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Beach House – 7

I gradi di “classico” i Beach House se li sono meritatamente guadagnati sul campo in uno scorcio temporale breve ma significativo, infarcendo la propria discografia dal 2006 a oggi di lavori impeccabili. E lo hanno fatto mantenendo costante la rotta di un dream pop anch’esso “classico”, ma di volta in volta sottoposto a variabili che hanno movimentato una proposta altrimenti per sua natura a forte rischio ripetitività.

Certo non può dirsi che Victoria Legrand e Alex Scally siano mai stati inclini a ribaltoni e sorprese, ma è chiaro come dopo la doppia uscita del 2015, “Depression Cherry” e “Thank Your Lucky Star”, da loro ci si possa aspettare di tutto in fatto di tessitura di atmosfere, tanto quelle più luminose (e frequenti) quanto quelle più umbratili. La mossa operata dai due su 7, lavoro di cui è facile comprendere la sequenza discografica, è stata quella di non dedicarsi a una faccia precisa del proprio prisma sonoro, né quella più chitarristica né quella sintetica, quanto piuttosto di modificare alla radice l’approccio compositivo stesso: un nuovo studio di registrazione sempre a portata di mano per inseguire l’ispirazione, un batterista (James Barone, spesso membro aggiunto dei Beach House dal vivo) finalmente a costante disposizione e un tocco esterno alla produzione (Peter Kember, ovvero Sonic Boom degli Spaceman 3).

Ciò che ne è venuto fuori è l’album meno monocromatico dei Beach House, nonostante l’artwork in bianco e nero suggerirebbe il contrario. Ci sono risvolti quasi shoegaze (Dark Spring e Dive), puntate prettamente psichedeliche in cui si sente l’apporto di Kember (Black Car e Woo), riverberi senza confini (Lemon Glow), sensualità dirompente (Drunk In L.A.), climax da pelle d’ora (Lose Your Smile) e dream pop d’annata (Pay No Mind).

Scally, che consuetudine del duo vorrebbe impegnato in schitarramenti ora più liquidi ora più marcati, si è messo all’opera anche sul variopinto resto dell’impalcatura sonora, mentre Legrand è la solita sirena che stavolta, però, cambia canto a seconda del marinaio da intorpidire, riuscendo nell’intento di farli cadere tutti ai suoi piedi e rispolverando persino il francese in L’Inconnue, giusto per non farsi mancare niente.

Di band come i Beach House, che disco dopo disco continuano ad alzare sempre un pelo in più l’asticella dei propri obiettivi, non ce ne sono in giro poi tante. Ed è per questo motivo che un album come “7” va considerato, più che una creatura stand alone, l’ennesimo tassello di uno dei mosaici sonori più convincenti e significativi del nuovo millennio.

(2018, Sub Pop / Bella Union)

01 Dark Spring
02 Pay No Mind
03 Lemon Glow
04 L’Inconnue
05 Drunk In L.A.
06 Dive
07 Black Car
08 Lose Your Smile
09 Woo
10 Girl Of The Year
11 Last Ride​

IN BREVE: 4/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.