Arcade Fire – Everything Now

Sarebbe semplice derubricare Everything Now a conseguenza del passaggio da un’etichetta indipendente a una major, dalla Merge che li seguiva fin dagli esordi alla Columbia che li accompagnerà chissà per quanto. Oltre che semplice, però, sarebbe anche tremendamente errato, perché gli Arcade Fire sono arrivati a questo loro quinto lavoro in studio in modo tutt’altro che improvviso e di certo non completamente inatteso.

La vocazione pop, l’ambizione di conquista delle grandi platee, è un seme che i canadesi hanno costantemente innaffiato nel corso della loro carriera, aggiungendo ad ogni nuova uscita discografica un ulteriore tassello. Quelli che in “Neon Bible” (2007) avevamo declinato come barocchismi orchestrali s’erano trasformati in “The Suburbs” (2010) in una manciata di puntate sintetiche, fattesi a loro volta in “Reflektor” (2013) l’aspetto predominante del nuovo corso degli Arcade Fire. In questo crescendo “Everything Now” segna lo stacco più netto, con l’attesa più lunga di sempre fra un loro disco e l’altro e lo switch indipendente/major a fare da contorno.

Ci sono gli ABBA che fanno capolino qua e là (soprattutto nella title track e in Signs Of Life), è verissimo e Butler non pare proprio voler fare nulla per contraddire chi lo pensa: la cosa non è un male in sé, figuriamoci se in quest’epoca di riabilitazione massiva non possano essere tirati in ballo anche gli svedesi (a giusto titolo, peraltro, visto che qualcosa d’importante l’hanno pur fatta). Ma è il modo in cui lo fanno gli Arcade Fire a lasciare perplessi, perché a risultare svuotato non è solo il sound ma anche l’impatto lirico, molto meno a fuoco che in tutto il resto della loro produzione, nonostante provino anche qui a incanalare il tutto in un percorso narrativo volutamente in antitesi con la freschezza della musica, con svariati riferimenti – sebbene velati – al suicidio, come ad esempio in Creature Comfort e Good God Damn.

La struttura stessa del disco è volutamente circolare, si apre e si chiude con Everything Now e al centro piazza Infinite Content e Infinite_Content, due facce della stessa medaglia (più tirata la prima, più molle la seconda, entrambe diverse dal resto della tracklist) che fungono da perno su cui ruota l’album. Ci sono ritmi in levare, un po’ ska un po’ dubwise, come in Chemistry, si sentono i Bee Gees (la già citata Signs Of Life), i californiani Boys Town Gang (Put Your Money On Me) e poi The Cure, Blondie, i maestri David Byrne e David Bowie e chiunque altro abbia saputo manipolare sapientemente quel tipo di sonorità. Nessuno dei passaggi elencati, però, sembra avere il potenziale per durare nel tempo ed è questa la pecca maggiore di “Everything Now”, probabilmente perché pezzi davvero memorabili l’album non ne contiene affatto.

Che Win Butler e i suoi siano bravi, tra i più bravi in circolazione tanto in studio quanto sul palco (cosa di cui hanno dato da pochissimo dimostrazione in Italia), non lo mette in discussione neanche la sfacciata svolta disco di quest’album, peraltro prodotto divinamente (oltre al solito Markus Dravs figurano anche Thomas Bangalter dei Daft Punk, Steve Mackey dei Pulp e Geoff Barrow dei Portishead) e con dei suoni che ad avercene di più vivremmo in un mondo migliore. Ma non si può tacere su quanto gli Arcade Fire abbiano stavolta perso in chiave atmosferica, livellando al ribasso la qualità di una tracklist che non ha tonfi catastrofici ma neanche picchi che facciano gridare al mezzo miracolo, come spesso accaduto (e con merito) in passato. Una sufficienza che, incassata dai primi della classe, ha tutti i contorni della bocciatura.

(2017, Columbia)

01 Everything_Now (continued)
02 Everything Now
03 Signs Of Life
04 Creature Comfort
05 Peter Pan
06 Chemistry
07 Infinite Content
08 Infinite_Content
09 Electric Blue
10 Good God Damn
11 Put Your Money On Me
12 We Don’t Deserve Love
13 Everything Now (continued)

IN BREVE: 3/5

A proposito dell'autore

Emanuele Brunetto

Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.

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