Massimo Volume – 14/02/2009 – Catania – Zo

Questa recensione è fatta di parole. Non ci troverete altro, per quanto vogliate sforzarvi. Qualche foto, magari un video; e poi soltanto parole. Questa recensione è fatta di parole, ed è ciò che la rende difficile. Questa recensione è fatta di parole, e parla di parole che sfondano il cranio come stalattiti, che sono rimaste congelate per anni sulla superficie ruvida di un vinile consumato dagli ascolti, in attesa. O quantomeno“qualcosa che pareva un’attesa”. Questa recensione è fatta di parole, e parla di una musica tagliente, una musica dolce, una musica omicida, una musica delicata, una musica che viviseziona il cuore in due per guardare cosa c’è dentro, e poi lo ricuce come fosse niente. Questa recensione è fatta di parole. Questa recensione parla dei Massimo Volume. Questa recensione ha il compito di spiegarvi com’era, com’è che ci si sente a stare lì sotto, dopo aver ingannato il tempo qualche anno; dopo averlo lasciato scorrere, lungo i bordi, per sei anni. Questa recensione non ci riuscirà. Questa recensione ci proverà, ma non ci riuscirà. Perché se su quei vinili, o cd, o mp3, o quello che cazzo volete ci avete lasciato l’anima per un po’, beh: non c’è niente da fare. Dovete essere presenti per capire. La sala del centro Zo, quando i Locomotif cominciano a suonare, non è ancora del tutto colma. La band catanese regala al pubblico qualche minuto di musica soffice, elegante, cosciente: pezzi come l’armoniosa “Onirica”, infatti, riescono perfettamente ad introdurre gli spettatori nell’atmosfera dell’evento. Preso congedo e ringraziati i presenti, trascorre all’incirca un quarto d’ora prima che Emidio Clementi, Egle Sommacal, Vittoria Burattini e Stefano Pilia (ormai stabile nella line up del gruppo) facciano il loro ingresso sul palco. La performance catanese dei Massimo Volume, unica data del tour nel sud Italia, si apre all’insegna del bellissimo “Da qui”: il biglietto da visita è Atto definitivo, seguita a ruota dalla splendida Manciuria. Ma è sulle note de Il primo dio, che avanza il primo, enorme sussulto. Su quel grido disperato, rabbioso, dimesso di Emanuel Carnevali: “dire qualcosa mentre si è rapiti dall’uragano; ecco l’unico fatto che possa compensarmi di non essere io l’uragano!”. La verità, la pura e semplice verità è che riconosci tutto. Tutto. Riconosci Il tempo scorre lungo i bordi non appena Mimì pizzica il basso. Pensi a quante volte ti sei detto: “come faremo ad uscire da questo fiume di merda puliti e profumati?”, immediatamente dopo l’attacco di Seychelles ‘81. Osservi Egle ad occhi chiusi mentre suona l’arpeggio de La città morta, e ti pare di averlo visto, e sentito, ed immaginato così per un secolo. Sapresti riconoscere l’intro di Vittoria in Fuoco fatuo tra un milione, pronto a tracciare una sagoma di Leo, chiedergli ancora: “Leo, è questo che siamo?”. La verità, la pura e semplice verità è che riconosci tutto. La verità, la pura e semplice verità è che ad ascoltare ancora Inverno ‘85, ti rendi conto che anche tu, per più di un momento, avresti voluto “essere lui nell’attimo in cui canta”. Nell’attimo in cui parla. Tra un pezzo inedito (Esercito di Santi) ed una partecipazione inaspettata, ma graditissima (Cesare Basile, che ha proposto insieme ai quattro la bellissima Qualche cosa lì fuori), il live prosegue meravigliosamente bene. Ancora due tracce da “Lungo i bordi” (Pizza expressPer farcela), due da “Da qui” (Sul Viking ExpressStagioni) ed una dall’ultimo, speriamo per poco, “Club Privè” (Altri nomi). Poi, ancora attesa. Un’attesa più breve, stavolta: appena qualche minuto, e si ricomincia. Sono tre brani tratti dal magnifico, primissimo “Stanze” ad accompagnare il sipario, mentre cala inesorabilmente: AlessandroRonald, Tomas e ioOroro. Tre brani fantastici, tre brani che vanno a scavare la memoria, l’esperienza, la vita che puoi leggere sul volto di questi incredibili musicisti. Tre brani, tre fotografie su Polaroid ancora vivide, tre capolavori assoluti che chiudono, tornando alle origini, un cerchio lungo il quale s’è mossa l’intera performance. Tre brani, ed un concerto che, come il vento in quel testo di Mimì, “ci scompiglia i capelli, ci ruba le parole”.

SETLIST: Atto definitivo – Manciuria – Il primo dio – Il tempo scorre lungo i bordi – Seychelles ’81 – La città morta – Esercito di santi – Fuoco fatuo – Per farcela – Inverno ’85 – Sul Viking Express – Qualche cosa lì fuori (con Cesare Basile) – Pizza Express – Altri nomi – Stagioni —encore— Alessandro – Ronald, Tomas e io – Ororo


(“Pizza Express”)

A cura di Michele Leonardi