The Cure: 30 anni di Disintegration

È il Maggio del 1989. Il Napoli è in finale di Coppa UEFA, su Rai Tre muove i primi passi uno dei migliori format di sempre, “Blob”, e a me manca un mese prima di nascere. A parte ciò – e soprattutto – il pianeta è in pieno cambiamento, gli equilibri geopolitici, per come li hanno conosciuti le generazioni intorno alla seconda guerra mondiale, stanno per variare clamorosamente; e i Cure sono una band ormai arcinota. In circolazione da appena dieci anni, sono già stati protagonisti di una memorabile transizione che li ha condotti dal post punk degli esordi alla darkwave, dalla darkwave al pop lungo una striscia vincente di sette LP. Pensate se un gruppo avesse inanellato oggi una simile fila, oggi che in genere si va (ancora) in brodo di giuggiole se al secondo disco compaiono le tastiere. E non solo. Pensate se, all’ottava prova, i nostri ignoti tirassero fuori una cosa come Disintegration. Un concept che riassume in qualche modo un’intera carriera sino a quel punto, che la porta simultaneamente a uno step successivo e che suona, ciononostante, come un prodotto completamente nuovo.

Rispetto al 1979, Robert Smith e Simon Gallup sono gli unici membri saldi in cabina di controllo. Lol Torhust è stato sostituto da Roger O’Donnell, mentre Porl Thompson e Boris Williams resistono in line up da alcuni anni. Questo quintetto scriverà uno dei più grandi capolavori della storia del rock, probabilmente il più grande tra i trionfi dei Cure stessi.

Personalmente, adesso come quando lo ascoltai per la prima volta, a quattordici anni, se penso istintivamente a un trittico d’apertura capace di piallare emotivamente l’ascoltatore, penso a Plainsong, Pictures Of You e Closedown. Tre opere d’arte in fila profondamente differenti tra loro, eppure meravigliosamente vincolate l’una all’altra. Tre delle liriche più strazianti mai uscite dalla penna di Sir Robert – uno che in materia, nel corso di un’attività che dura quasi da mezzo secolo, ha preso residenza nell’Olimpo. Siamo nel territorio che dalla psichedelia oscura slitta al pop strumentale, con in mezzo forse il migliore tra tutti i singoli della cura.

Con Lovesong si apre un secondo capitolo, immaginariamente composto da altri tre pezzi come ogni gradino del lavoro in toto. Insieme a Lullaby, siamo certamente nel suo cuore maggiormente radiofonico, con la freccia Last Dance a ricalibrare l’arco su tinte inopinatamente nere. Dopo l’energica Fascination Street, cavallo di battaglia di tutti i live da quel momento innanzi, la durata delle canzoni sale oltre i sei minuti – come accaduto in precedenza solo con Pictures Of You. Lo sposalizio Prayers For RainThe Same Deep Water As You avviene all’insegna dell’oppressione, marcando l’apice di asfissia che la premiata ditta regala all’ascoltatore.

Per riaffiorare dalle acque – come d’altronde suggerisce la cover stessa, magnificamente iconografica, dell’album – bisogna attendere l’unduetrè conclusivo, solo apparentemente più speranzoso e a tratti leggero. Il processo di frantumazione è avvenuto, Disintegration e Homesick ci mettono sopra una croce quasi perentoria. Ma è Untitled – non a caso, appunto, senza titolo – a sancire la fine del sogno/incubo, il rientro al reale ch’è tuttavia specchio dell’onirico. In molti, moltissimi conoscono a memoria i testi delle glorie più note, ma forse in pochi ricordano le ultime parole di questa pietra miliare, che val citare per distinguersi un tantino e tenere a mente la tensione compositiva che accompagna il long play sino alla nota tombale: ”Hopelessly fighting the devil / Futility / Feeling the monster / Climb deeper inside of me / Feeling him gnawing my heart away / Hungrily / I’ll never lose this pain / Never dream of you again”.

È il Maggio del 2019. Quel dolore, effettivamente, non ha mai lasciato in pace Robert Smith – che non si è mai, da grande artista qual è, voluto far lasciare in pace a sua volta. Il Napoli arriva da anni secondo in campionato, deludendo regolarmente le aspettative europee. Il pianeta è sempre in pieno cambiamento, ma stavolta a saltare sono piuttosto gli equilibri climatici, divenuti tema di grande attualità. “Blob”, Dio lo abbia in gloria, è ancora là: miracolosamente al suo posto, su Rai Tre. Io sto per diventare zio per la prima volta. E i Cure, entrati da poco nella Rock & Roll Hall Of Fame, daranno a breve alle stampe il loro quattordicesimo disco in studio. Neanche stavolta, con ogni probabilità, sarà migliore di “Disintegration”.

DATA D’USCITA: 2 Maggio 1989
ETICHETTA: Fiction