The White Stripes

John Anthony Gills, nome d’arte Jack White, e “Meg” White sono due bizzarri ragazzi del Michigan che nel 1997, spinti dal comune amore per il blues ed il rock’n’roll, decidono di metter su un duo chitarra e batteria, tra i più strambi che la storia ci abbia lasciato in eredità: The White Stripes. I due si incontrano per la prima volta nel 1994 e due anni dopo convolano a nozze. Jack decide quindi di prendere il cognome della moglie innescando in chi viene a conoscenza del duo quell’iniziale alone di dubbio sulla loro possibile fratellanza. Trovata di marketing azzeccatissima, perché proprio nel 1997 i fratelli/compagni White firmano il loro primo contratto con la Sympathy For The Record Industry, etichetta discografica che li accompagnerà nella produzione dei primi tre album: “The White Stripes” (1999), “De Stijl” (2000) e “White Blood Cells” (2001). Ma è nel 2003, con “Elephant”, che i due raggiungono l’apice del successo mainstream: il disco vende quasi 5.000.000 di copie, riuscendo a vincere un Grammy Award e guadagnando la posizione 390 nella classifica dei 500 album più belli di tutti i tempi della rivista Rolling Stone. I successivi “Get Behind Me Satan” (2005) e l’ultimo “Icky Thump” (2007), seppur lavori di indubbia qualità artistica, non suscitano nel pubblico il medesimo interesse del granitico “Elephant”, segnando l’inizio di un declino che porterà alla fine del rapporto della coppia e soprattutto del sodalizio artistico, il 2 febbraio 2011.

 

THE WHITE STRIPES (1999)

Esordio al fulmicotone con – a detta loro – il disco “più arrabbiato, crudo e potente” della band. Seppur scarsamente apprezzato dal pubblico, l’album si presenta come una commistione primitiva e folgorante di blues, rock’n’roll e garage, con punte di raffinato bluegrass (“St. James Infirmary Blues”) e sonorità vagamente ispaniche (“One More Cup Of Coffee”).

Brano consigliato: Stop Breaking Down – In breve: 3,5/5

 

DE STIJL (2000)

Lanciato dai singoli “Death Letter” ed “Hello Operator”, nel sophomore del duo ad affiancare i soliti riff selvaggi ed accattivanti trovano spazio arrangiamenti decisamente più acustici, con frequenti inserti di violino e pianoforte (“I’m Bound To Pack It Up”), conditi da quella gradevole venatura country (“Your Southern Can Is Mine”) che accompagnerà la band per tutto il corso della carriera. Largo spazio anche a ballad provocatorie che contribuiscono ad alimentare quell’aura misteriosa attorno alla vera natura del duo (“Sister, Do You Know My Name?”), facendogli guadagnare maggiore notorietà e visibilità.

Brano consigliato: Death Letter – In breve: 3/5

 

WHITE BLOOD CELLS (2001)

L’amore di Jack White per i suoni rovinosi esplode in tutto il suo splendore ed esasperazione con i fuzz big muff-oriented di “Dead Leaves And The Dirty Ground” e “Aluminum”. Il disco riesce quasi a sfiorare la maturità artistica, essendo dotato di un’accresciuta accuratezza nei dettagli del sound e nell’articolazione della struttura dei pezzi. Notevole sia il punkettone di “Fell In Love With A Girl” che l’esperimento psichedelico e sabbathiano di “The Union Forever”. Il tutto continua a esser condito con smodate dosi di country-blues elettrico (“Now Mary”) che riescono a conferire quella giusta eterogeneità, evitando di far scadere il disco nella monocromaticità.

Brano consigliato: Dead Leaves And The Dirty Ground – In breve: 3,5/5 

 

ELEPHANT (2003)

È l’album della consacrazione, il primo con la nuova etichetta V2 Records, pompato dal singolo e capolavoro compositivo “Seven Nation Army”, che bombarda le radio del globo riuscendo persino a divenire un inno calcistico. Nel disco trovano il giusto equilibrio tutti gli elementi riscontrati nei lavori precedenti: dal country intimistico di “You’ve Got Her In Your Pocket” al blues smaliziato di “Ball And Biscuit”, passando per le fuzzosità distruttive di “Little Acorns” e “Black Math”. A sorpresa si riesce persino ad ascoltare per la prima volta in assoluto la voce di Meg White in “In The Cold, Cold Night” e nel finto duetto dissimulatore di “It’s True That We Love One Another”.

Brano consigliato: Seven Nation Army – In breve: 4/5

 

GET BEHIND ME SATAN (2005)

Sull’onda del successo, il duo sforna un lavoro che si adatta perfettamente agli standard del mercato mainstream: forse il disco più country, il sound che ne esce fuori è decisamente compresso e molto meno sporco. Tolte le parentesi di “Blue Orchid” e “Instinct Blues”, si ascoltano solo pezzi acustici che fanno quasi decadere quella rude veste sonora alla quale i fan dei White Stripes si erano felicemente abituati.

Brano consigliato: Blue Orchid – In breve: 3/5

 

ICKY THUMP (2007)

Ultimo lavoro in studio prima dello scioglimento del 2011, la band raggiunge qui la piena maturazione, facendo riscontrare la giusta miscela di tutti gli aspetti sonori e compositivi che hanno contribuito a formare l’identità del duo nel corso degli anni. Un sound impastato a dovere da bizzarre ballate dal sapore squisitamente celtico (“Prickly Thorn, But Sweetly Worn”), blues nevrotici e irriverenti (“Rag And Bone”) e standard di country elettrico (“Effect And Cause”).

Brano consigliato: Icky Thump – In breve: 3,5/5