Orville Peck: il fuorilegge emotivo del country

Orville Peck è un artista bizzarro, un fuorilegge emotivo, contornato da un’aura a cavallo tra ironia e mistero. Un hip-cowboy dalla vocalità liquida e sensuale, mascherato come un personaggio pirandelliano, che mette in scena spettacoli grotteschi e atmosfere prese in prestito dal passato. Il suo album di debutto, Pony, uscito il 22 Marzo per Sub Pop Records (qui la nostra recensione), è una commistione tra alt-country, showgaze, ballate iconiche, racconti di vendette, amori e personaggi ai margini della società. Peck arriverà in Europa a Ottobre, portando con sé le sue inseparabili maschere di pelle e frange. Noi lo abbiamo intercettato nel bel mezzo del tour, tra un sold out e le date in supporto a Lord Huron e Calexico e Iron & Wine, ed ecco cosa c’ha raccontato.

Orville, il tuo album di debutto  rispolvera uno dei generi meno seguiti dalle nuove generazioni: il country. Poteva trattarsi di un fallimento totale, invece si è rivelato una piccola meraviglia con un notevole riscontro da parte del pubblico. Perché hai scelto il country? Che legame emotivo c’è tra Orville Peck e la musica dei cowboy?
Adoro da sempre la musica country ed è un genere con cui mi sono voluto cimentare. Fin da quand’ero piccolo sono stato circondato dalla tradizione country, con tutte le sue contraddizioni. Da bambino ero affascinato dalla figura del cowboy e da quello che rappresentava nell’immaginario collettivo: travestirmi da cowboy era una delle cose che amavo di più.

Il titolo del tuo album d’esordio, “Pony”, nasconde significati diversi a seconda della prospettiva da cui lo si ascolta…
Pony è un termine che rifugge le etichette, riesce a contenere simbolismi diversi per persone diverse. Può indicare qualcosa di minuto, un’indole solitaria, una situazione o una persona fuori contesto, qualsiasi cosa possa definirsi pittoresca, un omosessuale. Questi sono solo alcuni significati che io attribuisco alla parola Pony. Agli altri lascio piena libertà di declinarlo come meglio credono.

Il disco contiene tracce estremamente malinconiche, penso a “Dead Of Night”, “Queen Of The Rodeo” ma più di tutte è forse “Kansas” ad avere una vena di irrequietezza più marcata rispetto alle altre tracce, sarà per quell’effetto di sintonizzazione radio, più velato in apertura ma molto disturbato in chiusura. Perché questo contrasto tra la parte iniziale e quella finale?
Quell’effetto disturbante che hai sentito non è casuale: volevo che chi ascoltasse il pezzo lo facesse come se fosse in una macchina, da una vecchia autoradio mentre percorre un deserto e prosegue sempre più lontano, perdendo lentamente il segnale radio. “Kansas” non doveva avere una fine gradevole, doveva essere tagliata esattamente in quel modo e restituire una sensazione fastidiosa e implacabile.

Dov’è nata l’idea di girare il videoclip di “Dead Of Night” al Chicken Ranch, il leggendario bordello del Nevada, e com’è stata l’esperienza di lavorare con alcune delle ragazze del posto?
Sia le trame sonore di “Dead Of Night” che il testo hanno a che fare con il Nevada, la traccia racconta di due fuorilegge che attraversano quel deserto, quindi avevo già ben chiaro l’aspetto visivo quando l’ho scritto. Le ragazze sono tutte estremamente talentuose e gentili: lavorare con loro in quel posto ha significato molto per me, è stata una delle esperienze più straordinarie ed emozionanti della mia vita.

Hai lavorato su questo disco per un paio d’anni, com’è stato invece il processo di registrazione?
Registrare “Pony” è servito a rispecchiare il mio carattere selvaggio e solitario, il processo in studio di registrazione è durato in tutto circa un anno e si è sviluppato lungo due differenti coste. La maggior parte di “Pony”, però, è stato registrato su una piccolo isola rurale nel Nord-Ovest dell’Oceano Pacifico.

Uno dei tuoi artisti preferiti, Roy Orbison, canta per i cuori solitari. Sembra che tu invece stia cercando di capire come sia possibile mantenere saldo un legame nel ventunesimo secolo e l’effetto che questa ricerca provoca in te…
Penso che sia difficile per qualcuno come me sentirsi appagato da qualcosa o da qualcuno. Sono abbastanza instabile, ho viaggiato in giro per il mondo fin da quand’ero piccolo e continuo a farlo. Questo ha fatto sì che sviluppassi una solitudine e un’inquietudine innate, mi ritengo anche estremamente diffidente e faccio fatica ad accogliere qualcuno nella mia vita. Penso che questi lati del mio carattere, combinati con la mia natura da cowboy, possano rendere difficile ogni tipo di relazione.

Da Aprile il tuo tour negli Stati Uniti è sold out. I tuoi spettacoli dal vivo, così gotici, intimi e divertenti, si adattano perfettamente a luoghi accoglienti, ma se il tuo successo dovesse portarti a esibirti in posti più grandi, di fronte a migliaia di persone, come cambierebbe la tua performance?
Qualora dovesse capitarci di esibirci in posti più grandi penso e spero che riusciremo a mantenere la stessa energia e concentrazione che abbiamo durante i live di questi mesi. Fino a oggi riesco a creare un bel contatto con il pubblico, una cosa cui tengo molto è cercare di stabilire un contatto visivo con il maggior numero di persone possibile durante l’esibizione: penso che aiuti tutti noi – band e pubblico – a raggiungere lo stesso livello di energia e di connessione durante lo spettacolo.

Il tuo approccio alla composizione dei testi e alle esibizioni richiama lo stile di John Waters e non per quell’atmosfera cinematica ma per lo stile di confine: in bilico tra terre e terra, con protagonisti desolati e affascinanti allo stesso tempo. C’è qualcosa che ti ha influenzato di più ma che per qualche motivo è rimasto latente?
Penso di essere molto attratto da persone e situazioni che appaiono come normali ma che in fondo sono fuori dal comune. Mi lego molto alle storie di chi vive ai margini, a chi subisce discriminazioni ed è vulnerabile. Queste persone tendono a vivere nell’ombra e sono convinto che quelle realtà siano molto più affascinanti di chi vive ostentando benessere e normalità.

Hai appena aperto i live dei Lord Huron. Com’è iniziata questa collaborazione?
Ci è stato chiesto di fare da support per il loro tour e io sono stato felicissimo di accettare: ero un fan dei Lord Huron già da un po’ e ovviamente ho accolto la proposta con grande entusiasmo.