Mudhoney: un nuovo album e 30 anni di attitudine punk. Mark Arm si racconta

Molto prima che i Nirvana rivoluzionassero tutto, subito dopo lo scioglimento di quei Green River da cui partì anche l’epopea dei Pearl Jam, i Mudhoney furono tra i primi a firmare per la Sub Pop, ormai più di 30 anni fa. Mark Arm, Steve Turner, Dan Peters e Matt Lukin (poi sostituito da Guy Maddison) hanno affrontato e perfezionato l’ibridazione tra il punk rock e il rockismo degli Stooges, con una ricetta che stanno ancora utilizzando con grande efficacia. Il loro ultimo full lenght, Digital Garbage, è uscito lo scorso 28 Settembre ed è “uno sguardo su ciò che circonda una band di ultracinquantenni alle prese con un mondo che precipita in un baratro di inconsistenza sociale e culturale” (dalla nostra recensione del disco). In attesa delle tre date italiane in programma a Novembre, abbiamo raggiunto Mark Arm al telefono negli uffici della Sub Pop per parlare un po’ del nuovo album ma anche di società, musica di protesta e pezzi di storia dell’alternative americano.

Mark, partiamo dal titolo dell’album, “Digital Garbage”: è perfetto per riassumere il substrato sociale degli ultimi anni, sembra un manifesto più che il titolo di un album…
“Digital Garbage” è una reazione di dissenso alla società attuale, fatta quasi esclusivamente di contenuti che nella migliore delle ipotesi non fanno altro che impadronirsi delle nostre giornate, facendoci concentrare esclusivamente su uno schermo e spostando l’attenzione su cose totalmente inutili. In particolar modo la quarta traccia del disco, Kill Yourself Live, rende l’idea del mondo come di una grande discarica cibernetica.

Probabilmente siamo talmente tanto assuefatti alle atrocità che non ce ne accorgiamo neanche quando gli passiamo accanto.

Il brano fa riferimento all’omicidio di Philando Castile, il cui assassinio arbitrario da parte di un poliziotto è stato filmato e condiviso in diretta su Facebook dalla moglie. Sembra una critica all’utilizzo maniacale dei social network, ma non credi che in questo caso specifico la condivisione di quanto stesse accadendo possa essere stata utile per mostrare a tutti una violenza ingiustificata?
Assolutamente sì, in questo caso. C’è un verso, all’interno della traccia, ovvero “Smash your tail light and drive, ‘til you get pulled over”, che fa riferimento a quanto successo durante quei minuti di violenza gratuita. Il nostro intento è quello di enfatizzare tutto ciò che è assurdo. Personalmente trovo scandaloso che una tale dimostrazione di illogicità non generi lo sdegno di chi si trovi a passare fisicamente da lì, ma che occorra far girare il filmato affinché lo possano vedere migliaia di utenti. Probabilmente siamo talmente tanto assuefatti alle atrocità che non ce ne accorgiamo neanche quando gli passiamo accanto.

Ascoltando “Digital Garbage” si percepisce una bella sensazione d’istintività, uno stile autentico come nei vostri primi album. Contiene rabbia e dissenso, ma allo stesso tempo incarna il desiderio di quattro musicisti di creare nuova musica a oltre 30 anni dalla prima volta.
Per noi è autentico, ma non posso essere sicuro che chiunque l’ascolti abbia la stessa percezione, non c’è molto che possiamo fare riguardo a come viene interpretato ciò che suoniamo o diciamo. Lavorare ancora insieme con nuovo materiale tra le mani è sempre un’esperienza eccitante, per me l’album è autentico e anche per il resto della band.

Per Il Cibicida è autentico!
E per me è molto importante che voi lo percepiate così!

