Beatrice Antolini: «La bambina prodigio che divenne dark lady»

Beatrice Antolini è una tipa tosta. Lo dimostra da quando, a tre anni, cominciò a suonare il pianoforte. Lo dimostra su disco, in modo particolare nel suo ultimissimo “A Due”. Lo dimostra dal vivo, con performance intensissime che ne hanno fatto in breve il nuovo fenomeno al femminile dell’underground italiano. E lo dimostra anche in questa intervista concessa a Il Cibicida, in cui parla della sua ultima creatura, delle proprie influenze e di tanto altro che la riguarda. Palesando, ancora una volta, di essere a tutti gli effetti uno degli astri nascenti della scena “alternative” nostrana.

Hai composto il tuo nuovo lavoro, “A Due”, praticamente da sola… Chi è il “due” allora? Insomma, spiegaci un po’ il titolo dato all’album…
“A due” vuol dire tante cose: riporta alla seconda ottava del pianoforte cioè al la 2 (A2) che è quella da cui parto di più, un Dio, un dovuto, un debito, una necessità, e poi riporta alla mia idea di uno che è due. Anche perchè poi c’è il mio nome che è composto da B e A. Insomma qualcosa che abbia a che fare con qualcosa in perenne cambiamento come una persona con più personalità che però ha un suo universo ben definito (so che è complicato, lo è anche per me).

Hai intenzione, per il futuro, di affidarti al supporto di una band anche nell’intimo dello studio di registrazione oltre che nelle esibizioni dal vivo?
Non lo so, per adesso preferisco suonare tutto io, per il futuro vedrò. Ho sicuramente intorno degli ottimi musicisti!

In che direzione si è evoluto il tuo modo di scrivere i testi delle canzoni da “Big Saloon” a questo “A Due”?
Sono diventata più “minimale”, nel senso che preferisco aggiungere meno arrangiamenti melodici ma comunque tantissime tracce soprattutto di ritmica. In generale, sto iniziando a prediligere la ritmica, il cosiddetto groove. In fondo sono batterista…

Quale collaborazione ti ha lasciato di più in termini di ispirazione?
Tutte le collaborazioni mi hanno lasciato delle cose importanti, e mi hanno fatto riflettere ed insegnato molte cose. Ne farei di continuo!

Girovagando per la rete si legge che dal punto di vista musicale hai ricevuto una istruzione di stampo “classico”. Quanto incide quel tipo di ascolti/formazione nel lavoro della Beatrice Antolini che conosciamo?
Magari prima molto, adesso che non studio quasi più per niente, perchè non ne ho il tempo, credo che influiscano più gli ascolti e quello che mi viene da fare suonando. E’ tutto molto spontaneo, non ho dei riferimenti, ho dei gusti musicali a volte che non assomigliano a niente, perchè sono la mia musica.

Com’è nata l’idea del “LiveCast Tour”, questo tour virtuale organizzato sul web?
E’ stata un’idea di Paolo Naselli Flores, ovvero Urtovox, sviluppata e resa possibile da Michele Faggi di Indie-Eye che già aveva creato un format relativo alle performance live di artisti da lui scelti; è un modo per far vedere come funzionano i miei live, per dare la possibilità a tutti di scegliere.

Durante i tuoi concerti ti si vede intenta in un rapporto quasi empatico con gli strumenti, in modo particolare la tastiera. Sei tu a suonare loro o gli strumenti a tirare fuori dalla tua persona le musiche? Sì, abbiamo assunto stupefacenti prima di scrivere questa domanda.
Chi è il vostro spacciatore? Direi che lo strumento è solo un mezzo. Io posso fare musica anche sbattendo le mani per terra. Gli strumenti da soli non suonano!

Ascoltando il tuo nuovo lavoro abbiamo trovato una comunanza di stile con l’esordio solista di Amanda Palmer (e di conseguenza anche col cabaret brechtiano dei Dresden Dolls). Hai ascoltato il suo disco?
Sì e credo che non c’entri nulla. Scusatemi.

Dacci i nomi di tre artisti il cui insegnamento lo consideri fondamentale per la tua musica, e magari spiegacene anche il motivo…
Pink Floyd, soprattutto il primo disco perchè è magia pura da tutti i punti di vista, anche produttivo. Stevie Wonder, perchè è Stevie Wonder. Bach, perchè è al di là dell’armonia classica.

Domanda di rito: se ti diciamo “Cibicida” cosa ti viene in mente?
Uno che ti ammazza a forza di darti da mangiare.

* Foto d’archivio

A cura di Emanuele Brunetto