Ulan Bator @ Zo, Catania (27/04/2016)

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Le lancette segnano le ore 22.50 quando il gruppo di apertura The Pepi Band sale sul palco (o ciò che ne rimane) dello Zo dando inizio alle danze. Il quartetto siracusano propone un post rock dalla forte impronta noise, che strizza l’occhio al grunge con un breve episodio sludge. Il sound è piuttosto ruvido e la band mostra un’invidiabile coesione e compattezza. La loro performance dura circa 40 minuti, al termine dei quali abbandonano lo stage.

Giusto il tempo di approntare qualche accorgimento al palco, che si presenta alquanto scarno,  che Amaury Cambuzat, leadear del progetto Ulan Bator, guadagna la scena tra gli applausi dei presenti. Seguono dopo pochi istanti il bassista (Mario Di Battista) e il batterista (Sergio Pomante), entrambi italiani e voluti dallo stesso Amaury, al momento unico titolare “ufficiale” della formazione.

Breve e conciso saluto ai paganti ed il trio inizia subito con Chaos, pezzo di apertura di Abracadabra, l’ultimo album pubblicato a inizio anno: una caotica marcia psichedelica tra archi campionati ed il sax scomposto suonato dal batterista/polistrumentista. L’inizio è al fulmicotone e le atmosfere surreali della successiva Longues Distances catapultano lo spettatore in un vortice onirico scandito dai ritmi incalzanti dei pattern di batteria. Amaury appare in ottima forma ed il suo modo bizzarro di suonare la chitarra (slide sul dito indice sempre presente) si palesa in Couerrida, dove a farla da padrone è senza ombra di dubbio l’uso spropositato del riverbero, portato all’esasperazione.

Dopo la botta dei tre brani iniziali è Ether a smorzare il tiro: una intro piano e sintetizzatore che si evolve in una sorta di shoegaze nel quale le due voci, di Cambuzat e del bassista, svolgono un ruolo preponderante nell’ottica della resa sonora. Il trio dimostra maestria nell’alternare pezzi dal tono decisamente aspro (Evra Kedebra) a semi-ballate anti-bucoliche (Saint Mars), stemperando i toni con l’intento di mantenere viva l’attenzione. Sebbene l’incedere degli arrangiamenti risulti burrascoso, ogni strumento occupa la sua ben precisa porzione di spazio, ora in Holy Wood, brevissimo episodio sassofonistico, ora nella tetra ballad Radiant Utopia.

Portato a termine l’ultimo brano Golden Down la band guadagna l’uscita per poi rientrare sul palco richiamata a gran voce dal pubblico ed eseguire l’encore con Protection, miglior momento di tutta la performance: una jam tanto chiassosa quanto perfettamente coesa, turbinio di sax e dei più strambi campionamenti nel quale gioca un ruolo fondamentale l’estro di Amaury, che percuote con due bacchette la sua chitarra e contemporaneamente (quasi) tutto ciò che lo circonda. Il brano è un climax discendente al termine del quale lo stesso Cambuzat ed il bassista si accovacciano giocando con le rispettive pedaliere effettistiche, regalando un’immagine particolarmente suggestiva che chiude un concerto durante il quale la band ha eseguito solo ed esclusivamente brani dell’ultimo lavoro in studio.