Daughters: fuori dagli schemi per concetto. Una conversazione con Alexis Marshall

È strano, quando scrivi di musica da una ventina d’anni, parlare con un personaggio come Alexis Marshall, voce e autore dei testi dei Daughters. In primis perché è un autore dall’incontestabile integrità musicale e ciò significa, almeno in astratto, che discuterci è pericoloso. Pericoloso perché, se pensi in astratto al personaggio, sei sempre a un passo dal dire una cagata che lo farà innervosire, un qualcosa che denoti che hai frainteso tutto ciò che intendeva dire. Secondariamente, e stavolta non in astratto, perché nel loro ultimo album Alexis ha scritto The Reason They Hate Me, una feroce critica della critica (fino ad allora non esattamente lusinghiera con la band di Providence, nonostante non abbiano mai sbagliato un singolo colpo). “Don’t tell me how to do my job / You gimme-gimme son of a bitch”: tutti gli chiedono ultimamente di questo pezzo (l’ho fatto anche io, naturalmente). E poi c’è il nervosismo: You Won’t Get What You Want, ultimo album della band (qui la nostra recensione), è ancora più perfetto di quanto fatto sinora. E quanto fatto sinora era quasi dannatamente perfetto. Ecco, diciamoci la verità, è un cazzo di capolavoro punto e basta. E parlare con chi ha scritto un capolavoro è sempre un lavoro complicato. A dispetto delle elucubrazioni mentali pregiudizievoli, Lex è tranquillo, simpatico, sopporta le mie domande nonostante non stia benissimo, la sua voce è un po’ rauca, inscurita dalla tosse. Sarà la connessione attraverso la quale parliamo ma sembra Will Arnett, il doppiatore di Bojack Horseman, il che mi rende ancora più nervoso. Due idoli in una botta sola, cazzo.

Ciao Alexis, sono Nicola de Il Cibicida. Come va?
Tutto ok, tu?

Sto bene, grazie. Allora, possiamo iniziare?
Sì, iniziamo.

Va bene: come sta andando il tour?
Siamo a casa in questo momento e lo saremo fino a fine mese, siamo a metà tra un tour e l’altro al momento, quindi…

Com’è stato finora, impegnativo?
Sì, voglio dire, è stato… è stato fantastico. Sai, non avevamo mai fatto un tour così lungo… cioè non so se abbiamo mai fatto un tour così lungo, in ogni caso è passato tanto tempo. Sì, ne abbiamo ancora per un po’, ma adesso è un po’ diverso perché alla gente sembra importare di più. Un bel cambiamento.

Avete già progetti per un nuovo disco, finito il tour?
Sì, quando avremo finito… ci sono rimasti due tour per questo ciclo, torniamo in Europa e nel Regno Unito a metà Ottobre e poi ancora negli Stati Uniti a Dicembre. Finiremo il tour e poi inizieremo a lavorare al nuovo album, credo all’inizio del prossimo anno.

C’è ancora quell’enorme Dropbox con un centinaio di canzoni?
Sì, l’abbiamo ancora… abbiamo un sacco di roba, amico!

Ottimo! Ti aspetti che il suono sia diverso dal disco precedente? Avete intenzione di cambiare qualcosa? Avete modificato molto il vostro sound, ma i Daughters hanno ancora un suono definito nonostante i cambiamenti.
In fondo Daughters è solo un nome per il nostro collettivo. Non sono sicuro di cosa faremo, credo che proveremo qualcosa di diverso, ma chissà quanto diverso? Non lo so. Siamo abbastanza felici del suono dell’ultimo disco e sono sicuro che staremo ancora da quelle parti. Vedremo… Nel corso del tempo abbiamo variato tanto perché sono passati tre o quattro anni fra ogni singolo disco che abbiamo fatto.

Ovviamente ciò che accade nella tua vita può riflettersi sul suono, vero?
Certo, sì.

Penso che la maggior parte dei critici musicali siano più interessati alla propria voce che a ciò che stanno realmente ascoltando e di cui stanno parlando.

