The Winstons: «Più incoscienti e giovani degli adolescenti»

29/01/2016: Sono fortunato, vittima di una strana malia o forse dei vapori derivati da quanto ho ascoltato e visto con grande piacere. Non so quale delle possibilità sia corretta, ma so che questo strano ascendente mi ha concesso di intervistare i The Winstons (Enrico Gabrielli, Roberto Dell’Era, Lino Gitto) dopo l’ultima data nel Sud Italia del loro tour. Siamo a Bitonto, in provincia di Bari. I tre avanzano e m’invitano a sedermi con loro a un tavolo tranquillo. L’aria che si respira è di mistero sospeso, quasi non avessero smesso di suonare e l’intesa si reggesse ancora tra i loro corpi, i loro sguardi, impalpabile. Enrico Gabrielli sorride ed è il primo a mostrare l’accoglienza che i tre musicisti mi rivolgono, mentre un cameriere si avvicina: ripone sul tavolo quattro pinte di birra e sono loro a dirmi che la quarta è per me. Ho scritto che sono un uomo fortunato e ora posso ribadirlo.

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Innanzitutto un grazie personale per questo lavoro. Sappiamo dell’ispirazione progressive canterburiana dei brani del vostro album omonimo, di quell’influenza che proviene un po’ dal Giappone, da quel quartiere di Tokyo dove si ascoltavano per strada “Tarkus” degli Emerson, Lake & Palmer e musiche di Morricone. Quest’ispirazione è confluita nella scrittura, di cui sarebbe interessante conoscere gli sviluppi, se costituiti più da un lavoro d’improvvisazione in sala prove o da una precedente costruzione individuale dei brani da parte del singolo autore.
E: L’album è nato in totale amicizia, con grande freschezza. Ci si conosce da un sacco di anni ma non avevamo mai fatto niente che fosse una band ben precisa, alla fine è stato come partecipare a un gioco tutti insieme, un gioco che conoscevamo molto bene e che fa parte di quel mondo lì in particolare, cui ci siamo ispirati. A livello compositivo ognuno ha portato delle cose, in maniera molto libera, però per qualche strano motivo ci siamo trovati molto in sintonia, per cui tutto il materiale s’incastrava bene. Poi abbiamo soltanto fatto un po’ di lavoro collettivo, di percorso. Lino ha portato una parte molto cospicua della zona psichedelica e anche scura, drammatica del disco, Robi ha la parte più soul, più singing.
R: Quando facciamo concerti mi sembra che io sia il poppettaro del gruppo, mi sembra di cantare le canzoni più pop. Ho prodotto pop per le radio mainstream, fondamentalmente l’abbiamo fatto per quello.
E: Quei brani lì sono sicuramente di radiofonia forte. Quelli più strampalati sono i miei ed è ovvio, sono uno che non è molto bravo nello scrivere canzoni e poi volevo chiudere il cerchio col Giappone perché appunto è nato tutto lì, quindi “Number Number”, in cui in realtà per metà brano canta lui (indica Roberto, ndr).

Rispetto alle vostre precedenti esperienze, questo nuovo progetto cosa ha tirato fuori di nuovo?
R: Il grande divertimento. Lo dicevo prima ai ragazzi, non mi sembrava di avere una band da quando abitavo in Inghilterra, dove si aveva molta meno percezione di quello che si doveva fare. Era una situazione completamente disorganizzata, in cui nessuno aveva la percezione del giusto o dello sbagliato per inserirsi nel mondo del lavoro (perché poi c’è anche quella cosa lì, cioè suonare per riuscire ad avere pubblico per guadagnare due cose), per cui lo si faceva sempre con un’idea totalmente innaturale, con un aspetto morboso nel rispettare la tua proprietà d’animo, di quello che hai sempre voluto fare. Poi, quando lavori nelle band avviate, c’è sempre una parte più aziendale, ma è normale. Molte band non vogliono mai parlare di questa cosa, cioè che quando entri nel mondo del lavoro c’è una parte aziendale molto forte. Per fortuna ne posso parlare adesso, perché non abbiamo alcun tipo di accezione ed è ovvio che questo rende tutto molto divertente. Avremmo fatto questo tour comunque, avremmo fatto comunque il disco e ci siamo ritrovati tra le mani una cosa che riteniamo magica. È una cosa speciale, ma certo non ci aspettavamo così tanto pubblico, così tanta risposta dalle radio, l’ufficio stampa ha lavorato da Dio perché c’è stata la disponibilità da parte di tutti a prendere l’album e lavorarlo, anche da parte dei negozi di dischi, lo capisci quando ti chiamano e ti dicono “sono entrato in un negozio a Bologna e ho sentito il tuo disco”. Questo è per quella roba un po’ impalpabile, un po’ non inseribile in un contesto, ma che rende più facile a tutti suonarlo, accettarlo, magari anche con un motivo di orgoglio. Perché poi questo è anche il Paese della politica, quindi se suoni qualcosa ti viene chiesto “ma questo perché lo suoni?”. Perché è dell’indie, del cantautorale o di qualcos’altro… ma noi non apparteniamo a nessun tipo di etichetta specifica. È un po’ una discrepanza, per adesso ovviamente, perché abbiamo iniziato da poco e viviamo il progetto con molta leggerezza e felicità. Poi questo lavoro è legato un po’ anche a un mondo di anarchia musicale: ogni sera abbiamo una parte improvvisata che non sappiamo dove vada, a volte va bene, a volte non va benissimo, a volte non siamo soddisfatti, ma non ce lo diciamo neanche in verità, soprattutto quando non viene bene non ce lo diciamo, abbiamo fatto quello che vorremmo fare.

