Home LIVE REPORT Afterhours – 18/04/2013 – Milano – Factory

Afterhours – 18/04/2013 – Milano – Factory

Dev’essere sempre un po’ speciale suonare nella propria città, anche per band scafate e con oltre vent’anni di carriera alle spalle. Non che gli Afterhours c’abbiano mai delusi dal vivo, ma la prima delle due serate in programma al Factory di Milano ha avuto qualcosa di speciale, di più speciale del solito, probabilmente per l’approccio stesso della band nell’esibirsi “in casa”. Per questa seconda tornata di date a supporto di “Padania”, il loro ultimo lavoro in studio, gli Afterhours hanno deciso di abbandonare per un po’ le location medio-grandi che meglio s’addicono alla portata e al seguito della band, per concentrarsi invece su club dalle dimensioni più ridotte. Insomma, un ritorno a quegli anni ’90 che avevano segnato la graduale e inarrestabile ascesa di Manuel Agnelli e soci. E la risposta, anche qui, non s’è fatta attendere, con una serie di sold out inanellati con nonchalance.

Alle 22.00 in punto ha inizio lo spettacolo, i sei si presentano al pubblico milanese completamente vestiti di bianco, chi in camicia come Prette, chi in polo come Ciccarelli, chi in maglietta come Iriondo e D’Erasmo, chi in maglia a maniche lunghe come Dell’Era e lo stesso Agnelli. Sono le note di Padania a dare il la ad una setlist delle migliori fra quelle – tante – che abbiamo visto eseguire agli Afterhours nel corso degli anni. Rapace, che è sempre un colpo al cuore, Varanasy Baby, Elymania, una Costruire per distruggere cantata in coro da tutto il pubblico e il classicone Male di miele, giusto per citarne alcune.

Poi Manuel decide che è il momento di spiegare al pubblico il proprio abbigliamento, con la solita tagliente ironia: “C’hanno chiesto perché ci siamo vestiti completamente di bianco… beh… è un omaggio a Papa Ciccio, Papa Francesco. Adesso una canzone che ho imparato in oratorio”. Partono le note di 1.9.9.6. con l’incipit del testo affidato all’arcinoto bestemmione, ed è delirio in sala. La chiusura del set è tutta per Veleno, altro brano estratto da quel “Hai paura del buio?” che stasera la fa da padrone quasi quanto “Padania”. Agnelli è tarantolato, incita una folla che a sua volta non si fa pregare, D’Erasmo e Ciccarelli, ai lati del palco, sono i più quieti, Dell’Era si atteggia come da consuetudine, mentre Iriondo pare essere il vero e proprio motore: un satanasso alla chitarra, ora immobile in posa da Soldatino di Piombo, ora intento a dimenarsi fra sei corde, tromba e diavolerie varie.

Al rientro dopo la pausa di rito, Punto G continua il discorso interrotto pochi minuti prima con “Veleno”, mentre Tutti gli uomini del Presidente e La sinfonia dei topi sono il lasciapassare per la gran chiusura affidata a Il mio ruolo: come sempre quando si tratta di questo brano, la performance di Agnelli è commovente. Gli Afterhours dopo qualche altro minuto di fiato tornano nuovamente sul palco per il secondo encore, la cui prima traccia è Cold Turkey, cover di John Lennon contenuta in “Irrintzi”, esordio solista a firma Xabier Iriondo, anche là cantata da Agnelli. A seguire La vedova bianca, col consueto battimani incitato dalla band e realizzato dal pubblico, e poi un dittico da “Padania” per chiudere: Nostro anche se ci fa male e La terra promessa si scioglie di colpo.

Tutto qui? Neanche per sogno, gli Afterhours danno vita ad altri due encore, seppur limitati a una sola traccia ciascuno: nel primo c’è Bye bye Bombay, nel secondo e ultimo, invece, torna ancora “Hai paura del buio?” ed è la volta di Voglio una pelle splendida, la conclusione perfetta di una setlist da brividi. Gli Afterhours dal vivo si dimostrano ancora una volta semplicemente maestosi, nonostante l’acustica del locale non sia stata propriamente all’altezza e in barba a quanti li accusano di non si sa bene cosa, hanno tutti la loro veneranda età ma mettono in campo una verve che tanti ventenni acquisterebbero a peso d’oro se solo fosse messa in vendita. Se qualcuno ha dubbi sul fatto che il rock italiano, ancora oggi, sia incarnato al 100% da loro… beh, non c’ha capito davvero nulla.