Ho letto che “Guest House”, che chiude l’album, è stata tra le ultime tracce registrate. Potresti parlarci l’iter dietro la registrazione del pezzo?
Uh… mi sa che il riff principale, il “verso” – se così vogliamo chiamarlo – lo abbiamo avuto fra le mani per un bel po’ ma siamo finiti con il ritrovarci qualcos’altro, cosa che non ho capito fino al mese scorso, quando Jon (Syverson, batterista della band, ndr) ed io ne stavamo parlando per qualche motivo. Era nel Dropbox con altra roba intorno e mi sono reso conto che ne avevamo una versione completamente diversa. Sì, abbiamo tenuto il pezzo in stand by per un po’, poi abbiamo messo insieme tutto e… credo di averlo scritto un’ora prima di iniziare a registrarlo. Per quanto riguarda l’inserimento sul disco, credo sia semplicemente successo, l’avevamo, buttata lì, e poi all’improvviso ci siamo resi conto di come fosse davvero un buon pezzo e che avremmo dovuto prestargli un po’ d’attenzione.

Succede spesso?
Sì, succede di tanto in tanto. A volte si lavora su qualcosa e poi si arriva a un muro, quindi la si mette di lato e si passa ad altre cose e magari la si dimentica. Poi ti ci imbatti e pensi: “Oh sì, qui c’è qualcosa di buono che forse vale il nostro tempo, dovremmo concentrarci per un po’ su questa cosa”. A volte capita di rimanere bloccati e non ha senso insistere, sperare che ne esca fuori qualcosa o forzare, altrimenti finisci per odiare quel pezzo.

Sì, se deve venir fuori verrà fuori…
Esatto. A volte la gente mi chiede consigli sulla scrittura. Non so se sono interessato a dare consigli ma… continua a scrivere, qualsiasi cosa tu stia facendo. Se rimani bloccato, continua a scrivere. Anche se non è niente di buono. E ci arriverai (tossisce, ndr). Scusa, a proposito, sto male, tossisco, sono a letto con i ghiaccioli.

Oh, mi dispiace, amico.
No, è fantastico, lo adoro. Adoro i ghiaccioli (ride, ndr).

Volevo chiederti questa cosa: sul vostro sito scrivete che “il miglior modo per descrivere la filosofia e il suono del quartetto è semplicemente rock’n’roll”. Ho adorato, questa frase, è come se non ci fosse una definizione per il suono della band se non “rock”. Puoi spiegarci meglio?
Credo sia una citazione di Nick (Nicholas Andrew Sadler, il chitarrista della band, ndr). Sai, il rock’n’roll fa tutto con una chitarra, è come se tutto ricadesse sotto quella bandiera. Quindi preferirei non definirci in nessun altro modo, penso solo che siamo una band che sta facendo un po’ di musica. Non credo ci sia bisogno specificare un genere o un posto dove collocarsi, il rock’n’roll è rock’n’roll, mi sta bene che la gente sia costretta ad ascoltarci e a sforzarsi per decidere cosa diavolo stiamo facendo esattamente. Siamo una rock’n’roll band e il rock’n’roll è una bandiera relativa a un milione di cose, che siano Elvis, Roy Orbison, Little Richard, Jerry Lee Lewis o, che ne so, i Radiohead o qualche altra roba. Credo che nessuno sappia più davvero cos’è il rock’n’roll.

A proposito di etichette, so che i vostri concerti sono abbastanza fisici, mi ricordano i vecchi concerti punk. Il punk significa o ha mai significato qualcosa per te, o è solo una di quelle etichette?
Credo che abbia significato qualcosa quand’ero giovane, ai tempi eravamo tutti in gruppi punk e hardcore, a metà degli anni Novanta. Allora significava qualcosa. Ma è come se avessimo scoperto che è solo un’etichetta, una classificazione, è come avere un particolare tipo di patente di guida, che ti consente di guidare solo quel tipo di veicolo. Non so, vorrei guidare anche qualcos’altro, mi annoio, sono stanco di tutto questo. C’è rimasta molta energia del punk, la nostra ideologia è punk… ma abbiamo preso qualcosa in prestito anche da altre parti. Ci sono radici ed esperienze che abbiamo avuto che sono rimaste con noi, l’esperienza in gruppi punk e hardcore è ancora dentro di noi, abbiamo tenuto alcune cose e abbiamo lasciato indietro altre. Il punk non ho più idea di cosa sia veramente, non credo sia alcunché.

