Deerhoof – 16/12/2008 – Roma – Init

C’erano i tempi in cui i Blonde Redhead ancora si divertivano ed affilavano i coltelli tra le corde delle chitarre. I fratelli Pace ci andavano giù pesante e la Makino non pareva Bjork ricoperta da veli d’elettronica. Molto prima, c’erano stati pure i tempi in cui i Sonic Youth se la spassavano un mondo. Anche se, a dire il vero, l’impronta multi-artistica (note, immagine, concettualismo, avanguardia) ha sempre portato la band di Moore e Ranaldo a bombardare sul palco con certa vena programmtica. I Deerhoof visti all’Init Club di Roma in questo fine 2008, invece, hanno dimostrato che, a differenza delle due eccellenti band sopraccitate, sanno ancora godersela da matti nonostante il tempo sia passato anche per loro (dieci anni di carriera). E’ questo l’aspetto che il pubblico del club di Via Stazione Tuscolana gode maggiormente durante il concerto: ovvero quelli là che se la saltano, se la riffano, se la giocano con grande partecipazione. L’occasione per i Deerhoof è quella buona per presentare l’ultimissimo lavoro “Offend Maggie”, che la band di San Francisco, supersonica, spara pezzo dopo pezzo come fosse una pistola automatica. E dunque poco spazio ai convenevoli e via con lo show: le due chitarre di Ed Rodriguez e di John Dieterich che si inseguono, dialogano, si fanno il verso; la pioggia battente di colpi dalla batteria di Greg Saunier; e la voce acutissima della giapponesina Satomi Matsuzaki, un metro e quaranta di energia rock (dove la nasconde?). Satomi, caschetto nero e stivali di renna, assesta il suo basso come una mazza da baseball ed è così arroventata che, a un certo punto, cade dal palco per finire sul pubblico continuando, però, l’esibizione in mezzo alla gente. I Deerhoof spalmano noise rock, psichedelia, rock ‘n’ roll con una facilità disarmante. E un loro live non dev’essere poi così distante da una normale session in studio. Perché c’è tutto il sudore dell’agitazione, i sorrisi, i passettini ritmati di Rodriguez e i saltarelli di Satomi e c’è la spontaneità di una band che se la spassa. Una band che si diverte ancora e non s’è annoiata di quel che fa. Il finale, poi, è aperto, con Saunier e Dieterich sdraiati a pancia in giù sul palco che vendono i cd presi da uno scatolone. Indie? Sì.

A cura di Riccardo Marra