDOR

Un progetto nato come scherzo su internet: creare brani in cui s’incontrano black metal e “musica da neri”, ovvero gli spiritual cantati dagli schiavi afroamericani. Poi, come spesso capita con gli scherzi, la faccenda si fa seria e nascono gli Zeal & Ardor, capitanati dallo svizzero/americano Manuel Gragneux. “Devil Is Fine” è uscito nel Febbraio 2017 ed è una delle cose più stranianti che vi possa capitare di ascoltare ultimamente, pieno di pezzi che iniziano con gospel e suoni di catene e si tramutano d’improvviso in scariche rumorose atte a invocare il demonio. Il disco ha aperto gli occhi alla comunità metal, predominata da bianchi, che ha scoperto l’esistenza degli afroamericani all’interno del genere, i quali possono arrivare a suonare in festival importanti come il Download… e il Primavera, il 31 Maggio sull’Adidas Originals. Consigliati per chi vuole sapere come suona uno spiritual satanico, tra Delta blues e cori in latino.

 

MAVI PHOENIX

La motivazione potrebbe non sembrare la più nobile, ma Mavi Phoenix sarebbe da vedere anche solo per far rosicare quelli che erano in procinto di vedere lei e altre figate futuriste al Radar Festival di Milano, prima dell’annunciato annullamento. Mavi Phoenix, austriaca di origini siriane, trita pop, rap, r’n’b e ne fa un gustosissimo frullato che sprigiona cazzimma da tutti i pori. L’EP “Young Prophet” è diciotto minuti di freschezza urban e contiene uno dei pezzi che nel 2017 è stato più virale dell’ebola, Aventura, dove Phoenix cita Kanye West e suona come M.I.A. Si esibirà due volte: durante la notte di mercoledì 30 all’Apolo Venue e in prima serata giovedì 31 sul palco Pitchfork.

 

CARPENTER BRUT

Vi piace ballare l’elettronica funkeggiante di Daft Punk e Kavinsky ma non potete rinunciare agli assoli di chitarra e alla vostra acconciatura glam metal? Fortunatamente a voi ci ha pensato Franck Hueso, musicista francese che sul palco si fa chiamare Carpenter Brut, in tributo al regista di cult horror e sci-fi. Deliberatamente riservato e anonimo, ha conquistato i palchi di tutto il mondo con “Trilogy”, raccolta dei suoi primi tre EP che strizzano l’occhio tanto alla synthwave quanto al metal, al french touch e al thrash anni ’80: i suoi imperdibili live tritaossa, infatti, si chiudono sempre con una cover di Maniac, dalla colonna sonora di Flashdance.

 

IDLES

Rudi e sfacciati come gli Sleaford Mods, rumorosi come gli Slaves, o forse di più, gli Idles sono arrivati al primo album “Brutalism” solo nel 2017 ma sono già un culto nel Regno Unito e nel resto dell’Europa. L’album è una divertente botta in faccia post hardcore, condita da brutale onestà e ironia da pub inglese. Lo staff del Primavera Sound promette un live in cui “pogare e calpestare i cellulari caduti dalle tasche… perché sappiamo tutti che l’unico telefono buono è quello rotto”.

 

ROSS FROM FRIENDS

A uno dei nomi più brutti della storia della musica recente, corrisponde uno degli EP migliori del 2018: in “Aphelion”, uscito per la Brainfeeder di Flying Lotus, Ross From Friends gioca con sample hip hop e sperimentazione sonora e il risultato è un qualcosa di molto toccante ed emozionale, così come la traccia che ha portato il produttore all’attenzione della scena electro lo scorso anno, Talk To Me You’ll Understand. Tra Blank Banshee e la sensualità r’n’b, per abbracciarsi tutti sotto il Pitchfork alle quattro di mattina.

 

ART ENSEMBLE OF CHICAGO

Finora abbiamo parlato di absolute beginners o quasi, ma nella line-up di Barcellona si nascondono pezzi di storia contemporanea: l’Art Ensemble Of Chicago è un gruppo free jazz creato alla fine degli anni ’60. Più avant garde dell’avant garde stesso, con trenta album in studio e dodici dal vivo, l’AOEC ha influenzato l’arte performativa di tutto il pianeta e al collettivo è dedicato un tomo di circa quattrocento pagine, scritto da Paul Steinbeck ed edito in Italia col nome “Grande musica nera: Storia dell’Art Ensemble Of Chicago”.

 

ESSAIE PAS

Non lontanissimi dall’immaginario di Carpenter Brut, ma molto più raffinati, gli Essaie Pas sono un duo canadese composto da Marie Davidson e Pierre Guerineau che combina un synth pop molto dark e minimale con l’italo disco ed elementi da colonna sonora di film horror. Il primo album è uscito nel 2016, s’intitola “Demain est una autre nuit” ed è la risposta musicale alla letteratura distopica di Philip K. Dick. L’incubo del venerdì, alle 19:25.

 

ANNA VON HAUSSWOLFF

A proposito di incubo e disagio, un live bello carico di tensione lo assicura Anna Von Hausswolff, compositrice, pianista e organista svedese. L’unica accettabile perplessità legata allo scegliere o meno di vedere il suo concerto al Primavera è che passerà a breve dall’Italia per alcune date, ma per il resto il suo sound a cavallo tra doom metal, progressive rock e musica pop sperimentale è qualcosa che non può lasciare indifferenti, neanche gente come David Byrne e gli Swans, con i quali ha collaborato nel corso della sua carriera.

 

SEVDALIZA

La carrellata di questi piccoli grandi nomi presenti nella line-up del Primavera 2018 viene chiusa da una donna incredibile, Sevdaliza, che l’anno scorso ha incantato il pubblico dell’Ortigia Sound System nella sua prima data italiana. Nata a Teheran, cresciuta a Rotterdam, ha militato nella nazionale olandese di basket per poi dedicarsi con successo alla musica, elaborando un sound che ricorda Björk e i Portishead. Nel 2017 ha pubblicato tramite la casa discografica di sua proprietà il debutto “Ison”, che non dovrebbe essere male da sentire live, alle 21:00 di venerdì 1 Giugno, mentre il sole cala sul Parc del Fòrum.