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Mark Lanegan

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Voce calda e corrosiva resa tale da litri di whiskey e tonnellate di tabacco, Mark Lanegan è uno degli ultimi grandi songwriter del rock contemporaneo. Abbeverandosi tanto alla fonte del blues quanto a quella del folk rurale americano, facendo suo lo stile vocale dei crooner, l’ex frontman degli Screaming Trees ha scritto importanti pagine del più recente cantautorato statunitense. Una vita vissuta tra eccessi di alcool e droghe, costellata da riabilitazioni che hanno segnato le tematiche di testi sempre toccanti, semplici ma mai banali, così come gli arrangiamenti, scarni ma dall’innegabile eleganza. Negli ultimi anni Lanegan è diventato collaboratore richiestissimo da artisti stilisticamente diversi, dai Queens Of The Stone Age ai Soulsavers, da Isobel Campbell al dj Bomb The Bass, a volte anche solo per camei di un solo brano ma sempre apponendo la sua inconfondibile firma.

THE WINDING SHEET (1990) – Dolente e cupa, la prima opera di Lanegan lontano dall’alcova degli Screaming Trees ne mette in risalto le suggestioni bucoliche e il forte legame con la tradizione cantautorale americana. Il tono è pacato, le sue sono ballate pastorali che nascono nella desolante America del Nord-Ovest. C’è un ancora semi sconosciuto Kurt Cobain (accreditato come Kurdt Kobain) alle backing vocals di Down In The Dark e alla chitarra in Where Did You Sleep Last Night.

Brano consigliato: Wild Flowers – In breve: 4/5

WHISKEY FOR THE HOLY GHOST (1994) – La sola Borracho squarcia l’orizzonte con la forza di un fulmine in un arido deserto. Il whiskey per lo Spirito Santo assume sembianze lisergiche e malate come oscuri rituali voodoo. Lanegan sale in cattedra con una scrittura magistrale, le piaghe del blues sono martoriate da litri di alcool e lacrime. L’album vive in bilico tra i toni elegiaci di Carnival e la toccante trenodia di Kingdoms Of Rain.

Brano consigliato: Kingdoms Of Rain – In breve: 4,5/5

SCRAPS AT MIDNIGHT (1998) – Si tratta di un parziale ritorno agli Screaming Trees per via di una persistente acidità rock di fondo. Molti brani richiamano lo spirito della band madre (Wheels, Hospital Roll Call, Because Of This) nonostante sia ormai profonda l’impronta solista. Un album senza particolari sussulti in cui non mancano comunque episodi di classe cristallina come Bell Black Ocean, Praying Ground. Last One In The World è dedicata alla memoria di Kurt Cobain, morto suicida quattro anni prima.

Brano consigliato: Because Of This – In breve: 3/5

I’LL TAKE CARE OF YOU (1999) – Raccolta di cover una più affascinante e sorprendente dell’altra. Lanegan è perfettamente a suo agio nei panni del crooner e tira fuori una prestazione magistrale. Asciuga il sudore a Carry Home dei Gun Club e lima le asperità di Creeping Coastline Of Lights dei Leaving Trains trasformandole in superlative poesie notturne. Ma è in Shanty Man’s Life che Lanegan raggiunge l’apice della sua eleganza artistica e fa venire i brividi.

Brano consigliato: Shanty Man’s Life – In breve: 4,5 /5

FIELD SONGS (2001) – La vetta assoluta, un Lanegan in stato di grazia forgia superbe ballate dall’aroma agreste in cui gli equilibri tra voce e strumenti sono perfetti. Il cantante di Ellensburg conduce a definitiva maturità la sua grande peculiarità: trasformare idee semplici in pietre preziose. Il timbro è sempre più roco ma in Kimiko’s Dream House si fa leggero e intimo, come una confidenza sussurrata davanti a un bicchiere di whiskey.

Brano consigliato: No Easy Action – In breve: 5/5

HERE COMES THAT WEIRD CHILL (2003) – Album di passaggio necessario affinché possa compiersi la metamorfosi. Lanegan sta cambiando pelle e ad annunciarlo è il martellio di Metamphetamine Blues, anticipazione di ciò che verrà. I suoni sono acidi ma il songwriting è un po’ fuori fuoco, alcuni brani sembrano più esperimenti che canzoni di senso compiuto come il ringhio alla Tom Waits di Clear Spot. A distanza di anni, in Message To Mine echeggiano di nuovo gli Screaming Trees.

