Ulan Bator: «L’amore è un sortilegio»

Immaginatevi gli Ulan Bator come una scatola magica. Una di quelle che c’infili il braccio per intero, dalla spalla alla mano, e tiri fuori gli oggetti più impensabili. Da lì, negli anni, sono emersi musicisti di tutti i tipi, canzoni di tutti i tipi, storie, rock, post rock, performance, collaborazioni, allegrie e depressioni, eclissi e chiari di luna. È emerso un modo di fare musica europea e ibrida. E lo stregone che muove le fila? È sempre lui, Amaury Cambuzat. Sempre lui da oltre vent’anni. Oggi “Abracadabra” è l’ennesimo colpo di scena, l’ennesimo gioco di prestigio che non t’aspetti. Ma Cambuzat non è mago geloso, non nasconde le sue carte e qualche trucco lo svela…

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…a partire dal titolo. Amaury, perché “Abracadabra”?
Abracadabra l’ho scelta perché è una parola che può cambiare tutte le cose che vanno per il verso sbagliato in qualcosa di migliore.

Un sortilegio positivo, quindi.
Sì. Una sorta di concept album dove l’amore è sempre presente sotto varie forme, nelle quali la magia diventa una specie di metafora, un’utopia…

Fermiamoci un attimo. Prima di continuare voglio sapere dove ti trovi. In che parte d’Europa. Te lo chiedo perché sei sempre stato un “vagabondo” del rock…
Oggi sono in Italia, in Toscana più precisamente. Per tanti anni non ho potuto sempre scegliere dove vivere, mi sono lasciato trascinare dove il vento mi portava… Ora sì, ho scelto, so cosa mi piace e quello che non mi piace. Sono un essere solitario e quindi preferisco stare in posti poco popolati, con il verde intorno. Non godo più della città. Ho bisogno di tanta calma per lavorare senza essere turbato da ciò che ti circonda nelle grandi agglomerazioni. Non esco quasi mai, passo la mia vita a lavorare, a comporre, a suonare, a dipingere e a bere caffè! Come vedi, sono cambiato e non ho bisogno di molto per essere felice.

Ecco, un ennesimo colpo di scena! Però la tua “vita precedente” ha fatto di te un “ibrido” (francese, italiano, londinese e tanto altro). In che modo, questo, ti ha condizionato?
Prima di tutto sono un fottuto francese e non ci posso fare nulla! Ho questo carattere rivoluzionario che non riesco a negare. Sono cinico, polemico, critico, permaloso e, a volte, estremo. Che ci posso fare? Mi esprimo quasi sempre artisticamente nella mia lingua, ma sì, ho preso anche influenze da tutti i posti in cui ho vissuto. Dopo di che, traduco con la mia condizione umana il tutto usando varie forme d’arte. La vita è esperienza e va vissuta come un’avventura.

Torniamo ad “Abracadabra”. Prima parlavi di magia. Il senso è racchiuso anche nel tono quasi sciamanico di certi pezzi? Vedi “Longues Distances”…
Sono un mistico-agnostico. Credo in qualcosa di superiore, un’entità. Quello che tanti chiamano Dio potrebbe essere per me il vuoto, il non spiegabile, ciò che si trova al di là di tutti concetti scientifici. È proprio questo vuoto che rappresenta la matrice della mia umile creatività. La magia fa parte di questo vuoto. “Abracadabra” è un album nel quale mi sono offerto come vettore lasciando passare attraverso di me “l’aria del tempo”. In realtà credo che sia un processo di creatività abbastanza naturale.

Come ho scritto nella nostra recensione, “Abracadabra” ci restituisce degli Ulan Bator con la voglia di trovare suoni e toni nuovi. A cosa si deve questa nuova ricerca?
Ci sono tanti produttori che pretendono di essere bravi. Mi sono fatto ingannare pure io ultimamente. Dopo una grande delusione mentre stavamo registrando un album che sarebbe dovuto uscire l’anno scorso, ho deciso di rinchiudermi passando sei mesi a cercare nuovi pezzi e un suono speciale per “Abracadabra”. Ho lavorato tanto per arrivare al risultato che gradivo, usando materiale basilare per registrare. Nulla di sofisticato. Ho usato soprattutto il mio cuore e le mie orecchie. In realtà, questa volta, volevo fare un album esattamente come ce l’avevo in mente, al costo di perderci molto tempo. Ce l’ho fatta ed è la mia prima vera e grande soddisfazione legata a questo disco. Stesso discorso per la copertina, sapevo esattamente cosa volevo e grazie a Julien Perrin siamo riusciti a rendere l’idea del contenuto dell’album attraverso l’artwork. Tra l’altro un’ottima foto per San Valentino, no?

