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Brutus – Nest

Se avevate già ascoltato “Burst”, il loro esordio sulla lunga distanza pubblicato nel 2017, sapete già cosa potrete aspettarvi da Nest, il nuovo album dei belgi Brutus, visto che la formula offerta non si sposta molto (diciamo pure per nulla) da quanto proposto due anni fa. Il loro è post metal, sì, ma più tirato e sensibilmente meno atmosferico rispetto a quello di altre formazioni assimilabili per genere e vicine per estrazione geografica (da quelle parti, si sa, le declinazioni “post” vanno per la maggiore).

La circostanza che i Brutus siano solo in tre, con una classica composizione chitarra, basso e batteria, è in questo senso caratterizzante per un trio che riesce abilmente a interfacciarsi con la potenza e i dettami segnati da band come i connazionali Amenra, ma anche a prendere spunti altrove, pescando in ambiti parimenti oscuri ma più ibridati come nel caso del climax di War, perno dell’album che lambisce la Chelsea Wolfe più ruvida (non a caso i Brutus condividono l’etichetta discografica con la songwriter californiana).

Il punto forte di “Nest”, così come dell’intera esperienza Brutus, resta senza dubbio la versatilità della voce di Stefanie Mannaerts che, intenta com’è a picchiare sulle pelli, riesce comunque a sottolineare ciascun passaggio donandogli massima espressività: se in Carry e Distance, ad esempio, tocca territori più eterei giocando di contrapposizione con le sferzate della chitarra di Stijn Vanhoegaerden e del basso granitico (ma mai come in Techno) di Peter Mulders, in Cemetery l’effetto è opposto, perché sono loro due a inseguire l’impeto rabbioso della Mannaerts, un impeto appartenente più a una sfera rock che alla loro di riferimento.

L’effetto complessivo è straniante, il post metal piuttosto grezzo dei Brutus gode di considerevoli aperture melodiche e non si trincera dietro strati e strati di echi e riverberi come quello di colleghi ben più illustri e con più esperienza alle spalle. Il che, se da un lato giova non poco ad alleggerire l’incedere del disco (a eccezione dell’accoppiata conclusiva Horde V / Sugar Dragon), dall’altro potrebbe far storcere il naso ai puristi di un genere che ha proprio nella profondità la sua caratteristica peculiare.

(2019, Hassle / Sargent House)

01 Fire
02 Django
03 Cemetery
04 Techno
05 Carry
06 War
07 Blind
08 Distance
09 Space
10 Horde V
11 Sugar Dragon

IN BREVE: 3,5/5

Emanuele Brunetto
Avvocato mancato, giornalista, programmatore musicale in radio ma soprattutto divoratore compulsivo di musica, presenzialista convinto ai concerti e collezionista incallito di CD e vinili. Fondatore e direttore responsabile de Il Cibicida.