Dead Kennedys

Anche se non tra i creatori assoluti del genere, di certo tra quelli che più hanno contribuito a definire quella piaga degenerata del punk (in senso buono) che è l’hardcore. I Dead Kennedys, con una formazione a quattro che allontana ogni orpello retorico (Jello Biafra, East Bay Ray, Klaus Flouride, D.H. Peligro), infatti, sono sempre stati, rispetto ad altri protagonisti della scena hardcore americana, più aperti a influssi di vario genere: hanno mescolato l’irriverenza e la goliardia punk della California, loro terra d’origine, con le più intellettualistiche e tenebrose operazioni d’avanguardia newyorkesi. La doppietta “Fresh Fruit For Rotting Vegetables” e “Plastic Surgery Disaster” è un’impresa che ha del memorabile, sufficiente per consacrare il gruppo nell’Olimpo del punk, mentre l’attitudine in qualche modo teatrale e quasi gotica, che si incarna soprattutto nel frontman Jello Biafra, gli conferisce una personalità che nel mondo del rock ha ben pochi eguali. Sporchi, rozzi e senza compromessi, impegnati in un’autentica critica sociale, Biafra e soci sono lo scheletro nell’armadio del punk stesso: se immaginiamo i Sex Pistols come l’incubo della Regina, allora i Dead Kennedys sono l’incubo dei Sex Pistols.

 

FRESH FRUIT FOR ROTTING VEGETABLES (1980)

Il primo disco esce negli anni dell’esplosione hardcore punk americana, ed è il loro capolavoro. “Fresh Fruit For Rotting Vegetables” è piena, deformata espressione di un marciume sociale sovraccarico di se stesso. Da sempre e per sempre ostili all’ordine costituito, i Dead Kennedys esordiscono chiamando per nome e cognome i loro nemici (Ronald Reagan è il bersaglio prediletto), con un punk che ha dell’hardcore il germe dei tempi velocissimi, del punk “classico” l’ironia dissacratoria. Un disco composito eppure perfettamente lineare: l’espressività di Biafra mette su un teatro macabro ed espressionista (Kill The Poor), mentre i toni sostenuti e crudi fanno di California Über Alles e Holiday In Cambodia dei veri e propri inni di battaglia, ma sul piano strettamente tecnico riescono ad emergere anche inserti psichedelici (Drug Me) e recuperi di sonorità rock’n’roll (teste Viva Las Vegas, cover di Presley). Con un disco del genere i Dead Kennedys mostrano il lato cadaverico (e più autentico) del punk scuola Sex Pistols, mischiato alla sperimentazione e al nascente hardcore. E sono già nella storia.

Brano consigliato: California Über Alles – In breve: 5/5

 

IN GOD WE TRUST, INC. (1981)

L’ottimo esordio è seguito da un disco minore ma comunque assai significativo, tanto da essere poi inserito per intero in coda a “Plastic Surgery Disasters”. Questo EP documenta l’avvenuto consolidarsi all’interno della scena hardcore (tempi velocissimi e un totale di neanche quattordici minuti per otto brani), risultando una delle produzioni più canonicamente hardcore punk del gruppo. Nonostante lo stile accelerato e la gabbia dei tempi ristretti, trova qui spazio anche la vena sperimentale mai sopita del quartetto, in particolare con We’ve Got A Bigger Problem Now, adattamento lounge/jazz di California Über Alles. Punto fisso rimangono anche le tematiche, ferocemente politiche, che saranno il fulcro stabile su cui si impernieranno le evoluzioni stilistiche del gruppo: stavolta l’attacco diretto è al mondo ecclesiastico (eloquente è già il Cristo in copertina crocifisso su banconote) nonché allo stesso mondo punk, in cui i Dead Kennedys rintracciano nemici contrassegnati da diverso colore politico (Nazi Punks Fuck Off).

Brano consigliato: Nazi Punks Fuck Off – In breve: 4/5

 

PLASTIC SURGERY DISASTERS (1982)

“In God We Trust, Inc.” è stata una bella parentesi. Ma il secondo disco vero e proprio, “Plastic Surgery Disaster”, va considerato in stretta connessione col disco d’esordio. Da esso, infatti, Biafra e compagni hanno ereditato tutti i punti di forza (punk cruento, espressionismo, teatralità, richiami al rock’n’roll, attacco politico) senza tuttavia ripetersi. Forse ancora più caotico (in senso positivo) dell’album dell’80, “Plastic Surgery Disaster” mette in scena ancora un punk tagliente, confusionario, deforme, da cui emergono abbozzi melodici nei ritornelli (Well Paid Scientist), sound western (Winnebago Warrior) e sperimentazioni (Riot). “Plastic Surgery Disaster” è meno hardcore di “In God We Trust, Inc.”, ma non è un passo indietro, anzi: la forza del quartetto californiano è proprio questa, andare oltre. I Dead Kennedys furono hardcore punk, lo furono pienamente, ma seppero superare il rischio più insidioso del genere, quello della monotonia: questo disco sancisce il periodo d’oro del gruppo, racchiuso in questi primi tre anni (con annessi altrettanti dischi), in cui domina un giusto equilibrio tra l’incarnare lo spirito hardcore e l’essere teatro, l’essere buio, l’essere di più.

