Ypsigrock 2008 – 08-09-10/08/2008 – Castelbuono (Pa) – Piazza Castello

L’Ypsigrock è oramai diventato uno degli appuntamenti fissi per gli amanti del rock indipendente in Sicilia, terra estromessa quasi del tutto dai grandi eventi che contano, come se sotto Roma, in Italia non ci fossero altre zone che meritino di attirare pubblico con nomi di un certo calibro. Il merito dell’associazione Glenn Gould che cura direttamente l’organizzazione del festival sta tutto qui: nel creare ogni anno un bill invitante che riesce a fungere da calamita che attira gente da ogni dove, non solo dalla Sicilia. Mi si passi quindi il meridionalismo accentuato di questo preambolo, ma bisognerebbe invertire un pò la tendenza: ci vogliono promoter ed organizzatori pronti a rischiare anche qui al sud, che abbiano pazienza di far maturare le cose lentamente e non mirare a ricavi obesi istantanei; insomma, ci vogliono le palle per certe cose e non tutti in effetti ce le hanno. La tre giorni di Castelbuono (PA) ha riservato un’altalena di chiarori e zone d’ombra, soprattutto nel capitolo dedicato alle band “emergenti” che ogni anno trovano spazio nella manifestazione.

Venerdì 8 agosto è il primo giorno di musica e a fare i convenevoli sono i catanesi H.C-B., una delle note positive della rassegna: la band affronta con disinvoltura e convinzione la prova con una performance appassionata fatta di post-rock che rimanda decisamente ad ascendenti più blasonati come Mono, Explosions In The Sky e Godspeed You! Black Emperor ma che, su alcuni frangenti risulta contaminato da leggere iniezioni noise. Avessero quel pizzico di pesantezza marziale che pare sgomitare nel retrobottega per essere espressa definitivamente farebbero un salto di qualità non da poco. Promossi senza riserve, va detto. Seguono i bergamaschi Nena & The Super Yeahs, che sin dalla ragione sociale adottata denotano una certa attitudine da moda passeggera. Salgono sul palco ed i dubbi vengono fugati da un pop/punk-funk praticamente tutto uguale canzone dopo canzone, fatto di charlestone a levare a cassa pulsante tanto da rendere le canzoni facilmente ballabili. Sanno un po’ troppo di chewing-gum alla fragola che dopo un po’ che ce l’hai in bocca perde il sapore, dimenandosi tra influenze che ruotano tra Franz Ferdinand, The Hives e Gwen Stefani (omaggiata con la cover di “What You Waitin For?”), suonando il tutto con una spinta adolescenziale che nel genere proposto è comunque indispensabile. La frontgirl salta e tiene bene il palco così come i suoi compagni di ventura, il pubblico pare gradire molto, tant’è che c’è un flusso di corpi che segue il ritmo incalzante delle canzoni. Perfetti per una serata spensierata con ballo annesso, ma artisticamente son poca cosa, complice anche la mancanza di quei refrain che ti spaccano la testa e vi mettono radici. Giusto il tempo del cambio palco e sono di scena i londinesi Art Brut, headliner di questa prima serata. Se avessero un cantante che sappia cantare gli albionici risulterebbero gradevoli anche per chi non stravede per la loro mistura di punk-rock e brit-pop. Le cantilene di Eddie Argos sono fastidiose all’inverosimile, piccolo emulo ingrassato del già sopravvalutato Pete Doherty. Il batterista dispensa dallo sgabello e suona in piedi, la band appare in forma e si approccia parecchio bene alla platea, decisamente folta. Apprezzarli dipende solo dal gusto di chi ascolta, quello che fanno lo fanno in ogni modo bene, anche se esaurita l’ondata modaiola del momento, mi pare che gli Art Brut difficilmente potranno sopravvivere.

