St. Vincent

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Polistrumentista classe 1982, Annie Erin Clark, meglio nota col moniker St. Vincent, ha cavalcato lungo la ripidissima scala per il successo a una velocità supersonica e senza mai inciampare. Sfruttando la propria variopinta formazione musicale, una sensibilità fuori dal comune e un’arguzia lirica degna di songwriter navigati, tutte peculiarità che l’hanno portata all’attenzione, oltre che della critica, di tanti blasonati colleghi (da Sufjan Stevens a Bon Iver, passando per Andrew Bird, gli Swans e ovviamente David Byrne) che hanno scelto di collaborare con lei. La sua è una discografia che non contempla passi falsi, ispirata e visionaria come nella miglior tradizione dei predestinati.

MARRY ME (2007) – Impastato dalle molteplici anime della sua autrice, da quella jazz a quella orchestrale, quest’esordio rientra in modo pregnante in quella definizione di “art pop” affibbiatale pressoché subito. Un groviglio di pianoforti, sezioni d’archi, effetti rumoristici, sentori acustici e diavolerie elettroniche che giustificano l’accostamento a un mostro sacro come Kate Bush.

Brano consigliato: The Apocalypse Song – In breve: 4/5

ACTOR (2009) – Ci si sarebbe aspettato uno smussamento dei tanti spigoli di “Marry Me”, invece il sophomore dell’americana va nella direzione opposta: ancor più barocco e roboante del predecessore, si attesta a metà strada fra il musical e l’accompagnamento cinematografico, senza però voltare le spalle alle stratificazioni elettroniche, ai fiati e agli archi che ne intarsiano ancora la struttura.

Brano consigliato: Black Rainbow – In breve: 3,5/5

STRANGE MERCY (2011) – Viene fuori definitivamente una raffinatezza più unica che rara. Pur non compiendo un effettivo passo in avanti rispetto al predecessore, ha il merito di standardizzare l’arte della Clark fra le più sorprendenti in circolazione, con in primo piano i suoi definitivi perni: un chitarrismo eclettico e imprevedibile e una voce che sottolinea alla perfezione ogni passaggio.

Brano consigliato: Surgeon – In breve: 3,5/5

LOVE THIS GIANT, con David Byrne (2012) – La firma congiunta con un personaggio ingombrante come l’ex Talking Heads avrebbe potuto fagocitare le ambizioni espressive di Annie, che invece riesce a ritagliarsi i suoi spazi con caparbietà e qualità, assorbendo come una spugna quanto Byrne le concede e mettendosi al suo servizio anche in episodi che sulla carta le appartengono meno.

Brano consigliato: Who – In breve: 3,5/5

ST. VINCENT (2014) – L’omonimo album della Clark subisce l’enorme influenza della collaborazione con Byrne: le asperità dei primi capitoli della sua discografia vengono qui levigate e condotte in territori pop che ne esaltano la verve compositiva, senza per questo tirare indietro la gamba quando si tratta di sperimentare. Ballate, refrain catchy, funk, synth, drum machine e chi più ne ha più ne metta.

Brano consigliato: Digital Witness – In breve: 4,5/5