Potrebbero esserci sviluppi futuri per il progetto, magari nello stesso animo e stile compositivo?
R: No, progettiamo un disco funk pop, un po’ à la Bruno Mars, una roba del genere, molto ballabile, poi balliamo… (ride, ndr). No, sto scherzando.
L: No, non si sa, boh… A me la domanda più difficile… Fate parlare Enrico che sa rispondere bene a questa domanda…
R: No, non si sa, faremo un’altra tornata di concerti ad Aprile, che è un’altra finestra, perché queste sono delle finestre concesse tra i vari lavori che avevamo, e poi vedremo. Quello che è in cuor mio non lo dico perché… non lo so, però ho delle percezioni molto positive.

Prima dicevamo che in Italia c’è un po’ la tendenza a etichettare. Invece voi avete deciso, in maniera libera, di utilizzare dei modelli stilistici che corrispondono a una scelta abbastanza anticonformista, originale. Questa fiducia in questi modelli stilistici…
E: Neanche noi ci siamo etichettati, ci siamo dati un nome, abbiamo dato un nome alle nostre cose, abbiamo dichiarato i nostri riferimenti. La stampa si diverte con quello che abbiamo fornito noi, anche con i nickname che ci siamo dati…
R: Ma poi con i nickname alcuni giornalisti c’hanno giocato… certi giornalisti, quelli fighi naturalmente, ci hanno fatto delle interviste, come l’intervista che abbiamo fatto con John Vignola a Radio RAI, dove abbiamo anche suonato: un’ora di intervista e non ha rivelato i nomi, ci ha chiamati Rob Winston, Linnon Winstons… Però una figata.
L: Gente seria, diciamo.
R: È bello che tutti abbiano rispettato il clima della cosa. Un motivo di orgoglio, molto bello.
E: Comunque non ce ne frega un cavolo della questione etichetta, se ci danno del progressive, del Canterbury, del “rock in opposition”, non ce ne frega nulla. Di sicuro siamo abbastanza grandi da non avere più nessun tipo di problema, siamo davvero tanto incoscienti e quasi molto più giovani degli adolescenti stessi perché non abbiamo un piano d’attacco, ma tutto si è formato da sé ed è una roba che non mi è mai successa. Però è anche la dimostrazione del fatto che di tanto in tanto, anzi, nel novanta per cento dei casi, le cose vengono un po’ così e devi essere cosciente di questa roba. Se ti ossessioni nell’aspettare il momento buono, nel fare la cosa perfetta, nel progettare, nel pianificare, può essere tranquillamente che valga tanto quanto fare le cose in maniera semplice.
R: Soprattutto adesso che il mercato discografico è disgregato. Quando mi dicevano i miei amici “ma quando lo fate uscire questo cazzo di disco dei Winstons?”, rispondevo “mah, il sei Gennaio”. “Il sei Gennaio?!”, replicavano, “non si fanno uscire i dischi nei mesi in cui si va in tour!”. Invece poi abbiamo ribaltato il luogo comune. Ma anche solo dal punto di vista virale, ad esempio, quel mezzo virale che conosco e che utilizzo tantissimo anche per il mio progetto e per gli Afterhours, che è postare le cose su Facebook, su Twitter. La nostra parte virale funziona relativamente, man mano sta crescendo la pagina, ma è stato solo passaparola. La nostra pagina facebook ha mille…
L: Duemila, duemila e più…
R: Sta crescendo durante i concerti, proprio in controtendenza… L’aspetto importante non è dimostrare qualcosa, ma che magari le cose possano funzionare fuori dagli standard. Ci si può incaponire a cercare di far funzionare le cose in un certo modo, poi magari funzionano in altri modi. Siamo sempre più in una società legata a degli schemi, m’impaurisce molto questa cosa dello schema, cioè per arrivare ad avere qualcosa c’è un percorso fisso, che è veramente l’opposto della libertà di pensiero ma soprattutto della libertà di avere speranza che le cose possano succedere, anche nelle relazioni, nel cercare di farsi una tipa o di farsi degli amici. Perché tu sei sempre legato a degli schemi, ma continuo a pensare che non sia così.
E: Secondo me siamo tutti quanti un po’ esausti di ciò e questo gruppo probabilmente è un po’ figlio di questa cosa, di questa reazione. E intanto, anche rispetto al futuro, io penso che abbiamo un presente e il presente è interessante, penso a questa roba che è veramente molto nutriente.

