Portishead
Pubblicato il 12/10/2006 da ilcibicida
Nel 1991 i Massive Attack pubblicano “Blue Lines” e la critica si sbizzarrisce con le recensioni. La musica dei Massive Attack venne definita trip hop, ovvero: pentolone fumante di soul, hip hop, elettronica, ambient, bassi dub, dark, sonorità dancefloor e suggestioni da viaggio (“trip”). Un ibrido nuovo di zecca che vide come base quella Bristol, in Inghilterra, che mai, prima di allora, era stata protagonista di particolari eco musicali. In realtà un processo creativo, da quelle parti, serpeggiava da anni, ma si limitava a combi sotterranei rimasti per molto tempo embrionali, anzi di più, occasionali. Con il boom dei Massive Attack di 3D Del Naja, Daddy G e Mushroom e la loro emersione sul mercato, così, gli elementi che per tutti gli anni ’80 avevano fermentato in sordina nei locali di quella città a due ore da Londra, ebbero la legittimazione di un moto non più strettamente underground. In quegli anni, in un quartiere di Bristol chiamato “Portishead”, nacque l’altra grande formazione del trip hop: per l’appunto, i Portishead. Loro furono i fautori di una mistura suono-immagini davvero unica. L’architetto della struttura fu Geoff Barrow, tastierista e ricercatore di suoni, già ai fornelli di Depeche Mode, Primal Scream e Tricky (altro grande protagonista di Bristol). A lui si unì la magnetica e gracile cantante Beth Gibbons – incontrata casualmente in uno studio di registrazione – e poi il tecnico del suono Dave McDonald ed il chitarrista jazz Adrian Utley. Suono-immagini si diceva prima, le musiche dei Portishead sono, infatti, colonne sonore manipolate, rivisitazioni di soundtrack di film noir, spionaggio e mafia movies (il loro debutto doveva essere la OST di un lungometraggio del duo Gibbons-Barrows intitolato “To Kill A Dead Man”). Il tutto reinterpretato in chiave jazz e dalla splendida voce soul della Gibbons. Ma non solo, si aggiungano al quadro: archi, basi hip hop, scratch e sample di disco, sintetizzatori moog e diversi campionamenti di temi cinematografici, ecco che si arriva al sound elaborato dei Portishead.
Il debutto della band arrivò quando il movimento trip hop era all’apice, nel 1994, e prese il nome di Dummy. Album appassionante e mai frammentario, lo si potrebbe definire “un film lungo un album”. Nel disco, infatti, la musica è montata come fossero fotogrammi di una pellicola. Indimenticabile il pezzo Glory Box che sarà la canzone più celebre dei “P” e che fu utilizzata anche per un famoso spot pubblicitario. Riluttanti ad esibirsi live, i Portishead pubblicizzarono l’album solo tramite manichini (“dummy”) e rarissime interviste di Beth. Nel seguente e omonimo Portishead del 1997 la band però sparisce. O meglio, si nasconde sotto una grande quantità di “effetti”, variazioni, trame dilatate e alterazioni di voce. Gli inglesi non riescono a ripetere l’efficacia dell’esordio, ma l’album va guardato da un’angolazione diversa: il trip hop nato genere bastardo trova in “Portishead” una sua dignitosa variante, segnata dalla contraddizione di se stessa: i Portishead avevano cancellato tutto per ripartire da zero. Testimonianza del conseguente tour del 1998 è Live In Roseland New York, resoconto di uno show acustico a New York ma che in realtà rappresentò poi una sorta di congedo dei Portishead nei confronti del pubblico. Uno scioglimento? Sì. Anche se senza particolari strascichi e conseguenze. Negli anni seguenti Beth Gibbons pubblica “Out Of Season” (2002), debutto da solista, e il chitarrista Adrian Utley fa uscire il mini album elettronico “Warminster” (1999). Poi si giunge alla primavera del 2008, ben undici anni dopo il disco omonimo. In aprile esce Third: il “terzo” album dei Portishead. Il disco, comunque molto buono, risente degli anni d’assenza e di un approccio meno esplosivo. Non c’è quasi nulla – se non il timbro della Gibbons – ad imparentare “Third” alle due precedenti schegge del trip hop. “Third” è un album di ballate scure, metropolitane, con qualche chitarra in più e qualche macchina in meno, il “Bristol sound” non esiste più ma, d’altronde, sono passati dieci anni.
A cura di Riccardo Marra
CATEGORIA: MONOGRAFIE














