
TRACKLIST: 1 Dal cranio 2 Finito questo 3 Fratello gentile 4 Odd man blues (Kill your song files) 5 Il deserto 6 To speak of love 7 Dite al corvo che va tutto bene 8 Hellequin Song 9 Le feste di ieri 10 Continuous lover, silent sister 11 Usa tutto l’amore che porto 12 Ceaseless and fierce 13 Tema di Laura 14 Stella & the Burning heart |
CESARE BASILE HELLEQUIN SONG (2006, Mescal)
Come si da voce agli sconfitti? Come si fa a cantare di quei vinti che ora ingollano la propria disfatta come fosse antibiotico? Come afferrare la solitudine per i capelli, spingerla con forza davanti allo specchio, e obbligarla a giudicarsi fino alla follia? Chiedetelo a Cesare Basile, o meglio, ricercatene la risposta tra le storie dolenti del suo Hellequin Song, affacciatosi al giorno durante i primi vagiti del 2006. Sono passati tre anni dall’epopea della morte di “Gran Calavera Elettrica” e di nuovo c’è che Cesare ha abbandonato Catania per trasferirsi a Milano. Qui ha fatto i conti con l’alito pesante dell’isolamento e con il formicaio esistenziale delle metropoli. Mille storie di uomini ridotti a carne sacrificale. Un esercito intero di soldati scalzi e feriti. Una frotta di spiriti domestici dal viso pallido.
Così, digitato il numero di telefono dei soliti “Other Strangers” (Marta Collica, Hugo Race, Giorgia Poli, Marcello Caudullo) ed, ovviamente, quello del fedele produttore John Parish (in regia anche per GCE), fatto fagotto per l’Esagono Recording Studio di Rubiera (RE), Cesare ha servito sul piatto un pugno di canzoni incollate attorno a due personaggi (in uno) che rappresentassero in maniere differenti il fantasma della decadenza. Uno è Hellequin, spettro medievale e principe dei morti in battaglia; l’altro è Arlecchino (evoluzione del precedente), mascherina carnascialesca tragicomica dal vestito rattoppato di stoffe vecchie. Dunque, il guerriero e il buffone, il condottiero malvagio ed il triste imbroglione, l’alfiere e la maschera. Dunque il perdente che muore, sorride, si rialza, muore nuovamente. Le canzoni di Hellequin sono un’antologia della sconfitta, un’apologia della resa, una sorta di cristologia metropolitana. Ogni storia che racconta è una pagina di un libro ingiallito e dimenticato. La “morte ad occhi aperti” di Fratello Gentile (dal sapor di De Andrè), la ragazza che nasconde alla gente le sue dita amputate (Dite al corvo che va tutto bene), le nostalgie incontrollabili (Le feste di ieri), gli amori martellati via (Dal cranio) e la natura in difetto degli uomini (Finito questo) sono narrati con la solita delicatezza espressiva di Basile e dagli arrangiamenti a costante “presa diretta”, marchio di fabbrica del lavoro artigianale di Parish.
Il colore delle parole è scuro. Il sapore dei pianoforti, delle chitarre acustiche, dell’organo e degli altri ingredienti, è carico. La musica è sussurrata, addolcita dai pizzicotti di banjo, westernata negli episodi in inglese, graffiata nelle scorribande del carro d’Arlecchino (Hellequin Song) e ne Il deserto affidata ad un valzer agrodolce. Un disco dai colori più scuri, si diceva, ma che da questi fa trapelare un cuore commosso, una luce brillante e una rabbia strozzata. Con fortissimo anticipo, nomination per miglior disco italiano del 2006.
Nota 1: Hugo Race presta la sua voce roca in due dei cinque blues in inglese presenti nella tracklist. L’ascolto di questi “ululati dell’anima” riporta, in maniera efficacissima, alle tristezze languide di Tom Waits e alle più recenti parabole, sporche di polvere, delle Desert Session (QOTSA, Lanegan, PJ Harvey)
Nota 2: Manuel Agnelli ai cori sgualciti di “Fratello Gentile”.
A cura di Riccardo Marra |