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Blur – Think Tank

E’ una realtà confortante sapere che nel 2003 ci siano ancora in giro degli artisti del calibro di Damon Albarn capaci, con parole all’apparenza semplici come quelle di Out Of Time, di emozionare, scaldare e commuovere l’ascoltatore. I Blur sono giunti al loro settimo album in studio, Think Tank, sopravvivendo a quella che chiamare semplicemente una crisi è più che un eufemismo. Quante band riuscirebbero a mantenere i nervi saldi dopo l’inaspettata dipartita di un membro fondatore ed una burrascosa quanto conflittuale convivenza con un produttore di fama internazionale, risoltasi poi con la sostituzione in corsa di quest’ultimo? Davvero poche è la risposta. Ma diamo un nome ed un cognome ai personaggi della nostra storia: il primo è Graham Coxon, lo storico chitarrista dei Blur, reo di sentirsi oltremodo soffocato all’interno di una logica di gruppo, e fin troppo preso dalla propria produzione solista. L’altro, invece, è Norman Cook, più noto al grande pubblico con il nome di Fatboy Slim, ovvero colui che a “Think Tank” doveva dare un timbro singolare e che invece fu tacitamente sostituito dal più mite Ben Hillier. Entrambi con la loro non-presenza hanno fatto sì che intorno all’album si sollevasse un polverone, a volte fatto di sola curiosità, e che la sessione marocchina che pian piano andava delineandosi come un fallimento si rivelasse, alla fine, una straordinaria sorpresa. In “Think Tank” i testi di Albarn appaiono più ispirati e politici del solito (al di là della già citata “Out Of Time”), ed il suono modellato da James e Rowntree spazia – con la stessa leggiadria di un farfalla che si posa di fiore in fiore – dal rock allucinogeno di Ambulance al cyberpunk di Crazy Beat, all’acid jazz di Sweet Song, il tutto facendo tesoro dei preziosi insegnamenti di gente del calibro dei Ramones (Carovan), dei Clash (We’ve got a file on you) e dei più recenti Sigur Ros (Gene By Gene). E’ un album cruciale che salva dal baratro una band che sarebbe stato davvero un peccato veder scomparire. Consigliato a tutte quelle orecchie che sanno, e che vogliono, ancora ascoltare.

Nota 1: “Battery In Your Leg” è l’unico brano accreditato a Graham Coxon, ed è legittimo chiedersi a questo punto se, in Marocco, lui ci sia davvero stato.

Nota 2: con il termine “think tank” (letteralmente “serbatoio di idee”) si indicavano, durante la seconda guerra mondiale, i luoghi protetti in cui si riunivano i capi militari per prendere le decisioni più importanti sulla tattica e la pianificazione degli attacchi. Oggi invece il significato è cambiato ed è riferito ai gruppi di ricerca.

(2003, EMI)

01 (Ghost Track)
02 Ambulance
03 Out of time
04 Crazy beat
05 Good song
06 On the way to the club
07 Brothers and sister
08 Caravan
09 We’ve got a file on you
10 Morroccan peoples revolutionary bowles club
11 Sweet song
12 Jets
13 Gene by gene
14 Battery in your leg

A cura di Vittorio Bertone

CATEGORIA: RECENSIONI

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