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Truman Capote: A Sangue Freddo
Arte contro etica, arte che vampirizza la vita vera, la creazione a discapito di tutto e di tutti: sono i temi portanti di questo anomalo splendido film biografico. Non si descrive la vita complessiva di Capote ma il momento più importante della sua carriera: la redazione di "A sangue freddo", il romanzo che nel 1966 fa di lui il più celebre scrittore degli Usa, e il più alla moda, e crea il genere letterario del "non fiction novel", un genere che gli Americani chiamano "faction" (unendo i termini "fact" e "fiction") e che sostanzialmente è un intreccio di narrativa cronaca antropologia (per 37 settimane, il romanzo restò al primo posto dei best seller). Nel 1967 Richard Brooks ne ricavò un ottimo film. Giustamente "Il Corriere della Sera" avvicina il film a "Good night, and good luck", ambedue parlano dell'America di ieri per raccontare quella di oggi: "Se il film di Clooney punta il dito sul maccartismo, Capote scava dietro la superficie linda di una America apparentemente tutta famiglia e televisione". Un film talmente profondo, denso, intenso, coinvolgente che è incredibile che a dirigerlo sia stato un documentarista e regista pubblicitario al suo esordio nel lungometraggio. Un film perfetto nella ricostruzione ambientale e mentale degli anni Sessanta, freddo asciutto e severo, ma anche lirico doloroso e complesso e che peraltro costituisce una denuncia contro la pena di morte (nonché un esame di coscienza per tutti gli spettatori). Prodigio virtuosistico la performance di Seymour Hoffman (indebolita da un doppiaggio certo proibitivo, ma forse troppo caricaturale da parte del pur bravo Roberto Chevalier), finalmente protagonista e meritevole di tutti i premi disponibili. Strabiliante. In ogni scena è da applaudire. Elegante e ambiguo, misuratissimo e controllatissimo in ogni singolo minimo gesto, raggiunge la perfezione assoluta nello esprimere sia l'abilità demiurgica di uno scrittore nel manovrare gli uomini come pedine, sia il drammatico contrasto di una personalità perennemente oscillante tra stravagante e superficiale dandy e intimi laceranti conflitti: un uomo tracotante e ambizioso, geniale ed egocentrico ma anche un intellettuale sensibile e arguto, un essere sostanzialmente fragile, alla fine umanamente e psicologicamente distrutto. Onore a tutto il cast e soprattutto a Clifton Collins Jr., nel ruolo non facile del mezzo indiano Perry Smith (inconcepibile che non abbia avuto la nomination per gli Oscar).

ANNO: 2005
PAESE: U.S.A.
REGIA: Bennett Miller
CAST: Philip Seymour Hoffman, Chris Cooper, Catherine Keener, Clifton Collins Jr., Bruce Greenwood, Bob Balaban, Mark Pellegrino, Amy Ryan
TITOLO ORIGINALE: Capote


A cura di Leo Pellegrini

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