Brano consigliato: Message To Mine – In breve: 3/5

BUBBLEGUM (2004) – Nel 2002 i Queens Of The Stone Age uniscono in un solo album l’essenza dell’indie rock del nuovo millennio con il grunge e lo stoner anni ‘90. Lanegan partecipa attivamente a quel “Songs For The Deaf” e porta nel suo nuovo lavoro solista i segni di quell’esperienza. Questo è il primo album a nome Mark Lanegan Band, è rock sbilenco e ricercato che non rinuncia ad abrasivi accessi punk (Sideways In Reverse) o a bassi iperdistorti à la QOTSA (Hit The City). Emerge una forte carica erotica nel blues primordiale di Wedding Dress e soprattutto in Come To Me, in cui la voce di Lanegan flirta con quella di PJ Harvey raggiungendo un inevitabile orgasmo melodico.

Brano consigliato: Wedding Dress – In breve: 4,5/5

BALLAD OF THE BROKEN SEAS / con Isobel Campbell (2006) – La liaison artistica con la musa dei Belle & Sebastian riporta Lanegan in territori folk/blues. Aleggiano dolori sentimentali e storie di tradimenti, il tono è languido e delicato e non di rado appare lo spettro di Nick Cave (Revolver, Deus Ibi Est). La Campbell è invero una comprimaria ma riesce comunque a regalare Black Mountain, un gioiello degno dei Fairport Convention.

Brano consigliato: Black Mountain – In breve: 3,5/5

IT’S NOT HOW FAR YOU FALL, IT’S THE WAY YOU LAND / con Soulsavers (2007) – Il duo di dj inglesi chiama Lanegan per rilanciare le proprie quotazioni. Il nostro è a suo agio nelle penombre trip hop di Ghost Of You And Me e Paper Money o nella selva di sitar di Jesus Of Nothing. La cover di Spiritual di Johnny Cash è un etereo gospel sospeso tra nuvole celestiali, mentre Kingdom Of Rain riapre la ferita che l’originale inflisse in “Whiskey For The Holy Ghost”.

Brano consigliato: Ghost Of You And Me – In breve: 3,5/5

SUNDAY AT DEVIL DIRT / con Isobel Campbell (2008) – Il secondo album in condominio con Isobel Campbell non riserva sorprese. Resta evidente il timbro folk britannico, nonché l’impronta di Nick Cave. Gli archi abbracciano numerosi episodi ma le cose migliori restano l’opener Seafaring Song, le visioni desertiche di Back Burner e la delicata Who Built The Road.

Brano consigliato: Who Built The Road – In breve: 3,5/5

SATURNALIA / come The Gutter Twins (2008) – Greg Dulli e Lanegan concretizzano finalmente un progetto spesso ventilato, ma che ha i prodromi in alcuni brani dei Twilight Singers. Il risultato è un disco in cui le cose migliori affiorano quando è Lanegan a prendere le redini della situazione. È ammaliante la penombra di All Misery Flowers, così come ad alto tasso emotivo è Seven Stories Underground, in cui si materializza il fantasma di “Long Gone Day” dei Mad Season. Il resto pende più verso gli Afghan Whigs con un Dulli che ci mette del suo in God’s Children e I Was In Love With You, ma si attesta tutto su una dignitosa sufficienza e poco più.

Brano consigliato: Seven Stories Underground – In breve: 3/5

BROKEN / con Soulsavers (2009) – Dopo due anni, i Soulsavers tentano di bissare l’ottimo riscontro di critica e pubblico ricevuto con la prima collaborazione con Lanegan. Stavolta l’idillio non riserva grandi colpi, una sfilza di ballad ammantate da un’aura soul-gospel in cui l’ex Screaming Trees pecca di quei guizzi che rendono le canzoni memorabili. Alla fine resta qualcosa di All The Way Down e del bel duetto con Red Ghost in Rolling Sky, invero troppo poco.

Brano consigliato: Rolling Sky – In breve: 2,5/5

HAWK / con Isobel Campbell (2010) – Come i due predecessori, anche “Hawk” resta radicato nella consueta formula di songwriting languido intriso di folk/blues. A dare un po’ la scossa stavolta ci pensa You Won’t Let Me Down Again, accesso di virilità che riporta Lanegan ai fasti di “Whiskey For The Holy Ghost”. Album godibile, ma giunti al terzo episodio senza sostanziali variazioni su tema, la saga inizia a stancare.

Brano consigliato: You Won’t Let Me Down Again – In breve: 3/5

BLUES FUNERAL (2012) – L’assalto di Gravedigger’s Song mostra un Lanegan mai così oscuro e minaccioso, qualcosa è cambiato? A otto anni da “Bubblegum”, sì. Fatto tesoro delle collaborazioni intraprese nel corso degli anni, soprattutto quella coi Soulsavers e del cameo in “Black River”, brano del dj Bomb The Bass, il cantautore di Ellensburg prova a coprire di vesti electro pop la sua anima folk. Il risultato è interessante sebbene distante dai capolavori del passato. I colpi migliori sono St. Louis Elegy che è una dolente passeggiata nel buio e l’estasi di Bleeding Muddy Water. Fa un certo effetto invece la cassa dritta di Ode To Sad Disco, che se non durasse sei minuti sarebbe anche un ottimo esperimento.

