Giardini di Mirò: il segno del tempo

L’ultima volta, Corrado Nuccini ce l’avevo al telefono per ragioni non convenzionali: tornavo in aereo a Roma da Catania e nel posto accanto al mio, seduto come un compagno di viaggio, ci stava il suo borsalino. Corrado lo aveva smarrito a Catania dopo un concerto e io glielo riportai in un acrobatico incrocio di appuntamenti. “Dallo a Mimì” – mi disse e così feci. Mimì Clementi si trovava nella Capitale e la consegna avvenne precisa neanche fossimo corrieri della droga. A quel tempo i Giardini di Mirò erano fermi da un po’, Corrado insieme a Clementi era occupato nei reading di “Notturno Americano” e Jukka in quelli di “Spartiti” insieme a Max Collini. “Good Luck” del 2012 era un ricordo un po’ datato e “Rapsodia Satanica” un disco delizioso, ma certamente legato alla sonorizzazione nei teatri del film muto di Nino Oxilia. I tempi passano, cambiano. In un batter d’occhio ti accorgi che se alzi lo sguardo trovi dei grattacieli a sovrastare il tuo campetto impolverato di periferia. Succede nella copertina del nuovo album, Different Times (qui la nostra recensione), che ci restituisce una band unita e ispirata (e tra pochissimo anche in tour). Gente di provincia (e Dio solo sa quanto è cambiata anche la provincia italiana!) con un pugno di note post rock tra le dita e un cuore cavo riempito di brillante oscurità, l’ossimoro non è casuale. Il tempo, i tempi, lancette di esistenza. Si riparte da qui, ma si riparte. Ed è già una grande notizia.

Corrado, la parola “time” compare molte volte nei vostri dischi. Nel nuovo album assume il ruolo di concetto. Vi spaventa il passare e il cambiare del tempo? O forse è solo nostalgia?
Non so, tra noi abbiamo interpretazioni diverse. In generale siamo un gruppo con un approccio istintivo sulle cose e sul significato dei testi. Ci buttiamo, non rimestiamo molto. Però è vero che il tempo torna spesso nei dischi dei Giardini, forse perché è un concetto universale, frequente anche nella grande poesia o nella musica popolare. Nel mio caso il tempo non assume mai toni nostalgici, anzi il titolo “Different Times” lo vedo come manifesto di contemporaneità. Il tempo nel suo continuo rinnovarsi, attimo per attimo, sempre attuale. Un tentativo di rinnovarci e cercare di essere attuali nella contemporaneità, capisci? Ti dico la verità, all’inizio pensavamo fosse un titolo che non “forasse” tipo “Punk… Not Diet!”, e invece no, la risposta sembra positiva. Il tempo, il cambiamento sono elementi che toccano le persone, che creano una forte empatia.

Diciamolo, nei centri sociali la musica facile difficilmente trovava ospitalità. Oggi invece sono frequenti gli sconfinamenti, vedi i Måneskin che suonano al Lokomotiv, un locale che fino a dieci anni fa era territorio esclusivo di musica alternativa.

Soprattutto se gli associ un’immagine vincente: la copertina di Simone Mizzotti.
Esatto, eravamo alla ricerca di una foto che rappresentasse tutto questo. Ci sono state alcune discussioni sulla cover, io avevo in mente un immaginario, qualcosa tipo le copertine dei dischi jazz di Thelonious Monk o di Coltrane, composizioni stranianti con dentro effigi che vanno da Gesù Cristo alle scale mobili, immagini che aprono a milioni di possibilità interpretative. Poi però ci siamo imbattuti nello scatto di Simone: questa periferia della Cina con campetto da calcio e grattacieli. Un’immagine che portava con sé qualcosa di naif e romantico che contraddistingue la nostra musica. Tra l’altro ho scoperto che la fotografia è attualmente in vendita a Modena, per chi fosse interessato…

A proposito di “tempi differenti”, erano quindici anni che non collaboravate con il produttore Giacomo Fiorenza, dai tempi di “Punk… Not Diet!”…
Beh sì, ma infatti il titolo è perfetto anche per lui, considera che dal suo studio passa gente come Calcutta, Cosmo, Any Other, insomma tutte nuove generazioni di musicisti che gestiscono la sala con una tempistica e una concretezza totalmente diversa dalla nostra. Noi da lui ci siamo presentati con pezzi grezzi di tredici minuti!

Vecchia scuola (ridiamo, ndr). Senti, ma vi sentite un po’ stranieri nel mondo della musica italiana di oggi? O era peggio in passato?
C’è questo bellissimo aneddoto dei Massimo Volume: raccontano che quando registrarono “Lungo i bordi”, convinti di aver fatto un capolavoro (che poi lo avevano fatto davvero, eh!), una sera in macchina vollero farlo ascoltare a Luciano Ligabue, all’epoca socio di Mescal. Ecco, lo ascoltarono tutto d’un fiato e alla fine Liga gli disse: “Ma veramente pensate di camparci con ‘sta roba qui?”. Questo succedeva vent’anni fa, quindi il confronto tra musica pop e musica sperimentale c’è sempre stato e anche la spaccatura.