Agli inizi incidevate per Robotic Empire, siete finite su due dei tre tributi ai Nirvana che l’etichetta ha pubblicato e la vostra canzone era chiaramente la migliore su entrambi i tributi. Quanto vi hanno influenzato, se l’hanno fatto?
Jon era un grande fan dei Nirvana quando l’ho conosciuto al liceo e a lui piacevano davvero in modo spaventoso (ride, ndr). Non so, sembravano fare qualsiasi cosa volessero fare e non si preoccupavano di cosa chiunque altro pensasse, erano una cosa a sé. Vengono definiti “grunge”, ma hanno preso davvero tanto in prestito dai Melvins, dai Killing Joke e da altri gruppi. Sono un pesce grosso in un laghetto, suppongo. Una grande band, ma non penso spesso “cosa farebbero i Nirvana in questo caso?” (ride, ndr). Abbiamo inciso delle cover per quei tributi perché Jon è un grande fan, Andy (Low, della Robotic Empire, ndr) e gli altri ci hanno chiesto di farlo e noi abbiamo accettato subito.

Adesso una domanda che ultimamente sembrano farti tutti, riguarda “The Reason They Hate Me”. Parla della critica musicale o, meglio, della critica d’arte, no?
Sì, immagino di sì (ride, ndr).

Pensi che esista un tipo “valido” di critica musicale? Ti capita di tanto in tanto di leggere qualche recensione e pensare “oh, quello che questo tizio ha scritto è fico, adesso vado ad ascoltarlo”?
Sono sicuro ci sia, sono sicuro che esistano delle qualità nel giornalismo musicale, da qualche parte. Ma non so, non mi interessano gli articoli di opinione. Mi piacciono le conversazioni, ma un sacco di gente pensa che il proprio intero output creativo sia parlare dell’output creativo altrui, e io non penso che ci sia qualcosa da guadagnare in tutto ciò. Ci sono persone che sono eloquenti, parlano bene e possono fare critiche e analisi interessanti e credo che, sì, siano interessanti e sia piacevole discutere con loro, ma alla fine tutto ciò non aggiunge nulla all’autore o all’arte nel suo insieme. Sono discussioni fatte affinché le persone ne estraggano piccole frasette, parole intelligenti o qualche cagata del genere, qualcosa che li faccia sembrare più intelligenti o che comprendano meglio degli altri, ma non c’è assolutamente niente da capire. Interpretala e goditela. Penso che la maggior parte dei critici musicali siano più interessati alla propria voce che a ciò che stanno realmente ascoltando e di cui stanno parlando.

Adoro la musica orecchiabile… merda, solo perché qualcosa è pop non è detto che non possa piacermi, non ho problemi ad ammetterlo. Voglio dire, mi piace il rumore ma apprezzo anche la musica pop…

Sì, credo sia proprio vero. Sei mai stato in Italia prima d’ora?
Sì nel 2004, se ricordo bene. Jon è la memoria della band, io non ricordo mai nulla, non so perché. Cioè, sono stato un alcolizzato per una buona parte della mia vita, quindi è per questo che non riesco mai a ricordare niente, ma sì, sono abbastanza sicuro di sì. Una volta, una volta.

Conosci qualche gruppo italiano? Ti piace qualcosa?
Credo che quel gruppo… gli Uzeda, vengano dall’Italia, no?

Oh sì, vengono da Catania, la mia città, amico!
Sono fantastici, sono una grandissima band. Loro sono i primi che mi vengono in mente, così su due piedi, mi piacciono davvero molto. Forse… i Mourn sono italiani? Sono tre ragazze e credo due di loro abbiano undici anni o giù di lì. Credo siano italiani (i Mourn sono in realtà catalani, ndr), sono bravi, una sorta di strano post pop, sono strani, dark, ganci fantastici e bella roba orecchiabile, dark pop o qualche stronzata simile, non so che diavolo di nome dia la gente alla musica.

Non credevo fossi il tipo da ganci interessanti…
Certo che lo sono! Assolutamente! Sai, sono cresciuto negli anni Ottanta, i Cure erano popolarissimi, la musica elettronica e la new wave erano dappertutto. Adoro la musica orecchiabile… merda, solo perché qualcosa è pop non è detto che non possa piacermi, non ho problemi ad ammetterlo. Voglio dire, mi piace il rumore ma apprezzo anche la musica pop, non le do troppo valore, non penso che abbia troppo da dire (ride, ndr)… ma è divertente da ascoltare.

Già, il pop è divertente da ascoltare, ma devo dire che anche i Daughters non scherzano. Lo saluto, gli faccio un milione di complimenti. Forse parlare con i propri idoli non è sempre una merda. Basta scegliersi gli idoli giusti. I Daughters saranno in Italia il 18 Ottobre al Locomotiv Club di Bologna.