Rolling Stones: 50 anni di Beggars Banquet

Il 1967 era stato l’annus horribilis dei Rolling Stones, tra arresti per droga, l’esperimento psichedelico fallito di “Their Satanic Majesties Request” (in seguito largamente rivalutato dalla critica, ma all’epoca visto come un tentativo, tragicamente andato a male, di inseguire i Beatles di “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”), il licenziamento dello storico manager/produttore Andrew Loog Oldham e, non ultimo, l’esplodere della situazione Brian Jones: Jones, sempre più in balia di se stesso e delle sue insicurezze, perde anche la bellissima fidanzata Anita Pallemberg, che gli preferisce Keith Richards – situazione non proprio ideale per i due chitarristi degli Stones. Era da tempo chiaro a tutti che Jones, che aveva fondato la band, scelto il nome, ottenuto i primi concerti, scelto il repertorio, era sempre meno interessato a contribuire se non con qualche strumento esotico di tanto in tanto, soffocato dalle insicurezze, dalla salute precaria, dalle dipendenze. Ma Jagger e Richards, come ci dice la loro carriera fino ad oggi, non sono esattamente due disposti ad arrendersi alla sorte tanto facilmente. Mick e Keef se la fanno la sorte. Gli Stones non sono una band psichedelica, per Dio, sono una band brutta, sporca e cattiva, una band blues, una band soul, una band rock’n’roll, una band che rende perfetto l’imperfetto. Fanculo l’LSD, ecco Jumpin’ Jack Flash: prodotta da Jimmy Miller (già produttore dei Traffic e da questo punto in poi uomo chiave per gli Stones) e uscita a Maggio del ’68 come singolo fuori album, diventerà uno degli assoluti classici della band; diretta, cattiva, senza fronzoli: un inno alla rinascita (“But it’s allright now / In fact, it’s a gas”). Ma il bello deve ancora arrivare: senza Jones, Richards si assume responsabilità sempre maggiori, e senza dover produrre le sessioni Jagger si dedica alla musica e solo a quella (beh, anche a donne e vita sociale, a essere onesti). Il risultato è uno dei più grandi album di sempre, una perla che suona tutt’oggi, a cinquant’anni di distanza, totalmente fresca e vitale: se la epica narrativa bulgakoviana del diavolo jaggeriano (Sympathy For The Devil) è già da subito chiaramente destinata alla leggenda, è il blues, il country blues e il rock perfetto che compone l’album a chiarire finalmente (e prima di tutto alla band) chi sono gli Stones: the greatest rock’n’roll band in the world. La slide di Brian Jones brilla per un’ultima volta nella meravigliosa No Expectations e in Jigsaw Puzzle, ma sono il country di Dear Doctor e Factory Girl e il blues di Prodigal Son e Parachute Woman a chiarire che gli Stones sono diventati adulti. Da un eccesso all’altro ma sempre perfettamente coerenti e contenuti, ecco gli Stones della leggenda: il volgare e lussurioso protagonista di Stray Cat Blues (che spiega come bombarsi una groupie quindicenne “non è un crimine capitale”) convive con l’ode ai lavoratori che chiude l’album (“Raise your glass to the hard working people” cantano Mick e Keith, e per la prima volta al chitarrista viene concesso uno spazio alla voce), ode che tuttavia è intrisa di cinismo: Jagger alza il bicchiere per brindare, ma sa che ha un potere che la classe operaia non potrà mai fare nient’altro che sognare. “Well, what can a poor boy do, ‘xcept to sing for a rock n’roll band?”, si chiede il futuro Sir Jagger nella splendida Street Fighting Man, un altro classico eterno forse poco convincente nella carica politica (fu scritto in occasione delle proteste contro la guerra in Vietnam), ma certamente potentissimo nell’ispirazione dei ragazzi di tutto il mondo a imbracciare le proprie chitarre. Beggars Banquet è il disco della maturità, forse il più perfetto dei cosidetti “Big 4” (oltre al citato, “Let It Bleed”, “Sticky Fingers” ed “Exile On Main Street”) e quello che ha definitivamente consegnato alla leggenda i Glimmer Twins.

DATA D’USCITA: 6 Dicembre 1968
ETICHETTA: Decca