Calcutta – Evergreen

Scrivere di Calcutta è una missione ardua per tutti. Scriverne in maniera oggettiva (per quanto si possa) è addirittura impossibile. Questo è vero per almeno un paio di motivi: da una parte, la novità che la musica di Calcutta, in qualche modo, ha rappresentato per la scena culturale e generazionale; dall’altra, il personaggio Edoardo che dietro Calcutta si cela.

Calcutta con due soli album è diventato il rappresentante di un modo di fare musica che tutti amano odiare ma che, nonostante questo, non si può ignorare o in alcuni casi non canticchiare. Dopo il grande successo di “Mainstream” (titolo che già ci poteva dare la dritta per comprendere l’atteggiamento scanzonato e provocatorio di un artista che, issato a paladino dell’indie, sforna un lavoro che ha come titolo la nemesi dell’alternative), Calcutta squarcia l’hype con il suo nuovo lavoro Evergreen.

L’album deve essere ascoltato alla luce delle due precisazioni iniziali per non cascare in un’inutile retorica da bar. “Evergreen” è un disco che potrebbe essere solo e soltanto scritto e cantato da Calcutta in cui emerge, forse in maniera più forte del precedente lavoro, la capacità del cantante di essere un bravo, bravissimo autore. Calcutta nei testi di “Evergreen” ha calcato tutti i punti forti della sua poetica per giungere a comporre dei testi perfetti per il mercato musicale odierno. Le canzoni di Calcutta parlano di una banale quotidianità in cui è letteralmente impossibile non riconoscersi, testi che parlano di aneddoti o esperienze che potremmo aver vissuto un’ora prima di premere play su Spotify.

La capacità che ha di inserire riferimenti culturali dei nostri anni ci rende ancora più partecipi di un’operazione catartica messa in campo dal cantante di Latina. Chi di noi non prende la Tachipirina quando sta male e sa che deve riferirsi ai dosaggi? Chi di noi non conosce, oggi come oggi, il principio attivo del Paracetamolo? Chi tra i giovani, spesso costretti a una vita da fuori sede, non ha come punto di riferimento esistenziale la pasta con il pesto? Chi non prova un leggero brivido di soddisfazione nel sapere chi sia Dario Hubner senza doverlo cercare su Wikipedia?

Nessuno dei versi di Calcutta è scritto per caso o con leggerezza, a differenza di ciò che si potrebbe pensare; tutto risponde a un obiettivo mimetico. Questo spiega anche l’assoluta “impersonalità” delle vicende narrate, la malinconia allegra da “preso male” che non si concretizza mai in un sentimento vero e forte come quello della tristezza. I pezzi di Calcutta sono un meme che ci fa piacere vedere sulla timeline di Facebook, un jolly che piace a tutti senza piacere davvero, un oroscopo (per citare un Calcutta ormai passato) a cui ci fa piacere credere.

Persino dal punto di vista musicale, “Evergreen” sembra essere una risposta agli hater del cantante. In quasi tutti i brani abbandona la tripletta di accordi base di cui aveva abusato in “Mainstream”, ma anche qui lo fa su un livello da “compitino”: il minimo indispensabile per non essere accusato di non badare alla musica. Le composizioni sono, in alcuni casi, forzatamente rese più complesse ma comunque da chitarra sulla spiaggia (i passaggi armonici di Pesto ne sono l’esempio più concreto) per rendere tutti felici.

Nel complesso, “Evergreen” è il disco in cui i fan hanno fatto bene a sperare. È la “Calcutta experience” resa ancora più fruibile perché con testi meglio elaborati e con una musica che non farà sentire in colpa i cultori delle note.

(2018, Bomba Dischi)

01 Briciole
02 Paracetamolo
03 Pesto
04 Kiwi
05 Saliva
06 Dateo
07 Hubner
08 Nuda nudissima
09 Rai
10 Orgasmo

IN BREVE: 2,5/5