Meno “romantico” è certo tono horror pop che richiama alcune colonne sonore di genere. Mi sbaglio? Io lo sento in pezzi come “Coeurrida” o “Golden Down”…
No, non sbagli. Bravo! Ho ascoltato molto le musiche di John Carpenter mentre lavoravo al disco. L’approccio musicale di “Abracadabra” è molto simile a quello di una colona sonora con l’aggiunta, però, dei miei testi che raccontano la storia del mio piccolo mondo, di quello che mi circonda iniziando con “Chaos” e finendo con “Protege”.

E poi c’è “Ether” che è una di quelle canzoni che riescono una volta ogni vent’anni. Ti senti di inserirla tra le top assolute degli Ulan Bator?
Credo di essere riuscito a renderla magica con la sua semplicità e la vedo oggi come una pietra miliare dell’album. Non so se, presa separatamente, può avere la stessa immediatezza di “Pensées Massacre” (da “Rodeo Massacre” del 2005, ndr) per esempio. “Ether” è più articolata, più complessa musicalmente parlando.

Non volevo parlare del Bataclan, giuro. Poi però mi sono convinto che una cosa volevo chiedertela: da quel giorno credi un concerto rock non sia più “solo” un concerto rock?
Mi spiace tantissimo per quello che è accaduto. L’ignoranza porta a questo tipo di delinquenza estrema, ma non è cambiato nulla. Siamo sempre più disperati. Tutto qui. Sto anche molto attento alla disinformazione. Non sopporto la propaganda, il proselitismo in tutti i sensi. I buoni, i cattivi… I musulmani contro i cattolici. Una marea di stronzate. Sono concetti e stereotipi molto pericolosi. Quello che è successo è legato all’ignoranza, alla noia, alla disperazione alimentata da conflitti politici, dall’ingerenza. La religione è solo un pretesto. Soltanto la cultura e l’educazione potranno salvare questo mondo ferito.

Ritorno all’inizio. Sei stato un globetrotter dell’Europa… oggi invece la circolazione tra i Paesi è messa in discussione come “difesa” dal flusso migratorio degli ultimi mesi. Anche il Patto di Schengen non sembra più un dogma. Che ne pensi?
A volte mi sembra che c’erano più scambi culturali fra l’Italia e la Francia durante il periodo rinascimentale. Non è vero? Peccato. Quando ero piccolo l’Europa era un sogno. Il problema è che oggi tutti vogliono chiudere le frontiere, ovvero fare un passo indietro. Bisogna invece aprire ancora di più l’Europa e spostarci verso altri paesi. Il mondo cambia indubbiamente, siamo in tanti sul pianeta e dobbiamo convivere. Certi politici fanno propaganda contro l’immigrazione ma è proprio questo che crea oddio e nutre il terrorismo. Il mondo non è cattivo. Siamo noi a renderlo invivibile, per noi come per gli altri.

Dal vivo sarete in tre a suonare “Abracadabra”. Mi racconti da chi è formata la squadra e come l’hai messa su?
Cercavo dei musicisti capaci di capire “Abracadabra” e che avessero voglia e capacità di creare sonorità e atmosfere proprie. Non è da tutti. Non basta avere un nome per essere bravo. Grazie al mio tour acustico dell’anno scorso, ho avuto la fortuna di trovare due musicisti con tanti gusti in comune ai miei: Sergio Pomante (già nei Captain Mantell e String Theory) suonerà dal vivo batteria, sassofono e tastiere. Al basso invece ci sarà Mario Di Battista che suona con i St.Ill, progetto che ritengo davvero nuovo per il panorama musicale italiano. Abbiamo provato e ci siamo trovati bene a suonare insieme. Divertimento, rispetto e professionalità.