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Beck – Morning Phase

morningphasePer le stramberie, ancora in fondo, la seconda a destra. Non qui. Qui è casa Beck e di robe strane oggi non se ne tratta. A casa Beck c’è Neil Young che si prepara un sandwich al formaggio, ci sono anche Crosby, Still e Nash che si fanno un bicchiere, ci sono gli strumenti da suonare il più soffusamente possibile e si va di brodo di giuggiole con una tazza d’orzo e una specie di alba celeste.

Morning Phase, dodicesimo disco per il cantautore losangelino, è una sorta di atto secondo di quel “Sea Change” che nel 2002 per la prima volta mostrò un Hansen diverso: più folk e derivativo. Una specie di cantautore tascabile perfetto per ogni anima in sofferenza, ma anche per chi con un dito s’una finestra appannata riesce a disegnare un mondo più misterioso. Come detto, “Morning Phase” ritorna al gioco di mutamenti liquidi di quel disco di inizio secolo. Quanta tenerezza c’è nelle prime fasi del giorno? Quanto in una chitarra accordata a puntino? Quanta nella musica come forma di consolazione?

Beck se lo chiede in un disco che è tremendamente soffuso, ma mai tedioso, che maneggia i pastelli e le migliori buone intenzioni di tutti. Beck è etereo quando fa rimbombare i suoi eco in Unforgiven, sacrale quando canta «Se mi arrendo e non combatto quest’onda, andrò sotto e mi farò trasportare via» (Wave), campestre con la sua armonica in Country Down, dà a tutti una ragione quando dice che con un po’ di sforzo si può trovare «Luce dell’amore anche nella tempesta» (Morning) e suona un banjo crepuscolare per abbracciare una struggente Blue Moon. Niente elettroniche trendy o funkerie cool.

E, così, si ritorna ogni volta all’epico alternarsi delle stagioni e dei momenti. Perché un artista è tale se un giorno vive e l’altro muore, se dell’ordine se ne sbatte altamente, ma poi vi ritorna quando sono le luci basse degli umori ad imporglielo. Diversamente, ci sono i turnisti del rock, quelli che mangiano lo stesso hamburger da anni con la stessa giacca e giacciono con un milione di donne con la stessa faccia. In “Morning Phase”, in 47 minuti di tracklist, c’è invece un mondo che si muove ed è mutevole. Con quel cielo che si sveglia terso, matura forte, si rabbuia, sbianca, e poi si spegne epicamente dopo l’ultimissimo bagliore.

(2014, Capitol)

01 Cycle
02 Morning
03 Heart Is A Drum
04 Say Goodbye
05 Blue Moon
06 Unforgiven
07 Wave
08 Don’t Let It Go
09 Blackbird Chain
10 Phase
11 Turn Away
12 Country Down
13 Waking Light

IN BREVE: 4/5

Riccardo Marra
Giornalista e autore, scrive per RAI e Mucchio Selvaggio. Qualche volta anche speaker radiofonico e blogger. Fondatore de Il Cibicida.