Shellac

Shellac Of North America, per alcuni, Shellac, per tutti. Terza e (per ora) ultima reincarnazione del progetto musicale di Steve Albini, che si fa accompagnare, stavolta, da Bob Weston al quattro-corde e da Todd Trainer ai tamburi, mentre l’ex frontman dei Big Black si riserva, al solito, chitarra e voce. “Trio rock minimalista”, si autodefiniscono, e a ragione: le componenti noise e post hardcore fuse insieme fin dai primordi dell’iter albiniano trovano qui un terzo giocatore, più timido e sottile, ma che contribuisce a ridefinire l’idea musicale del buon vecchio Steve. Si tratta del math rock: le composizioni degli Shellac sono costruite su leggi algebriche spesso complesse e apparentemente casuali, le parti di chitarra semantizzano i silenzi con continui stacchi ritmici, cui fa da supporto il chimico, maniacale, minimizzato corredo percussivo di Trainer. Il basso, per contro, amalgama il tutto in gonfi tappeti di note passate sotto il rasoio del plettro. Il basso è la massa, la batteria il tempo, la chitarra la velocità: anche questo schema è d’autore. E gli Shellac, presi insieme, presi storicamente come punto d’arrivo di una carriera già stellare (ma, tra i vari stazionamenti albiniani, anche punto più lungo e stabile, con sei dischi all’attivo, since 1994), si offrono come colonna portante dell’essere radicalmente underground nel mondo contemporaneo del rock: un gruppo anagraficamente datato ma ancora punto di riferimento per chi ama il rock senza sofismi, senza barriere, quello puro. Una linea che collega Big Black, Rapeman e Shellac: una delle più belle storie del rock alternativo.

 

AT ACTION PARK (1994)

“At Action Park” non è solo il miglior disco degli Shellac, è anche una delle vette della carriera di Albini. My Black Ass, in apertura, dichiara subito che la struttura è anticonvenzionale e algoritmica: parti estese che tendono alla reiterazione incontrollata, sensazione di stordimento. Crow, dall’altro lato, mette alla prova la massa del basso con una linea uniforme e lunghissima che copre quasi tutto il brano, mentre Trainer spacca in due e poi in quattro i secondi, al momento gusto. Un pizzico di Slint (che Albini a quest’altezza cronologica aveva già prodotto) entra in The Idea Of North, ma “At Action Park”, in generale, è un’epopea distruttiva anche nei momenti solo strumentali (Pull The Cup): la matassa nevrotica di Big Black e Rapeman è prosciugata in un vuoto cosmico inframusicale che riempie gli spazi di questo rock post indutriale che ha radici etimologiche in “Songs About Fucking”.

Brano consigliato: My Black Ass – In breve: 5/5

 

THE FUTURIST (1997)

Di fatto si tratta di un non-album (distribuito solo agli amici, probabilmente incompiuto), pensabile più come un lavoro di sperimentazione e di studio, costruito più su idee da sviluppare che sviluppate. Come per tutti i lavori tendenti a una certa forma di concettualismo si potrebbe aprire una lunga discussione su cosa possa essere definito “compiuto” e cosa no. Ma la questione oltrepassa gli spazi qui concessi e ci limitiamo a descriverlo così: un (non)album di cinque tracce intitolate Movement (1, 2, 3, 4, 5), strumentali, che oscillano tra momenti jam à la Albini (e cioè minimalista e più incentrata sul ritmo che sulle evoluzioni melodiche) e momenti di puro caos elettrico, spesso con un passaggio repentino dall’uno all’altro universo (Movement 3). Una, ubiqua, citazione fonda il disco: quella della musica futurista, evocata da quel “caos elettrico” che riempie parte delle tracce e che è chiaro rimando agli Intonarumori di Luigi Russolo.

Brano consigliato: Movement 3 – In breve: 3,5/5

 

TERRAFORM (1998)

La seconda uscita vera e propria segue solo in parte le direttive della prima. Lo dichiara Didn’t We Deserve A Look At You The Way You Really Are, di dodici minuti: suite math rock lontana dal futurismo dei vari “Movement” e lontana dalla rabbia di “At Action Park”, è placida, si estende architettonicamente, è riflessiva. Tutti gli altri brani, invece, riprendono il modello dell’album del ’94, anche nella durata, ma con una differenza non secondaria che influenzerà la produzione successiva: nonostante Albini tenda sempre a urlare o recitare, qui le canzoni sono più propriamente tali, sono cantate. Questo ammorbidisce in generale il lavoro, insieme alle soluzioni strumentali più pacate (House Full Of Garbage) e non gli permette di raggiungere l’incisività claustrofobica di “At Action Park” (osservabile, al più, in brani come Rush Job e Disgrace). “Terraform”, che è comunque un disco ottimo, si fa apprezzare più per il connubio melodia vocale/ariete sonoro e per la tendenza a una certa forma di jam algoritmica e cerebrale.