Gli schemi ricorrenti nell’album sono piuttosto espliciti: dal rapporto malato tra tecnologia e morte alle distorsioni dei dogmi religiosi, fino al populismo della classe politica americana. Se, invece, fossi un giornalista musicale, cosa diresti di “Digital Garbage”?
Sono troppo coinvolto per essere oggettivo, come invece mi auguro che sia un vero giornalista. Ad ogni modo, se fossi un giornalista direi che questo è il miglior disco mai scritto.

Il migliore della vostra carriera?
No, è il miglior album di sempre! Penso che se fossi un giornalista musicale sarebbe questa la mia recensione.

Negli ultimi anni molti artisti hanno creato nuovo materiale ispirati dal dissenso per i mutamenti politici negli Stati Uniti e in Europa (Mavi Staples, Godspeed You! Black Emperor, Moby, etc.), ma la protesta più forte è arrivata dall’hip hop. Si tratta di album e artisti completamente diversi: pensi ci siano esperimenti o suoni più incisivi di altri per descrivere questo stato di disagio?
Non penso che un genere possa essere considerato più efficace di un altro per esprimere un sentimento di protesta. Non considero valido tutto il materiale che viene distribuito oggi, ma anche se solo il 20% di ciò che viene prodotto risulta di buona qualità è per merito del singolo artista e non del genere musicale, che sia rock o hip hop poco importa.

Ho letto tra le tue interviste passate che negli anni ’80 i tuoi punti di riferimento erano, oltre agli Stooges, Black Flag, Misfits, Alice Cooper e Black Sabbath. Oggi cosa preferisci ascoltare? Esiste qualcosa/qualcuno tra le nuove leve che t’incuriosisce?
La musica mi dà conforto, ogni tanto mi piace tornare indietro per riascoltare gli album che avevo apprezzato in passato, le nuove uscite discografiche contengono troppe tracce sull’amore, mi annoiano un po’. Sono un grande fan di Ty Segall, mentre per quanto riguarda il jazz mi piace molto Kamasi Washington, mi ricorda qualcosa a metà tra Carles Santos e John Coltrane, con un pizzico di tocco corale.

La tua storia è legata a doppio filo con quella della Sub Pop. In questi anni avete avuto una relazione tormentata, ma ad Agosto siete stati headliner durante SPF/30, le celebrazioni per i 30 anni della label. Come riassumeresti il rapporto tra i Mudhoney e la Sub Pop e tra Mark Arm e la Sub Pop?
Il rapporto con la Sub Pop è molto saldo – sono qui a lavoro da loro mentre parliamo – e tutti i ragazzi con cui abbiamo lavorato per l’album sono rimasti molto soddisfatti… quantomeno mi auguro che non me lo dicano solo per farmi stare bene! Noi non eravamo gli headliner, c’erano tre palchi in cui si sono esibiti anche altri artisti, ma effettivamente ci siamo sentiti come fossimo headliner!

Ogni tanto mi piace tornare indietro per riascoltare gli album che avevo apprezzato in passato, le nuove uscite discografiche contengono troppe tracce sull’amore, mi annoiano un po’.

I Mudhoney sono in tour da oltre 30 anni, la tua musica ha attraversato quasi due generazioni, con il tour di “Digital Garbage” che è appena iniziato. Qual è la differenza tra il pubblico che vi seguiva negli anni ’80 e ’90 e quello che viene oggi ai vostri concerti?
Durante i primi live della nostra carriera il pubblico era nostro coetaneo, cresceva insieme a noi e alla nostra musica. Il pubblico che segue oggi le tournée dei Mudhoney è molto vario, una delle cose che ci piace di più è avere la possibilità di rivolgerci anche a una platea molto più giovane ma davvero appassionata di rock.

Un’ultima domanda, Mark: cos’è sopravvissuto del grunge?
Suppongo che prima di tutto sia sopravvissuta la musica, non è morto tutto ciò che gravitava attorno al grunge. La prima band che ascoltai furono i Melvins, era il 1984 e sono ancora vivi, la loro musica è viva e va ancora fortissimo.