Apparat – LP5

ll ritorno sulle scene di Sascha Ring, con il moniker Apparat, ha un po’ il tenore del verso conclusivo dell’ultimo canto dell’Inferno di Dante. Ritornare a “riveder le stelle”, uscendo dalla cassa di risonanza del successo, è ciò che costituisce il fondamento dell’urgenza espressiva di questo disco. Ma andiamo con ordine: gli ultimi sei anni di vita artistica di Ring sono stati quasi completamente assorbiti dal progetto parallelo Moderat, frutto della collaborazione di Sascha con i Modeselektor Gernot Bronsert e Sebastian Szary, tra il 2013 e il 2016 sono usciti due dischi sotto questo nome (rispettivamente intitolati “II” e “III”). Due lavori che, insieme al primo datato 2009, hanno conferito alla techno e ad un certo tipo di musica elettronica una veste più accessibile. Avvicinatisi inevitabilmente ad un pubblico più vasto, hanno tentato di riscrivere le coordinate dell’immaginario collettivo del sottobosco musicale berlinese degli anni ’10. L’abbraccio finale dei tre Moderat al grande pubblico nell’ultimo concerto berlinese, nel Settembre del 2017, ha calato il sipario (almeno per ora) su questa parentesi, risvegliando istanze individuali mai del tutto assopite.

La necessità di ritrovare il proprio lare compositivo fatto di sottrazioni, di sonorità soffuse e rarefatte, con una predilezione per fonemi strumentali piuttosto che di matrice digitale, ha portato Sascha Ring ad entrare in studio tre anni fa e a lavorare a questo LP5. Registrato a Berlino tra i Vox-Ton e i leggendari Hansa Studios, è stato autoprodotto dallo stesso Apparat insieme al fedele violoncellista Philipp Thimm, il tutto sotto la supervisione in fase di mixaggio di Gareth Jones (Depeche Mode, Einsturzende Neubaten, Nick Cave & The Bad Seeds, Grizzly Bear).

È un disco che ha un’anima duttile, dalla spiccata attitudine orchestrale che risente delle influenze new classical e ambient, a cui lo stesso Sascha ci ha già abituati con la scrittura di colonne sonore per due film del regista Mario Martone (“Il giovane favoloso” del 2014 e “Capri Revolution” del 2018). Allo stesso tempo, però, Apparat non può fare a meno di includere nel processo di scrittura marcati echi radioheadiani, fatti di controtempi e atmosfere pregne di algida sensualità. In DAWAN questi momenti sono lampanti, si innestano su una costruzione progressiva del brano che esemplifica il concetto di minimalismo per Sascha Ring, inteso come un “costruire per piccoli pezzi” (da Repubblica.it, 21 Marzo 2019). Voci e sonorità leggermente artefatte introducono le aure dilatate di LAMINAR FLOW per poi lasciare il passo a beats sincopati che trascinano il brano verso la sua naturale conclusione.

BRANDENBURG e CARONTE, invece, rappresentano la vocazione orchestrale del disco, con questo apparato di archi che conferisce maggiore solennità all’astrattismo sonoro di Sascha Ring. CARONTE, in particolare, si apre con questa progressione di violoncello che si mescola a lisergici synth distorti che accompagnano gli arpeggi liftati di chitarra sul finale del pezzo. Un ronzio elettronico in sottofondo e un fraseggio melanconico di piano introducono OUTLIER, brano dalle tinte oniriche che ricorda in più di un passaggio il James Blake degli esordi. La fine del disco è affidata alle atmosfere indietroniche à la Bonobo di IN GRAVITAS, in cui fuoriesce la maturata poliedricità del background del producer teutonico.

Riannodando il filo, “LP5” non è solo il quinto lavoro in studio di Apparat ma è anche e soprattutto l’hic et nunc artistico di Sascha Ring. Insegue questo bisogno di umanesimo sonoro e di improvvisazione senza perdere il filo della propria urgenza espressiva. Necessario per chi lo ha realizzato, necessario per chi lo ascolterà.

(2019, Mute)

01 VOI_DO
02 DAWAN
03 LAMINAR FLOW
04 HEROIST
05 MEANS OF ENTRY
06 BRANDENBURG
07 CARONTE
08 EQ_BREAK
09 OUTLIER
10 IN GRAVITAS

IN BREVE: 4,5/5