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Low - 28/05/2007 - Roma - Alpheus
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Gomorra
"Guarda cosa si è liberato al centro di New York...". La voce deve essere stata ferma. Il tono sicuro e scanzonato, arrogante e divertito, tipico di chi è abituato a vivere la vita certo di poterla tenere tutta in pugno. La sua come quella degli altri, ignari. L'ambizione e la sete di soldi, potere, cemento devono aver legato le parole, congiungendo gli articoli con gli avverbi, gli aggettivi con i verbi. Dopo la strage del 11 settembre, i boss di Casal di Principe fissavano con sguardo divertito e avido le immagini del crollo delle Torri Gemelle del World Trade Center. Nei metri quadrati che di lì a poco sarebbero stati liberati dalle macerie di vetro, lamiere ed acciaio dei due giganti colpiti a morte, la camorra vedeva un'occasione ulteriore di arricchimento. La partecipazione azionaria di società vicine all'organizzazione criminale campana al progetto di ricostruzione di Ground zero viene resa nota nei titoli di coda di Gomorra, il film diretto da Matteo Garrone che ha portato sullo schermo cinque storie tratte dal libro di Roberto Saviano. Forse è proprio con quelle parole alla fine di circa due ore sconvolgenti, bellissime, necessarie che ci si rende conto dell'importanza del film e del coraggio della pubblicazione del giovane scrittore napoletano. La camorra, molto più pericolosa e sanguinaria della mafia siciliana, così come la descrive Saviano, non è più soltanto un'organizzazione malavitosa dedita a spaccio, estorsioni, controllo del territorio. E' ormai la più potente s.p.a. presente in Italia, quella che sicuramente ha maggiori capacità di far circolare soldi e ricchezza, tanto da poter finanziare con capitale infinito imprese in tutto il mondo, finanche nel progetto visionario delle future torri disegnate dall'architetto Daniel Libeskind. La consistenza economica della camorra si rileva esplicitamente dai dati snocciolati alla fine di un film che invece fa del dato umano, antropologico, sociale il suo punto di riferimento. Garrone, con grandissime abilità di regia, con uno stile definibile di un "ben"ritrovato neorealismo dei nostri giorni, accompagna lo spettatore in un viaggio infernale, in realtà che dovrebbero essere bandite o quanto meno degnamente contrastate in un paese che si vuole civile. Ed invece in una Napoli che ha dimenticato le cartoline a colori chissà in quale cassetto, i bambini di Scampia perdono l'innocenza con riti di iniziazione simili a quelli che possono vivere i baby soldati in Africa e di fatto diventano assassini senza neanche rendersene conto. In provincia, invece, i più piccoli si divertono a giocare con tir giganti, diventando inconsciamente i traghettatori di morte delle campagne campane, servendo stake holder senza scrupoli ad intossicare, con rifiuti industriali del nord, cave e terreni agricoli. Poi c'è la faida di Scampia: equilibri e lotte di una guerra feroce. Le imprese, invece, sono soffocate: il talento non ha spazio, vigono solo sfruttamento e profitto facile. Non si respira nelle due ore di film. Si stringono forte i denti e i pugni si serrano portati da un'intenzione inconsapevole. Se però tanto male si prova nel venir catapultati in un mix infernale di sangue, veleni, cemento, sudore, si viene risollevati dal pensiero di un'eccellente prova cinematografica italiana, come forse non se ne vedevano da tempo. Magari è una magra consolazione di fronte alla terribile realtà rilevata da Garrone, ma a volte l'arte, ed in questo caso il cinema, possono prospettare delle soluzioni, permettendo ai più di capire, ragionare, vedere. Bravi, allora, tutti, da Garrone, capace di far assaporare le sfumature, lasciando percepire con le immagini odori e superfici, a Toni Servillo, che si conferma ancora una volta uno (il?) dei migliori attori italiani (europei?). E poi tutto il cast degli interpreti, alcuni presi dalle strade, altri sorprendenti scoperte del panorama artistico partenopeo. Unico rammarico: le sterili polemiche che qui e lì si sono fatte vive in Italia sull'uscita del film e sulla sua partecipazione al Festival di Cannes. Qui subentra la napoletanità. I panni sporchi vanno lavati fuori casa. Soprattutto se le macchie sono italiane. A volte dalle nostre parti, abbiamo bisogno di sonori ceffoni o internazionali conferme per capire i nostri sbagli o valorizzare i nostri talenti. Napoli vive un momento terribile. Monnezza e camorra la soffocano. I politici sembrano alieni, la borghesia dorme. L'unica persona che avrebbe titolo a camminare libera per strada senza chiedersi se seriamente ha fatto il suo lavoro, vive ormai di fatto dietro le sbarre. Lui e non altri, che hanno colpe, che sono negligenti, che sono arroganti. Roberto Saviano dovrebbe poter attraversare il mondo, respirarlo, decifrarlo, studiarlo nelle sue mille sfaccettature. Dovrebbe poterlo fare per farlo capire a noi, con il talento di una penna rabbiosa e poetica, analitica e intelligente. Forse sta pagando un prezzo troppo alto per aver scritto. E con lui lo stiamo pagando tutti.

ANNO: 2008
PAESE: Italia
REGIA: Matteo Garrone
CAST: Toni Servillo, Gianfelice Imparato


A cura di Fiorella Taddeo

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