Ariel Pink – Dedicated To Bobby Jameson

Prima di addentrarsi nell’ ascolto e nell’analisi dell’ultimo lavoro di Ariel Pink, sarebbe opportuno fare un piccolo accenno alla storia del personaggio. Ariel Marcus Rosenberg, classe 1978, a 10 anni era un bambino cresciuto a pane e televisione, come moltissimi altri della sua generazione, che inizia a comporre canzonette. Nel 2008 è un weirdo che gironzola per le strade di Los Angeles, ormai diventato un personaggio di culto della scena underground.

Nel mezzo, tantissimi anni rinchiuso in casa a registrare una quantità imponente di tapes. E poi, il fortunato incontro con gli Animal Collective. Esteticamente, a primo impatto, Ariel Pink è la versione molto meno carina del Kurt Cobain vestito da albero di Natale, uscito però da un videogioco degli anni ’80.

Dopodiché c’è Bobby Jameson, cui è dedicato l’album: cantautore approdato al successo negli anni ’60 e subito dopo sommerso dallo stesso e da una sfilza di problemi personali di dipendenza. Bobby Jameson scompare ed è dato per morto da molti, quando a un certo ricompare dopo tanti anni, sorprendendo tutti, per poi sparire di nuovo. Per sempre. L’album crea una sorta di parallelismo tra i due musicisti, outsider entrambi, manifestando una certa sofferenza nei confronti di un successo che, invece di innalzare, sommerge e soffoca.

I pezzi di Dedicated To Bobby Jameson possiedono una struttura compositiva costruita per essere immediata, dunque pop, catchy e anche un po’ trash, su cui poggia un sound ultra riverberato da dimensione ipnagogica, ovviamente: Ariel Pink è glo-fi / chillwave / hypnagogic-pop / dream-beat: in una parola, suoni ed effetti vintage amalgamati in una nuvola rosa. Non è una definizione che ha lo scopo di ridurre l’artista nei confini di una frase, ma può aiutare per avere un’idea di cosa si sta parlando.

Il citazionismo è spinto all’estremo e di conseguenza i paragoni sono inevitabili: troviamo abbondanti synth anni ’80, pezzi che potrebbero tranquillamente far parte della colonna sonora de “Il tempo delle mele”, altri in cui sembra cantare Robert Smith vestito di rosa e altri ancora che fanno il verso a Frank Zappa, ai Doors e alla loro psichedelia o ai The Byrds e ai loro coretti. Non mancano nemmeno i suoni space, la ballata folk e il pezzo punkeggiante che chiude il lavoro (e per fortuna ridesta l’attenzione).

Il musicista dimostra, ancora una volta, la sua versatilità e capacità di destreggiarsi tra strumenti e suoni differenti, ma senza aggiungere nulla di nuovo rispetto ai lavori precedenti. Ariel Pink sembra stare comodissimo sulla sua nuvoletta rosa fatta di nostalgia e immagini girate in Super 8. Purtroppo l’album contiene dei pezzi che fungono da riempitivi e che fanno perdere la concentrazione.

Allora ci si potrebbe chiedere: è semplice prendere i tratti essenziali del sound di decenni passati e costruirci sopra la propria carriera artistica o è la cosa più ardua del mondo, dato che si rischia di ripetersi e di non creare nulla di nuovo e quindi di annoiare? E posto per scontato che Ariel Pink faccia questo (palese!), annoia o mischia i vari riferimenti in modo originale e personale creando qualcosa di vagamente nuovo? All’ascoltatore (e al suo gusto personale) l’ardua sentenza.

(2017, Mexican Summer)

01 Time To Meet Your God
02 Feels Like Heaven
03 Death Patrol
04 Santa’s In The Closet
05 Dedicated To Bobby Jameson
06 Time To Live
07 Another Weekend
08 I Wanna Be Young
09 Bubblegum Dreams
10 Dreamdate Narcissist
11 Kitchen Witch
12 Do Yourself A Favor
13 Acting

IN BREVE: 3/5

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