Home EXTRA ANNIVERSARI The Jesus And Mary Chain: 35 anni di Psychocandy

The Jesus And Mary Chain: 35 anni di Psychocandy

“The Jesus And Mary Chain Riot”: fu questo il titolo usato dai giornali per raccontare le scene di una violenza incredibile verificatesi il 15 Marzo 1985 ad un concerto al North London Polytechnic della band scozzese, fondata dai fratelli Jim e William Reed e completata all’epoca dal bassista Douglas Hart e dal batterista Bobby Gillespie, leader degli ancora acerbi Primal Scream. Dopo questo grave avvenimento, con due soli singoli pubblicati, Upside Down e Never Understand, i The Jesus And Mary Chain decisero di fare una prima gita a New York grazie alla promoter Ruth Polsky, nota per aver scritturato negli States numerosi artisti inglesi tra cui gli Smiths e aver organizzato il tour, purtroppo mai avvenuto, dei Joy Division.

Il viaggio attraverso gli eccessi americani e la perdita definitiva di innocenza ricondusse il quartetto nei Southern Studios di Londra, pronto per finire di lavorare al disco di debutto, Psychocandy. Album cardine del noise pop, comprende dettagli post punk, alternative rock e innumerevoli influenze sixties che includono il pop di band come Beach Boys e Shangri-Las, lo sperimentalismo dei Velvet Underground e degli Stooges, il Wall Of Sound sviluppato dal produttore Phil Spector in materia di registrazione. Il gruppo ha giocato molto sull’effetto Larsen, più comunemente detto feedback acustico, sfruttandolo su più livelli e sovrapponendo distorsioni e riverberi, gettando così le basi per la nascita dello shoegaze. Altri fattori distintivi dei Mary Chain sono brevità e semplicità: il lavoro è infatti composto da quattordici brani, ma ha una durata totale di poco meno di trentanove minuti ed è fondato su ben pochi accordi.

Ad aprire le danze sono le atmosfere dark della stupenda Just Like Honey, il cui riff di batteria in apertura appartiene alla “Be My Baby” delle Ronettes, simbolo dello stile di produzione di Spector. Si succedono in un battibaleno la frenesia collocata tra punk e noise surf di The Living End, che reinventa e velocizza un celebre passaggio sonoro della “Spirit In The Sky” di Norman Greenbaum, le chitarre distorte della più pesante Taste The Floor, il bubblegum pop di The Hardest Walk e le quiete melodie della più minimale Cut Dead.

Ritornano i ritmi dinamici e distruttivi con In A Hole, interrotti dalla traccia più breve dell’album Taste Of Cindy, per poi accelerare di nuovo al massimo nella ribelle Never Understand, primo singolo estratto dal disco, di grande importanza per il particolare uso del feedback sulla chitarra. Si prosegue con il pop rumoroso di Inside Me, la psichedelica Sowing Seeds e la stravolgente My Little Underground. Il turbinio finale vede susseguirsi l’allucinata You Trip Me Up, le avarie di Something’s Wrong e la chiusura degenerata di It’s So Hard, unico brano cantato da William.

Fondamento proto-shoegaze, “Psychocandy” è in grado di catturare all’istante ogni volta “proprio come il miele” e all’ascolto vola via in un soffio: è il capolavoro rivoluzionario di una band che ha avuto – e ha ancora – una grande influenza su numerosi gruppi nel panorama alternative, dai più ovvi My Bloody Valentine, Slowdive, Lush ed M83, fino ad artisti di matrice industrial come i Nine Inch Nails.

DATA D’USCITA: 18 Novembre 1985
ETICHETTA: Blanco y Negro

Martina Vetrugno
Studentessa di ingegneria informatica, musicofila, appassionata di arte, letteratura, scrittura e tante altre (davvero troppe) cose. Parla di musica su Il Cibicida, Indiementia e con chiunque incontri sulla sua strada o su un regionale (più o meno) veloce.