La seconda giornata, quella di sabato 9 agosto, è quella più fitta di nomi, ben quattro le formazioni che si susseguono sul palco di Piazza Castello. Ai palermitani Pan Del Diavolo l’arduo compito di celebrare il battesimo della serata: il duo si compone di sole chitarre acustiche e gran cassa percossa dal piede del cantante/chitarrista. I Pan Del Diavolo hanno carisma e devono tantissimo a Rino Gaetano nello stile vocale. Testi acri e pungenti, i loro brani si abbeverano tanto al folk-popolare quanto al cantautorato ed alcuni passaggi risultano davvero intriganti. Hanno vinto le selezioni siciliane di Italia Wave a dimostrazione della buona qualità della proposta, invero non adatta a tutti i padiglioni auricolari. Concittadini dei Pan Del Diavolo sono gli Urania, band che propone una sorta di rockabilly misto ad accenti da canzone italiana anni sessanta e reminescenze da film polizieschi o à la 007, il tutto assolutamente strumentale. Si sentono citazioni dalle colonne sonore dei film di Tarantino e si citano persino i Black Sabbath della celeberrima “Paranoid” in un brano. Onestamente mi sono parsi un po’ fuori contesto, poco consoni allo spirito della manifestazione. Gli organizzatori hanno voluto mescolare un po’ le carte e tentare di soddisfare diversi palati, ma a mio avviso alcune scelte son parse poco ben calibrate. Agli agrigentini Eimog tocca fungere da anticamera per l’attrazione principale di questa seconda giornata: il loro post-rock strumentale è molto coinvolgente, forte di climax progressivi ed una buona dose di effetti basilari per il genere. I temi melodici sono però troppo prossimi a quelli che Explosions In The Sky e Mono suonano da tempo e in più punti si intravede la ricerca del gruppo di raggiungere una personalità non ancora venuta fuori del tutto. Non si può recidere il cordone che lega a certi ascendenti se si suona un determinato tipo di musica, ma è anche vero che osare qualcosina in più non fa mai male. Resta il fatto che i nostri hanno bravura nel veicolare le emozioni, ci attenderemmo però un’ulteriore e buona crescita a livello compositivo che li possa condurre a distinguersi nettamente dalla massa. Pollice in su. Direttamente dalla Germania viene Apparat, “new-sensation” del panorama elettronico europeo. I suoi beat sono pulsanti, miscela con sapienza echi di drum’n’bass con certi stridori tipici dell’Aphex Twin più destrutturato, con bassi abissali che quasi ti scombinano il battito cardiaco. Vero e proprio musicista elettronico, mixa con padronanza composizioni apparentemente semplici a livello melodico, ma molto complesse da un punto di vista della stratificazione e delle architetture. L’atmosfera è da dance-floor di alta qualità ed Apparat convince in tutto e per tutto, una delle note migliori del festival.

E’ Paolo Benvegnù ad aprire la terza ed ultima serata della dodicesima edizione dell’Ypsigrock, siamo a domenica 10 agosto. Non avevo ancora avuto modo di tastare il polso in sede live all’ex-frontman degli Scisma e devo ammettere che sono rimasto piacevolmente colpito dalla passione con la quale Benvegnù interpreta le canzoni, dagli arrangiamenti curatissimi, dalla preparazione della band che lo accompagna. Ottime le dinamiche, ogni song ha un suo percorso discorsivo da seguire ed il risultato è una performance quasi impeccabile che tiene vispa l’attenzione di chi ascolta, complice una ricercatezza strumentale e sonora ben espressa anche in sede live. A chiudere il cerchio ci pensano i belgi dEUS, autentica attrazione principale della tre giorni concertistica. La line-up è stata rivoluzionata poco prima dell’uscita del penultimo lavoro “Pocket Revolution” del 2005, che ha un po’ funto da spartiacque col passato. Professionali ed esperienti, i dEUS non deludono la platea ma il set proposto punta ovviamente più sulla recente produzione che sul passato, a mio avviso artisticamente più interessante. Dall’ultimo “Vantage Point” vengono proposti sette brani sui tredici eseguiti e si sente che la band ha mutato approccio, meno sghembo che in passato, più fisico e moderno. I cinque di Anversa guidati dal vocalist Tom Barman vanno come dei treni, ma nei brani più lenti il ritmo si spezza troppo, segno che il formato ballad con questa formazione non funziona tantissimo. Meglio i frangenti più fisici, dotati di un impatto non da poco. Si giunge alla fine del set col cavallo di battaglia “Suds & Soda” che spacca davvero in sede live, per poi prolungare con tre bonus. Ottimo il lavoro del tecnico delle luci che ha saputo architettare giochi perfetti ed interpretare al meglio il mood di ogni canzone. Ai dEUS va il merito di essere stati degni del ruolo di headliner di cui sono stati investiti, anche se il rammarico (assolutamente personale) nel non vedere la formidabile formazione che ha composto dischi eccelsi come “The Ideal Crash” e “In A Bar Under The Sea” rimane.

Finiti i concerti si tirano le somme e l’ago della bilancia pende sicuramente in positivo. Seppur con qualche neo, la scelta del bill m’è parsa di buon livello e tutto sommato – sgombrando il campo dai gusti personali – tutte le band coinvolte hanno onorato il palco con estrema professionalità. L’affluenza e la partecipazione del pubblico è ciò che più dovrebbe rendere soddisfatti gli organizzatori, che nel corso degli anni sono riusciti a creare un appuntamento fisso ed immancabile per una fetta sempre più consistente di appassionati di musica. Un evidente segno del fatto che la nostra terra ha fame e sete di eventi che contano, e che l’Ypsigrock è un bene prezioso da tenerci stretto, con tutti i suoi pregi e difetti, attendendoci un palinsesto di caratura ancora superiore per la prossima edizione.

A cura di Marco Giarratana