Home LIVE REPORT FKA Twigs @ Fabrique, Milano (29/11/2019)

FKA Twigs @ Fabrique, Milano (29/11/2019)

Photo credit: Stefano Masselli / Radar Concerti

Parlando di “Magdalene”, il suo secondo lavoro sulla lunga distanza nuovo di pacca, chiudevamo dicendo come FKA Twigs abbia contribuito a plasmare il concetto stesso di “mainstream” con appena due album all’attivo. La circostanza, già chiara limitandosi esclusivamente all’ascolto delle sue incisioni, finisce per diventare un’inconfutabile evidenza quando poi te la ritrovi davanti, impegnata sul palco a dare fisicità ai suoi pezzi. Nel 2015 il suo primo e unico passaggio in Italia aveva già dato un saggio di ciò di cui Tahliah Barnett è capace, va dunque da sé che l’effetto che avrebbe potuto fare rivederla in questo fine 2019, con altra arte alle spalle, relazioni sentimentali naufragate e problemi di salute superati, sarebbe stato esponenzialmente amplificato.

Il live di FKA Twigs al Fabrique di Milano è stato anche il primo in cui abbiamo avuto modo di testare l’operatività di DICE, piattaforma per l’acquisto dei biglietti che ha come obiettivo la limitazione del bagarinaggio e la semplificazione della rivendita dei tagliandi: l’app funziona ed è leggera, i QR Code diventano disponibili il giusto prima dell’inizio del concerto e, cosa importante, lo sono anche nel caso in cui ci si dovesse trovare per qualche motivo offline. Resta da capire l’applicazione di un sistema del genere ad eventi con affluenza molto più elevata come quelli negli stadi, nelle location all’aperto o nei festival (se ne avrà prova al Primavera Sound 2020), ma il futuro sembra essere già arrivato.

Il futuro, appunto: pochi artisti riescono oggi a dare la sensazione di star lì a tracciare la strada da seguire come FKA Twigs. I suoi non sono concerti, quantomeno non nel senso classico del termine, perché le canzoni sono colonna sonora di ciò che accade sul palco e perché l’espressività non è data solo dalle parole; non sono pure e semplici esibizioni di danza, perché le figure che Tahliah e i suoi ballerini mettono in scena si fondono con l’ambiente e con le frasi che lei sussurra; non sono neanche performance teatrali, perché del teatro prendono certa mimica, certe scelte visive, senza però subirne i tempi morti.

Tahliah inizia da sola, vestita di bianco con un copricapo piumato, poi piano piano gli elementi s’aggiungono: entrano i ballerini, le loro movenze vanno a ritmo con la musica e raggiungono l’apice in Home With You, poi cade l’enorme tenda alle loro spalle e viene svelata una basica struttura metallica su cui sono posizionati i musicisti, c’è Sad Day ed FKA Twigs impugna la spada, la brandisce per diversi minuti con movenze orientali e infilza uno per uno i demoni di cui c’aveva parlato fino a quel momento. E poi tribalismi, il palo da pole dance che salta fuori per Lights On e l’attenzione che si sposta così a un paio di metri da terra, un’elevazione più concettuale che fisica e che coinvolge non soltanto Tahliah sul palco ma anche il pubblico adorante ai suoi piedi.

Non è solo musica uno spettacolo di FKA Twigs, l’abbiamo detto, ma non si può tacere delle sfumature vocali di Tahliah, che è sempre drammatica ma senza mai eccedere in commiserazione, riuscendo a rendere un grido di rivalsa persino la straziante Mirrored Heart o la Cellophane con cui tutto finisce. I loop vocali e le registrazioni che la supportano nel corso dell’esibizione s’incastrano bene, non vengono affatto nascosti ma diventano parte di ogni singola traccia come fossero un’altra voce, un altro strumento, un altro elemento del corpo di ballo, un altro dei suoi costumi di scena. Come Holy Terrain, in cui la voce di Future c’è comunque, pesante e presente, per un pezzo trap meraviglioso che abbatte ogni possibile reticenza sul genere.

Tahliah non proferisce parola praticamente per tutto il concerto salvo un timido ringraziamento in coda a Two Weeks, dopo che una miriade di coriandoli sono caduti dal tetto, è glaciale nel mettere a nudo debolezze e fragilità e il modo che trova per non attirare empatia sembra quasi un senso di protezione nei confronti di chi è venuto a vederla, più che un distacco vero e proprio. Solo alla fine, quando la pièce di cui s’è resa protagonista si conclude senza soluzione di continuità né canonici encore, un sorriso le spunta sul volto mentre abbraccia i suoi ballerini e a luci accese si congeda dal pubblico, rendendola per un momento un’aliena caduta suo malgrado sulla Terra.

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.