Brano consigliato: Government Flu In breve: 5/5

 

FRANKENCHRIST (1985)

A tre anni di distanza, “Frankenchrist” non restituisce la fortissima personalità che aveva contraddistinto i lavori precedenti. Non c’è un calo qualitativo eccessivo, ma c’è. Più che altro c’è un cambio di stile: una certa energia hardcore ancora affiora qua e là (Hellnation), ma basta osservare la durata dei brani (spesso sopra i quattro minuti) per capire che qualcosa è cambiato. Biafra continua a declamare il suo comizio, ma lo fa più cautamente, e in generale si diffonde un certo classic rock riscoperto: riff di chitarra più puliti e definiti, assoli più frequenti, tempi allungati, strofe più standardizzate. Il ritornello pseudo-melodico e una qualche venatura rock’n’roll sono eredità di ciò che i Dead Kennedys sono stati, ma “Frankenchrist” è un disco più prolisso, più prosaico e anche più eighties (At My Job). Nonostante il generale rilassamento, comunque, continua l’idea di un punk privo di freni, disinibito, intelligente, che sa regalare ancora incursioni potentissime (MTV-Get Off The Air), anche se non all’altezza degli album precedenti.

Brano consigliato: Hellnation In breve: 4/5

 

BEDTIME FOR DEMOCRACY (1986)

La stasi (in senso lato) di “Frankenchrist” è di nuovo esorcizzata nell’ultimo lavoro in studio, “Bedtime For democracy”, l’unico che si può forse definire hardcore punk in senso stretto (considerando i precedenti, specie i primi, come un efficace sposalizio tra l’hardcore e la sperimentazione). Qui il caos di quei tempi è asciugato in un sound più sintetico e pulito, sintomo di un genere, l’hardcore punk appunto, ormai consolidatosi. Le durate dei brani rispettano la legge hardcore della brevità: quasi tutti sono sotto i tre minuti, molti sotto i due. La “prolissità” di “Frankenchrist”, ma anche il sound, sopravvivono più che altro in Chickenshit Conformist, per il resto l’album (comunque a suo modo buono) ripropone idee già saggiate, ma prosciugandole, per creare un prodotto fresco ma che non riesce a raggiungere l’irruenza o almeno il coraggio di nessuno dei dischi precedenti. La forte critica politica rimane l’unico carattere non snaturato, anzi, la critica allo stesso mondo punk è qui più forte che altrove (si veda, ancora, Chickenshit Conformist), ma questo disco segna il punto basso della sinusoide: nello stesso anno i Dead Kennedys mettono fine alla loro esperienza.

Brano consigliato: Triumph Of The Swill In breve: 3,5/5

 

GIVE ME CONVENIENCE OR GIVE ME DEATH (1987)

Nonostante lo scioglimento, un altro album, ancora, si ritaglia un angolo nella loro discografia. “Give Me Convenience Or Give Me Death” è una raccolta, perché, di fatto, raccoglie: troviamo infatti brani presenti anche in altri dischi (California Über Alles, Holiday In Cambodia), cover (I Fought The Law), versioni alternative (Buzzbomb From Pasadena) o live. Ma è in un certo senso anche un album vero e proprio dal momento che ciò che raccoglie è per lo più materiale edito fuori dagli album, ed è materiale degno di nota o perché atipico (Night Of The Living Rednecks, con il suo andamento jazzato) o perché di fatto di prim’ordine nel loro repertorio (Too Drunk To Fuck, Police Truck). Ciò che è importante sottolineare, tuttavia, è che in tutto questo materiale, anche piuttosto eterogeneo, trova posto solo quanto si confà ai Dead Kennedys pre “Frankenchrist”: la doppia svolta finale della loro carriera (con “Frankenchrist”, appunto, e con “Bedtime For Democracy” verso un’altra direzione) è capovolta con un ultimo rimando a quel punk espressionista che aveva reso i Dead Kennedys una delle più belle storie del punk hardcore tutto.

Brano consigliato: Too Drunk To Fuck In breve: 4/5