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Joy Division

I Joy Division sono tra i primi (e più noti) gruppi a tornare reduci dal Vietnam del punk. Sono tra i primi a recuperare la lezione dei Sex Pistols e dei Clash, a poco dalla loro esplosione, per convertirla in qualcosa di sublime, nel senso kantiano di orrendo splendore, ma anche in qualcosa di più intimo e meno distruttivo. Una delle impressioni più forti che si hanno all’ascolto del quartetto inglese è quella di una musica ricucita: c’è stato uno strappo, che è il punk, e ci sono gruppi che puntano a ricucire (per rileggerla) la musica strappata, ed è il post punk. Storicamente nella new wave, esteticamente nel post punk, attraversati da una vena tenebrosa che anticipa il gothic rock, i Joy Division non hanno più niente da protestare, come facevano i punk della prima ora, ma solo da affrescare: è l’animo umano squarciato da tensioni insostenibili e imperscrutabili, attraversato da onde pulsanti che si esternano in linee di basso geometriche, voci cavernose, batterie minimali e riff di chitarra sparsi nell’etere come sangue sul pavimento. Ma quando il nero profondo dell’animo sovrasta l’intelletto, lo scarnifica, il suicidio sembra l’unica via d’uscita: la morte di Ian Curtis è pietra tombale su un genere destinato a vivere ancora, ma, anche, a portare con sé la propria ombra.

 

UNKNOWN PLEASURES (1979)

Ricucire, si è detto: l’opera prima, capolavoro dei Joy Division, restituisce gli strumenti alla fissità che gli spetta, a uno spazio relazionale; e questo è il “post”. Ridà alla voce la melodia, alla chitarra il riff. Ma la voce è ondulata, claustrofobica e minata dall’interno, la batteria è demente nelle sue ipnosi, e questo è il punk, o almeno il suo fratello postumo. Brani come She’s Lost Control possono richiamare il punk più da vicino, pur avendolo già metabolizzato, ma l’andazzo generale del disco, tra alienazione e minimalismo, rivela il desiderio d oltrepassare la stessa concezione punk di fare musica (Day Of The Lords, Candidate). L’operazione di Ian Curtis e soci ha dell’eroico: da un lato ricuciono, dall’altro problematizzano. Se la ricucitura è necessità di ritorno a un alfabeto intelligibile contro il caos del punk (e allora le parti di ogni strumento sono volutamente isolate, spazializzate all’eccesso in una musica che si struttura soprattutto sui vuoti e sui silenzi), proprio dall’anarchia (musicale) del punk si impara a non tornare al preziosismo del prog. Un basso definito, una chitarra frammentata in riff circensi e accordi grezzi, una batteria seriale e una voce calda e cadaverica (cioè calda e fredda insieme) sono l’impalcatura che regge un fondamentale, incurabile vuoto: un nero attraversato da onde e vibrazioni.

Brano consigliato: Disorder – In breve: 5/5

 

CLOSER (1980)

Il vuoto costruito nell’album d’esordio subisce un parziale riempimento nel lavoro successivo, ulteriore capolavoro. Riempimento che avviene innanzitutto con l’inserimento di tastiere, oppure tramite il raddoppio delle parti di chitarra (Passover), e con una generale preferenza per l’efficacia del riff e la pienezza delle partiture. La millimetrica desolazione di “Unknown Pleasures” è in “Closer” esorcizzata con ipotetici fiori: ma sono “I fiori del male” di Baudelaire, e il tentativo d’arredo non cancella la decadenza. Si inserisce un gusto romantico per la morte: ce lo dice a suo modo anche la copertina, ma soprattutto l’accoppiata tombale The EternalDecades che chiude il disco. Nonostante i rattoppi esistenziali, “Closer” rivela il contatto con l’album precedente proprio nei punti di rottura che, stridendo, minacciano di risollevare il vuoto cosmico esposto sul tavolo anatomico in “Unknown Pleasures”: questo è il compito di Atrocity Exhibition, che, in apertura, dichiara subito di portare gli strumenti all’eccesso opposto di quanto fatto nel disco del ’79, con la chitarra impazzita in cacofonia e la batteria tribale. Ma è caos, è il vuoto che cerca di tornare infrangendo le barriere: “Closer” è un tentativo di rin-chiudere il vuoto.

Brano consigliato: Atrocity Exhibition – In breve: 5/5

 

STILL (1981)

Il suicidio di Ian dichiara che il vuoto alla fine non è stato rinchiuso. I Joy Division si sciolgono e ricostituiscono sotto il nome di New Order. Nonostante questo, però, almeno due album, tra i postumi, sono degni di nota: il primo è “Still”. Chiamarla raccolta è filologicamente esatto, ma l’uscita così vicina all’Ian vivente e il fatto di contenere tutti inediti (nel primo CD, il secondo è live), lo dichiarano il terzo disco della band a tutti gli effetti. Il carattere raccogliticcio resiste in filigrana, cosa che fa preferire i due album precedenti, ma il sound in generale è compatto e coerente. Esteticamente si colloca a metà strada tra i due primi dischi, mancando tastiere con funzione “rammendatrice” (per tornare alla metafora): è un album crudo, potente, decostruttore di punk, e a dominare è soprattutto la chitarra (quando il basso spietato di Peter Hook non la sovrasta), ora volta al caos ritmico più che al riff. Il sound post punk s’arroventa: “Still” ci riserva (e si chiami ancora “raccolta”!) tra i brani più noti della band (Walked In line, Dead Souls), nonché una cover live di Sister Ray dei Velvet Underground, padri putativi della loro componente novecentesca e dissacratoria.

Brano consigliato: The Sound Of Music – In breve: 4,5/5

 

SUBSTANCE (1988)

Del tutto catalogabile come “raccolta”, invece, “Substance”, album celebrativo a distanza di ormai quasi un decennio dalla morte di Curtis. Poiché raccoglie brani provenienti da tutto l’arco temporale della loro carriera (breve, sì, ma a suo modo variegato e molto intenso), “Substance” è un modo per attingere agli spunti più vicini al punk che caratterizzavano i Joy Division agli esordi, quando ancora si chiamavano Warsaw, a versioni alternative di brani già editi e a diversi inediti o editi ma usciti solo come singoli. Compaiono, perciò, brani meno noti (Komakino, No Love Lost, di influenza velvetiana), ed altri assai di più, come Atmosphere e, soprattutto, la celeberrima Love Will Tear Us Apart. E al di là dell’interesse più che altro filologico che può accendere questo disco, proprio Love Will Tear Us Apart rimane, per il grande pubblico, il testamento e l’epitaffio reale di una band che ha lottato, disobbedito, affrontato la morte e poi è morta. Amando.

Brano consigliato: Love Will Tear Us Apart – In breve: 3,5/5

Antonio Perozzi
Antonio Francesco Perozzi è meravigliato dall'esistenza. Perciò, cerca di darsi da fare in ogni campo che tratti l'essere umano come un problema da scandagliare. Recita un po' di rock nei suoi Nefas, scrive romanzi e poesie, ma trova più domande che risposte.