Brano consigliato: Gravedigger’s Song – In breve: 3,5/5

DARK MARK DOES CHRISTMAS (2012) – Come un vero crooner, anche Lanegan cede alla tentazione del disco di Natale ma lo fa a modo suo. Pesca a piene mani dal repertorio euro-americano di caròle, le spoglia d’ogni orpello e mette su poco più di un quarto d’ora di pura oscurità folk. Il nostro si muove tra il desolante banjo di The Cherry Tree Carol, il rock scheletrico di Down In The Forest e la cruda elettricità di Burn The Flames dando un’altra prova di immenso talento.

Brano consigliato: Down In The Forest – In breve: 4/5

BLACK PUDDING / con Duke Garwood (2013) – Duke Garwood è uno dei più intriganti esploratori del fingerpicking contemporaneo e Lanegan gli aveva già concesso spazio in “Blues Funeral”. In queste dodici tracce composte a quattro mani le trame acustiche sono cucite su misura per la voce di Lanegan. Imperversa uno spirito voodoo-blues in Pentacostal e Last Rung, mentre Mescalito è la contemplazione di un tramonto infuocato. Eccellente psichedelia acustica.

Brano consigliato: Mescalito – In breve: 4/5

IMITATIONS (2013) – A quattordici anni da “I’ll Take Care Of You”, Lanegan reinterpreta brani di artisti del passato e non che fanno parte del suo corredo genetico. Tra chitarre acustiche e archi riesce nell’impresa di rendere ancora più toccante Deepest Shade dei Twilight Singers e riduce all’essenziale You Only Live Twice di Nancy Sinatra. Senza alcuno stravolgimento, mette mani anche su Flatlands di Chelsea Wolfe, senza però toccare i picchi di sublime poesia dell’originale.

Brano consigliato: Deepest Shade – In breve. 3,5/5

HAS GOD SEEN MY SHADOW? – AN ANTHOLOGY 1989-2011 (2014) – Un’antologia divisa in due tomi: il primo è un greatest hits che pesca da tutti i lavori solisti, più interessante è invece il secondo dischetto in cui vengono ripescate alcune outtake, su tutte la primordiale Leaving New River Blues che ammicca a Leadbelly e Robert Johnson e l’appena sussurrata Dream Lullabye. Non solo per fan.

Brano consigliato: Leaving New River Blues – In breve: 3,5/5

BELLS ON SUNDAY (2014) – È l’EP che annuncia l’imminente nuovo album su lunga distanza. Gli istinti pop stanno sempre più prendendo il sopravvento e su Dry Iced e Sad Lover i meccanismi funzionano ma senza esaltare. Qualcosa non quadra.

Brano consigliato: Sad Lover – In breve: 2,5/5

PHANTOM RADIO (2014) – Che Lanegan fosse stanco di star recluso nella nicchia dei nostalgici del grunge e del folk s’era capito da un pezzo e nessuno contesterebbe la muta della pelle se la nuova fosse stupenda come la precedente. Invece “Phantom Radio” è di una noia agghiacciante, intagliato com’è con suoni pessimi e pieno di canzoni banali. Si salvano solo le reminiscenze new wave di Floor OF The Ocean e gli echi del Lanegan che fu (I Am The Wolf e Judgement Day), il resto è un pop emaciato con pattern elettronici invero pessimi. È questo l’inizio del declino?

Brano consigliato: I Am The Wolf – In breve: 2/5

A THOUSAND MILES OF MIDNIGHT – PHANTOM RADIO REMIXES (2015) – Le canzoni dell’EP “No Bells On Sunday” e “Phantom Radio” trovano qui nuove vesti, fredde quanto le originali. Neanche nomi di tutto rispetto come UNKLE, Moby, Alastair Galbraith e Soulsavers riescono a ravvivare spartiti troppo gracili. Superfluo.

Brano consigliato: Harvest Home – In breve: 2/5

HOUSTON: PUBLISHING DEMOS 2002 (2015) – Gli archivi di Lanegan paiono inesauribili. L’ennesima raccolta di demo si sofferma sul periodo intercorso tra “Field Songs” e “Bubblegum” ed è così che affiorano una versione magnifica di Metamphetamine Blues (il cui titolo qui è When It’s In You), lo scheletro acustico di Grey Goes Black (che finirà in “Blues Funeral”) e le contemplazioni bucoliche di The Primitive e No Cross To Carry.

Brano consigliato: The Primitive – In breve: 3,5/5

Marco Giarratana
Starnazza dietro il microfono per la sua band stoner, gli Jussipussi, e spiccherà presto il decollo col suo progetto solista Blackwhale. Sfornella per il suo blog culinario Uomo Senza Tonno e bazzica su Il Cibicida dal 2006.