Alcuni più che una spaccatura ci vedono una vera guerra dei mondi.
Beh, sì, un po’ c’è o forse è una sorta di invasione di territori. Io, ad esempio, rivendico molto di essere uscito dalla cultura anni ‘90 della musica alternativa che, appunto, si chiamava alternativa perché segnava un confine: “qui tu non entri”. Cioè, diciamolo, nei centri sociali la musica facile difficilmente trovava ospitalità. Oggi invece sono frequenti gli sconfinamenti, vedi i Måneskin che suonano al Lokomotiv, un locale che fino a dieci anni fa era territorio esclusivo di musica alternativa. Quindi il conflitto c’è. Poi chiaramente i modelli di successo portano soldi e spostano l’attenzione di chi lavora nell’ambito. Però, ad esempio, la 42 Records grazie ai profitti che riesce a fare con i progetti più pop poi può permettersi di produrre i dischi di Giardini, Massimo Volume o Any Other. Quindi va bene così…

Nell’album sembra quasi che il vostro ambiente, quello della musica alternativa, lo abbiate voluto preservare con le collaborazioni con Glen Johnson (Piano Magic) e Robin Proper-Sheppard (Sophia).
È vero, lo confesso, quel mondo cerchiamo di tenerlo assieme perché è il nostro mondo. Pero è anche vero che in Don’t Lie abbiamo chiamato a cantare Adele di Any Other che ha aggiunto contemporaneità e freschezza al pezzo. Quando chiami qualcuno a dare voce ai tuoi pezzi cerchi chi ti assomiglia, chi ha un percorso simile al tuo. Voglio dire, Salmo su un pezzo dei Giardini non so se avrebbe senso.

Torniamo al tempo. Siete sempre stati un gruppo dalle grandi discussioni interne, una volta mi diceste che le “dividing opinions” sono soprattutto quelle tra di voi. È possibile però che i contrasti siano il motivo per cui siete ancora vivi e ancora qui?
Confermo. I motivi per stare assieme devono sempre stare, anche di un millimetro, sopra quelli di conflitto. Però dietro c’è anche una grande amicizia e il fatto che nessuno di noi, anche nei progetti solisti, ha intrapreso strade radicalmente diverse dal tracciato. Mi viene in mente Cosmo quando si staccò dai Drink To Me.

Parliamo di voce, un tema sempre un po’ tormentato per i Giardini di Mirò. Cantare o non cantare? Questo è il problema. Da qualche tempo però sembra vi siate pacificati e anche in questo disco ci sono cantati di tutti i tipi perfettamente armonici al progetto.
È stato un lungo percorso di avvicinamento. Ricordo quando dopo l’uscita di “Rise and Fall…” ci dicevano che sembravamo “i Mogwai italiani”. Poi venne “Punk… Not Diet!” e il canto di Alessandro Raina ci aiutò a cambiare. Oggi siamo un gruppo atipico, spurio, e, ti assicuro, per nulla tormentato dal tema della voce. Anche dal vivo, dove inizialmente potevamo avere qualche difficoltà in più.

A proposito di voce, in “Pity The Nation” riprendete il parlato e la poesia politica di Lawrence Ferlinghetti. Ok, non è un tema nuovissimo, ma sentite che siano tempi (ancora il tempo!) in cui è giusto che la musica dia un contributo maggiore a livello politico?
Mi piace una frase di Thom Yorke: “Il nuovo fascismo è legato all’irresponsabilità”. In generale non amo la musica che parla di politica, mi annoia. Ma filtrare idee politiche quello sì, la musica lo ha sempre fatto, anzi addirittura spesso le ha anticipate. Di Pity The Nation di Ferlinghetti colpisce la semplicità, lui scrive “pietà per la nazione in cui i leader sono dei bugiardi e i ciarlatani urlano alla radio”. Noi però non indirizziamo questa canzone a nessuno, né a Salvini, né a Trump, né a Putin. Il nostro destinatario è un archetipo, un modello di mondo che non condividiamo. Tornando alla tua domanda, sì, penso che oggi la musica un pezzettino di politica lo debba mettere sul piatto, poi certo non cambierà le cose.

In generale non amo la musica che parla di politica, mi annoia. Ma filtrare idee politiche quello sì, la musica lo ha sempre fatto, anzi addirittura spesso le ha anticipate.

Ultima domanda, avete diffuso le date di questo vostro mitologico tour in Cina. Com’è nato il tutto?
La Cina è un mondo in espansione, lì sono onnivori di tutto. Sono stati loro a cercarci un anno fa perché stavano lavorando a un almanacco del post rock e avevano bisogno di una nostra foto e bio. Pensa, volevano gli mandassimo anche un messaggio di saluto ai fan cinesi. Tempo dopo poi ci hanno detto che stavano sviluppando una rete di tour e festival. Andare lì sarà un’esperienza bella ed esotica. Il loro è un pubblico non assuefatto, con orecchie vergini rispetto al post rock e agli altri generi che in Occidente conosciamo a memoria.

E se, una volta arrivati a Pechino, aprendo la valigia, scoprite che Max Collini si è imbucato per venire con voi?
Eh, sarebbe un problema, un grosso problema!