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Battles – Gloss Drop

La dipartita di Tyondai Braxton ha di fatto sottratto qualcosa all’economia di suono dei Battles. È venuta meno quella voce che fungeva da tutto fuorché da voce, nonché quel campionario di suoni astrusi che erano invero il quid qualitativo di quel “Mirrored” che rimane, a tutt’oggi, uno dei dischi più belli ed eccentrici della prima decade degli Anni Zero. La scrematura conduce paradossalmente il sopravvissuto trio Williams – Stanier – Konopka ad un sound a metà tra i due Ep di esordio ed il full-length che li ha resi celebri. Sì, come fosse un passo indietro verso un momento intermedio che sarebbe dovuto essere e che è stato invece saltato a pie’ pari da quell’album che, diciamocelo francamente, era parecchio difficile da ripetere, figuriamoci da superare. La riduzione non vada però intesa come semplificazione a tutto tondo. Pensate che Stanier, col suo estro e l’adorazione per i tempi fratturati, non ami complicarsi la vita? Che la struttura ad incastro delle due chitarre e dei synth sia stata ripudiata in nome di chissà quale tentativo di fluidificazione melodica? Scordatevelo. Nonostante l’involuzione stilistica i Battles non hanno perso il piacere della sperimentazione ritmica e timbrica, anche se non destano più enorme sorpresa. Gloss Drop è apprezzabile perché brioso, lo scorrere delle sue note ci catapulta nel caldo estivo con brani da sorseggiare sotto l’ombrellone come un drink fruttato, magari con qualche colonnina di bollicine gaie che paiono smile e che risalgono verso la superficie. A irrorare con inserti vocali il manto interamente strumentale di “Gloss Drop” son stati chiamati quattro ospiti: Matias Aguayo saltella sull’accattivante math-latino di Ice Cream, il timbro lancinante di Gary Numan compare in My Machines, che non a caso bazzica nei territori di quell’industrial androgino a lui tanto caro; l’inconfondibile voce di Kazu Makino dei Blonde Redhead dà un tocco di sensualità a Sweetie & Shag, mentre Yamagatsuka Eye (impelagato in una quantità abnorme di progetti e collaborazioni, tra cui i Naked City di John Zorn) disturba l’andamento di Sundome, che riesuma parte dei tratti di “EP C / B EP”, così come gran parte del materiale qui incluso. I Battles continuano a piacerci per l’approccio ludico a composizioni di non facile fruizione, alcune delle quali sfuggono all’inintelligibilità melodica presentando temi da mandare a memoria, seppur solo per brevi passaggi (Wall Street, Futura). Chi li ha conosciuti con “Mirrored” storcerà il naso forse ai primi ascolti, chi li ha amati ai tempi degli Ep ha invece degli ottimi motivi per non lasciarselo scappare.

(2011, Warp)

01 Africastle
02 Ice Cream
03 Futura
04 Inchworm
05 Wall Street
06 My Machines
07 Domincan Fade
08 Sweetie & Shag
09 Toddler
10 Rolls Bayce
11 White Electric
12 Sundome

A cura di Marco Giarratana

CATEGORIA: RECENSIONI

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