Bon Iver – i,i

Tutto è cominciato dodici anni fa: una baita nel Wisconsin, una chitarra acustica, l’essenziale per la registrazione e l’inverno nel cuore e nel nome. Sì, l’inverno è la stagione di riferimento dell’esordio “For Emma, Forever Ago” (2007), come si legge nelle note di presentazione del disco. All’omonimo “Bon Iver” (2011) Vernon, invece, associa la “frenetica” primavera. “22, A Million”) rappresenta la “sfrenata” estate, mentre i,i simboleggia l’ultima stagione mancante della sequenza, l’autunno.

Dal tenore della nota, questa descrizione potrebbe celare un canto del cigno del progetto Bon Iver, che arriverebbe al culmine proprio con la stagione della caducità. “icommai” è un lavoro introspettivo in cui i pensieri autunnali di Justin Vernon vengono sintetizzati in tredici brani, anche se il primo, Yi, è una intro strumentale. A questo, però, si contrappone la coralità del processo compositivo che ha visto la partecipazione di diversi artisti: oltre ai fedelissimi S. Carey, Myke Noyce, Rob Moose e CJ Camerieri e la new entry Jenn Wasner (Wye Oak), nei credits dei vari brani si scorgono i nomi dei fratelli Dessner (The National), Moses Sumney, James Blake, Velvet Negroni, Bruce Hornsby, Spank Rock, Francis Starlite e Channy Leaneagh, senza dimenticare il contributo in fase di produzione della nostra Marta Salogni.

Questo ossimoro creativo, dettato dall’incontro dell’io testuale con il noi compositivo, ha dato vita a un disco ispirato, da cui si percepisce una sintesi delle varie anime che Vernon ci ha mostrato nei lavori precedenti. Tralasciando il minimalismo lo-fi dell’esordio, “i,i” riprende i territori sonori solcati nel post folk di Bon Iver arricchendoli delle sfumature elettroniche usate (abusate) in “22, A Million”, creando una sorta di compendio definitivo della cifra sonora del progetto Bon Iver. Il quarto full lenght dei Bon Iver è stato prodotto dallo stesso Vernon in collaborazione con Chris Messina, Brad Cook e BJ Burton – anima di “22, A Million” – e registrato tra il Texas e il Wisconsin nelle pause dell’infinito tour del disco precedente.

Pubblicato sulle piattaforme di streaming musicale ventidue giorni prima della data prefissata – forse per il timore di leak prima della deadline d’uscita o forse per rispettare una simbologia numerica tanto cara a Vernon – “icommai” inizia con Yi: una registrazione di trenta secondi in cui si sente in sottofondo il leitmotiv del vero e proprio brano d’apertura del disco, iMi. Ispirata da un viaggio fatto da Justin Vernon in autunno in una solitaria Santorini, durante la scrittura di “22, A Million”, iMi è l’esemplificazione della coralità di cui si diceva prima: introdotta da sferzate elettroniche a cui si accompagna la voce vocoderizzata di Myke Noyce, lascia il passo ad arpeggi acustici di chitarra su cui si inseriscono le voci dello stesso Vernon, di Camilla Staveley-Taylor e di Velvet Negroni. Da segnalare la comparsata di James Blake nell’outro del pezzo che dà al finale un tocco di glacialità.

Se in Wele tonalità di piano toccano corde sonore più cupe, in Holyfields, centrale è l’atmosfera rarefatta generata dai synth. Le successive Hey, Ma, U (Man Like) e Naeem entrano a far parte di diritto delle instant classics della discografia dei Bon Iver, con il loro portato melodico e l’attitudine innodica dei ritornelli. Hey, Ma è un inno ambientalista a Madre Terra, U (Man Like) un brano dall’inclinazione gospel in cui compaiono anche Bruce Hornsby e Moses Sumney, mentre Naeem, omaggio al nome di battesimo di Spank Rock che figura tra le collaborazioni del disco, è una ballad strappalacrime per cuori melanconici. Degna di menzione è anche Faith che con le sue trame sonore eteree generate dall’intreccio di chitarre, piano e la voce in falsetto di Vernon, rievoca sonorità che non avrebbero sfigurato in “Bon Iver”, a riprova del carattere sintetico di questo quarto disco.

Partito dal Wisconsin in solitaria per raccogliere i cocci di un di una vita in frantumi, Vernon ci è ritornato indagando se stesso con una lente nuova, corale, chiudendo un ciclo in crescendo e dimostrando di essere riuscito finalmente a trovare un equilibrio tra vocazioni sperimentali e background cantautorale.

(2019, Jagjaguwar)

01 Yi
02 iMi
03 We
04 Holyfields,
05 Hey, Ma
06 U (Man Like)
07 Naeem
08 Jelmore
09 Faith
10 Marion
11 Salem
12 Sh’Diah
13 RABi

IN BREVE: 4/5