The National + Wild Beasts – 26/11/2014 – Londra – O2 Arena

“Se qualcuno avesse azzardato, nel 2004, che in un decennio gli Arcade Fire sarebbero stati headliner a Glastonbury e The National avrebbero riempito la O2 Arena, qualcun altro gli avrebbe suggerito di dare una seria occhiata allo psichiatra più vicino in zona”
(David Edwards, Drowned in Sound)

Sarà pur bizzarro incominciare una recensione citando un collega, è vero. Ma quando uno ha ragione, ha ragione. Ne è passata di acqua sotto i ponti (e gloria sopra i palchi) da quando “Alligator” era ancora about to happen e venues come la O2 Arena, capacità 20.000 persone, non sembravano affatto posti per sad songs o dirty lovers. A Londra mi ospita un amico, futuro solicitor, nella living room della sua casa a Bow Road. Quando gli dico che ho trovato i biglietti per il concerto, praticamente sold out, anche lui mi risponde: «La O2 Arena? Mi sembra un tantino grande per loro!». E invece no. Non più, amico mio. Il 26 novembre 2014 segna una data importante, per la band formatasi nella Grande Mela; la data in cui ci si scopre irrevocabilmente grandi pure noi – cioè loro, The National. Un punto di non ritorno, un’incoronazione ufficiale che puoi leggere chiara come l’annuncio su maxi schermo all’ingresso dell’enorme location predesignata quale chiusura del tour di “Trouble Will Find Me”.

nationallivelondra2014

Questa sera ad aprire ci sono nientepopodimeno che i Wild Beasts, che in Inghilterra giocano in casa. Come se il coefficiente di eleganza non fosse già alto. La bellissima Mecca, ore 19.30, dà il La ad un’esibizione eccellente, tipica del quartetto, che pesca soprattutto dal fruttuosissimo “Present Tense” (Sweet Spot, Daughters, A Simple Beautiful Truth, A Dog’s Life, Wanderlust), con toccata e fuga sugli episodi precedenti della saga, come la conclusiva All The King’s Men. Non sono in molti a potersi permettere simili opening act. Ma per Matt Berninger & Co., in una notte così, non c’è davvero nulla di strano.

Atterrato on stage sulle note di Riders On The Storm, il settetto si presenta in formazione allargata e arricchita dalla partecipazione di Mr. Sufjan Stevens, e comincia a picchiare duro con due dei brani più incisivi dell’ultima, grande fatica discografica: Don’t Swallow The Cap e I Should Live In Salt. Con Mistaken For Stragers arriva anche la prima dedica della serata, al “Buffalo Bar”, un locale di Islington prossimo alla chiusura: segno che nonostante la chiara fama, dimenticare da dove si è venuti è il peggiore dei mali. La dolcissima Hard To Find arriva dopo un’inarrestabile tripletta cui picco sta a Sea Of Love, scandendo il corpo centrale dello show, che tocca ogni nervo d’una carriera felicemente quindicennale. Afraid Of Everyone, Squalor Victoria, All The Wine: tutti classici oramai sedimentati, come d’altronde l’eccezionale Abel (altra dedica, stavolta a Tom Berninger) o la meravigliosa Slow Show. Se il siparietto legato al capolavoro Sorrow («La suoneremo soltanto una volta, normalmente», riferito all’installazione “A Lot Of Sorrow” dell’islandese Ragnar Kjartansson) regala una falsa partenza ah hoc, con il climax ascendente di Graceless si giunge al solito acme dello stagediving, solo che qui c’è da passare in mezzo ad almeno una dozzina di migliaia di persone. Done. Dopo un cammeo di Nico Muhly ad impreziosire la struggente About Today, la catarsi apparentemente conclusiva è affidata alla traccia più squisitamente storica del gruppo: Fake Empire.

Uscita di scena, applausi a valanga, brevissima pausa: poi si riparte. Eccome. Il medley Ada/Chicago spiana la strada al treno merci Mr. November prima e all’eccezionale Terrible Love poi, preceduta dai sacrosanti ringraziamenti a un’infaticabile e necessaria crew. Il solito punto (deamplificato) esclamativo, infine, tocca alle corde dei fratelli Dessner, unico accompagnamento per un coro composto da migliaia e migliaia di spettatori recitanti Vanderlyle Crybaby Geeks, estasi collettiva e ricambiata.

Diciamoci la verità: chi stava seduto in tribuna, a una distanza siderale dal palco, probabilmente non se l’è goduta troppo. The National vanno fruiti diversamente, come ogni maledettissima rock band. Per me che stavo lì, a pochi metri dalla magia, la gigantesca bolla di North Greenwich rimarrà sempre la casa perfetta per un appuntamento speciale. Quello che forse, da oggi in avanti, condurrà i Nostri a girare gli stadi. Quello che racconti ai nipoti tu, e che raccontano ai nipoti loro. Quello che quando ci ripensi ti confessi: «Io c’ero». Ed è stato bello esserci prima. E sarà bello esserci ancora. They won’t fuck us over; they’re Messrs. (26th) November.

SETLIST WILD BEASTS: Mecca – Bed Of Nails – Sweet Spot – Daughters – A Simple Beautiful Truth – Hooting & Howling – Reach A Bit Further – A Dog’s Life – Wanderlust – All The King’s Men

SETLIST THE NATIONAL: Don’t Swallow The Cap – I Should Live In Salt – Mistaken For Strangers – Bloodbuzz Ohio – Sea Of Love – Demons – Hard To Find – Afraid Of Everyone – Conversation 16 – Squalor Victoria – I Need My Girl – This Is The Last Time – Guest Room – All The Wine – Abel – Slow Show – Sorrow – Pink Rabbits – England – Graceless – About Today 
(con Nico Muhly) – Fake Empire —encore— Ada 
(outro di “Chicago” di Sufjan Stevens) – Mr. November – Terrible Love – Vanderlyle Crybaby Geeks