Brano consigliato: Didn’t We Deserve A Look At You The Way You Really Are – In breve: 4/5

 

1000 HURTS (2000)

Il 2000 porta la quarta fatica in studio. “1000 Hurts” testimonia il passaggio di “Terraform”, e cioè di una vena pseudo melodica e di una maggiore riflessione sul math. Anzi, perfeziona quanto fatto nell’album precedente, mediando le sue novità con un maggiore richiamo ad “At Action Park” e riequilibrando la sproporzione tra i brani introdotta in “Terraform” dai dodici minuti della traccia numero uno. Ancora il brano d’apertura porta consiglio: Prayer To God è quanto di più simile ci sia alla canzone propriamente detta nel repertorio shellachiano e ribadisce (insieme ad altri pezzi, Canaveral ad esempio) la ricerca di una certa melodia. Brani come Mama Gina mostrano invece la tendenza a una forma di suite non claustrofobica, ma qui ridotta quantitativamente (non dodici, cinque, i minuti). Passando per l’esperimento di New Number Order, che cambia tempo in continuazione, Watch Song, in chiusura, mette il suggello a quello che è un album meno alienante e più accessibile (rispetto al ‘94) ma anche più omogeneo e coerente (rispetto al ‘97).

Brano consigliato: Prayer To God – In breve: 4/5

 

EXCELLENT ITALIAN GREYHOUND (2007)

Gli Shellac tornano a registrare dopo sette anni e ciò che producono è infatti molto diverso da quanto fatto fino al 2000. La struttura è simile a quella di “Terraform”: brano lungo all’inizio (qui, End Of Radio) e poi brani più corti (con l’eccezione, qui, di Genuine Lulabelle). E, come “Terraform”, la prima canzone è quella più eleggibile a manifesto dell’album: End Of Radio è non solo, probabilmente, il pezzo migliore del disco (accordi ipnotici di chitarra scandiscono il tempo dall’inizio alla fine, voce e percussioni arabescano spazi vuoti con saliscendi ritmici e volumici), ma anche quello che più saluta da lontano “At Action Park”. Gli Shellac sono ancora energici (Steady As She Goes, Be Prepared) ma non più claustrofobici (con Spoke sembrano addirittura parodiarne i caratteri), e fin da “Terraform” si sono rivolti a una ricerca diversa, più interiorizzata, più disponibile a suite scarnificate, più melodica, anche. “Excellent Italian Greyhound” è l’album che ne risente di più, il loro disco minore, ufficialmente fuori dagli anni ’90: pesca da “Terraform” e “1000 Hurts”, ha soluzioni proprie originali (Genuine Lulabelle che porta il minimalismo quasi al nulla assoluto appena riempito da sussurri pseudo melodici o post melodici), ma a sprazzi si addolcisce fin troppo (Kittypants) e per certi versi fa sentire la mancanza del ’94.

Brano consigliato: End Of Radio – In breve: 3,5/5

 

DUDE INCREDIBLE (2014)

Altri sette anni, altra musica. L’attuale ultima uscita di Albini & Co. restituisce agli Shellac un po’ di quella carica che qualche tempo prima sembravano aver perso, almeno in parte, pur tenendo ferme alcune risultanti di “Excellent Italian Greyhound” (in particolare certi riff acrobatici della chitarra, qui rintracciabili ad esempio in Mayor/Surveyor). Una leggera artificiosità non permette a “Dude Incredible” di raggiungere gli album degli anni ’90, non gli permette, cioè, di far sposare essere e significato, e quel lieve velo di retorica finisce per generare un filtro tra lo spirito del gruppo e la sua realizzazione pratica. Ma brani come Riding Bikes, The People’s Microphone e Compliant ridanno vigore alla rabbia post hardcore mai sopita, che permette di dimenticare facilmente qualche falla precedente. Utile fino a un certo punto, comunque, confrontare col passato. L’evoluzione stilistica degli Shellac va rintracciata in questa specie di barocchismo cadaverico che nel corso degli anni si è sempre più accentuato, facendo distaccare il trio dagli esordi e dal passato albiniano pre-Shellac, ma per trovare, infine, in “Dude Incredible”, una sintesi efficace tra ciò che è stato e ciò che è. Almeno per ora.

Brano consigliato: Riding Bikes  – In breve: 4/5