Ci sono considerazioni che potete fare a proposito di questo tour ormai quasi concluso?
R: Mah, ci siamo detti che le considerazioni le faremo a bocce ferme, alla fine del tour, tra di noi. Non ci siamo ancora detti delle cose, ma anche per non rovinare la chemistry tra noi. Ce le diremo dopo, insomma. C’è un grande senso dell’adesso, anche nel rapporto con gli altri due musicisti, più suoniamo più mi accorgo che sono due persone veramente di alto livello per la mia vita, per la mia crescita musicale e personale. Un’esperienza molto potente, mi fa molto bene. Molto figo.

Un’ultima domanda, cui avete già risposto prima, almeno in parte: cosa direste a dei ragazzi che volessero affacciarsi ora nella realtà musicale italiana?
R: Dalla conversazione che abbiamo avuto direi la cosa più automatica, che è non fare ciò che voi pensate che qualcuno si aspetti che voi facciate. Non è quello. Io le ho fatte con gli Afterhours quelle cose in cui premi la band, ti mandano i nastri, li ascolti e su cinquanta canzoni sette band fanno le copie degli Afterhours, sette cantano come Alberto dei Verdena, quattro fanno un trio pop datato, morto da cinquantacinque anni e pochissimi fanno una cosa assolutamente rappresentativa. La cosa fondamentale del fare il musicista è fare la cosa che più ti rappresenta nella vita; ogni essere umano è diverso dagli altri: se tu riesci a fare la cosa che più ti rappresenta, questa è la tua marcia in più, oggi più che mai. A meno che tu voglia fare pop e allora sei bravo se sai scrivere tre minuti pop che vanno su RDS. Io sono un amante totale del pop, ma quello che gira in radio adesso fa veramente cagare, il pop italiano è veramente di bassa lega, lo dico con coscienza. Ma se vuoi fare quella cosa lì decidi di fare quella cosa lì, è il tuo percorso, ci sono persone che fanno gli imprenditori senza amare il proprio lavoro e fanno i miliardi, perché sanno cosa si deve fare, ma devi avere i coglioni e devi essere bravo a farlo. Però il mondo della musica secondo me non nasce da quella cosa, nasce… Guarda, c’è una meravigliosa intervista a Robert Fripp nella riedizione che mi hanno regalato qualche anno fa di “Red”, album del 1974 dei King Crimson. Nelle highlighted notes del libretto lui dice: “Dagli anni ’80 la musica non è stata più quella di prima, quelli che facevano gli imprenditori della musica non erano amanti della musica ma era gente che viveva esclusivamente di quello”. Ok? E facevano forza su quello per inventarsi qualcosa, forse per questa ragione il rock’n’roll si muoveva velocissimamente. Invece da quando è diventata patrimonio dell’industria, la musica si è mossa con tempi molto più lunghi. Come le grandi invenzioni che si fanno durante le guerre, perché la gente investe per scoprire nuove cose, farmaci, bombe… qualsiasi cosa. Nel momento in cui finiscono le guerre si rallenta tutta la ricerca, perché non serve più. Nel momento in cui la musica diventa patrimonio dell’industria, tutto va più lento e adesso è lenta più che mai secondo me.