Afterhours @ Teatro Coppola, Catania (04/04/2018)

Per la terza volta – e per loro scelta – gli Afterhours tornano a esibirsi al Teatro Coppola di Catania, il Teatro dei Cittadini. Per la seconda volta, però, lo fanno in formazione completa. Per la prima volta, ancora, scelgono l’unico virtuoso sopravvissuto nella rete dei teatri occupati d’Italia come warm-up della memorabile data celebrativa per i trent’anni di carriera, prevista a Milano al Forum di Assago. Siano fatti, prima d’ogni altra cosa, i dovuti plausi che esimono anche dalla performance in sé. Anzitutto: al Teatro Coppola, per essere un’eccellenza e aver costruito, negli anni, un cartellone sempre più vario e di qualità, riuscendo nell’impresa di dare spazio a opere che altrimenti non sarebbero mai giunte nella città etnea (si vedano, ad esempio, gli appuntamenti teatrali con Rezza e Mastrella, il Teatro delle Albe, Cristian Ceresoli) senza perdere il proprio spirito, la propria natura. Non era semplice gestire l’alta richiesta dell’evento, ma – come avvenne per gli appuntamenti passati – le scelte sono state imparziali e cristalline, con buona pace di chi inutilmente cerca complotti anche laddove non ne esistono. Cercare sul Devoto-Oli la voce: paranoia. Il secondo plauso va, naturalmente, alla band capitanata da Manuel Agnelli. Per essere capace di fare scelte politiche, da una vita. Per saper discernere tra impegni pubblici, legittimi e meritati, senza lasciarsi plagiare dal chiacchiericcio di sorrentiniana memoria. Gli stessi maligni di cui si sottende sopra avrebbero inveito contro Pier Paolo Pasolini per le sue continue apparizioni in televisione; gli stessi, quegli interventi, oggi li postano con orgoglio sul proprio pulpito virtuale da reprimendi. Ma veniamo, adesso, alla musica.

Il gruppo si presenta sul palco con appena dieci minuti di ritardo rispetto l’orario preventivato – le 21:30 – salutando i fortunatissimi presenti con la medesima (ma gradita) delicatezza in musica del Sergente Hartman. Ed è subito elettricità. Dentro Marilyn apre le danze, tallonata da Strategie e Germi, che fanno tremare letteralmente le poltrone sotto al sedere. Per tirare un po’ il fiato (ma chi vuol farlo?), bisognerà attendere la bellissima Padania, preceduta dal corposo binomio Ossigeno/Il sangue di Giuda. Una cosa è lampante ed è già stata scritta: gli Afterhours non sono forse mai stati in tale portentosa condizione di forma. Merito anche dell’innesto di Fabio Rondanini e Stefano Pilia, due fuoriclasse assoluti come del resto lo sono Iriondo, D’Erasmo, Dell’Era e il già citato Agnelli.

Con la commovente Non voglio ritrovare il tuo nome si piomba nel 2016, come sulle corde di Cetuximab ma soprattutto di Grande, un brano da antologia della canzone italiana. Il contagiri riprendere a correre, dunque, con la raffica di Folfiri o Folfox, Ballata per la mia piccola iena, La sottile linea bianca, Il mio popolo si fa: a questo punto dell’esibizione, quasi nessuno tra gli astanti è più seduto come in avvio. Il lirismo di Pelle mette un sigillo al primo break dello show, lasciando lo stage vuoto ma soltanto per brevi istanti. È il turno de La Vedova Bianca, alla quale si somma una sortita ne “I milanesi ammazzano il sabato”, che assume le tinte di Riprendere Berlino prima di mollare il campo in favore di sua maestà Quello che non c’è.

Il concerto è ormai diviso in blocchi: al trittico precedente seguono le roboanti Male di miele, Rapace e l’immancabile Voglio una pelle splendida – poi scocca l’ora dei classiconi Bianca e Non è per sempre, con tanto di telefonato e apprezzatissimo singalong all’unisono. L’ultimo degli encore – per quanto sia errato definirli in tal modo – è più variegato e imprevedibile dei predecessori, a cominciare dal primo pezzo ripescato (è il caso di dirlo) dagli inferi: How We Divide Our Souls, dall’esordio in lingua inglese “During Christine’s Sleep”. Il Paese è reale, a procedere, acquista naturalmente un significato specifico all’interno delle mura del Teatro Coppola, cui artisti occupanti sono tra i pochi in sala a non doversi sentire chiamati in causa al grido: “che è anche per te che il tuo Paese è una merda”. Probabilmente stanco, ma non ancora pago, il sestetto mette in fila una conclusione magnifica, affidandosi alle sicure La verità che ricordavo e Bye Bye Bombay, prima di abbandonarsi infine allo splendido melò di Ci sono molti modi.

Due ore e venti minuti di enorme intensità, ventisette gemme in scaletta, trent’anni da festeggiare con orgoglio. Nella speranza che un’ipotetica quarta apparizione dei Nostri nella piccola – ma grandissima – sala a due passi dal porto di Catania possa andare esaurita, se possibile, addirittura con superiore rapidità. Perché maggiore sarà la fruizione degli Afterhours, maggiori saranno i benefici che si devono alla diffusione della bellezza. E al contempo: più a lungo durerà il Teatro Coppola, più forte sarà la vita di una città che ha storicamente trasformato gli argini del mare e dell’Etna in una rampa verso la terra ed il cielo.

SETLIST: Dentro Marilyn – Strategie – Germi – Ossigeno – Il sangue di Giuda – Padania – Non voglio ritrovare il tuo nome – Cetuximab – Grande – Folfiri o Folfox – Ballata per la mia piccola iena – La sottile linea bianca – Il mio popolo si fa – Pelle —BREAK— La vedova bianca – Riprendere Berlino – Quello che non c’è —BREAK— Male di miele – Rapace – Voglio una pelle splendida —BREAK— Bianca – Non è per sempre —BREAK— How We Divide Our Souls – Il Paese è reale – La verità che ricordavo – Bye Bye Bombay – Ci sono molti modi

 

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